CAPITOLO 34
Amabel, Elisabeth e Cherilyn avevano studiato con impegno per tutto l’anno e avevano ottenuto ottimi risultati. Amabel si era posizionata al primo posto dell’intero istituto e, su richiesta della preside, aveva dovuto preparare un discorso per la festa della consegna dei diplomi che si sarebbe svolta quella sera stessa, presso il loro liceo. Aveva passato notti insonni per buttare giù qualcosa che fosse quantomeno decente e non i soliti ringraziamenti triti e ritriti. E ora, a poche ore dalla cerimonia, tremava al solo pensiero di dover parlare davanti a tutte le persone che sarebbero intervenute. Non si sarebbe trattato solo dei suoi compagni di studi e dei professori, ma anche di tutti i parenti. Aveva tentato di rifiutare accampando qualche scusa, ma la signorina Gore era stata irremovibile.
Il sole del tardo pomeriggio stava già tingendo il cielo di sfumature calde, mentre le due sorelle si preparavano per la festa. Elisabeth aveva scelto un grazioso abito color verde smeraldo con le maniche a tre quarti mentre Amabel aveva optato per un vestito di un elegante color rosso scuro. Nella stanza dei genitori, aiutate da Jane e dall’amica Katherine, tra risate e qualche briciola di tensione, stavano terminando di pettinarsi, quando Matthew fece il suo ingresso tenendo in mano due enormi mazzi di fiori.
«Guardate quanto siete belle! Questi sono per voi, bambine mie,» esclamò guardando con orgoglio le due ragazze.
Jane, ridendo, si unì al marito. «Sarà di certo un evento da ricordare e voi due siete le protagoniste indiscusse.»
«Lily, quel verde ti sta perfettamente! E Amabel, il rosso del tuo abito è davvero uno spettacolo,» si complimentò a sua volta Katherine.
«Dove sarà finito quel ritardatario di mio figlio? Mi aveva promesso che avrebbe fatto lui le foto prima di uscire di casa!» aggiunse poco dopo. Come se fosse stato evocato, anche Dave fece la sua comparsa sulla porta. «Sono qui mamma, se sempre la solita, non hai proprio fiducia nel tuo figlio prediletto.»
«Sei il mio unico figlio! Smettila di dire sciocchezze e comincia a fare le foto alle ragazze. Sono a dir poco meravigliose, non lo pensi anche tu?» chiese volgendo lo sguardo verso le due.
«Beh, Amabel sicuramente, lei starebbe bene anche infilata in un sacco di patate. Per quanto riguarda Lily invece, non mi esprimo, non vorrei spezzarle il cuore,» rispose avvolgendo Elisabeth con lo sguardo.
«Dave!» urlò la madre. «Che cosa ti salta in mente?»
«Non preoccuparti Katherine, sono perfettamente in grado di difendermi da sola dalle battutacce di tuo figlio!»
«Ti chiedo perdono da parte sua, Elisabeth, ogni tanto questo ragazzo ha un modo di fare un po’ particolare. A volte stento a credere che sia davvero figlio di suo padre, un uomo tanto dolce e premuroso.»
«Dai, non mettere il broncio, ragazzina e fatti scattare qualche foto o mia madre mi romperà le scatole per l’intera giornata,» disse Dave con una smorfia divertente.
Amabel ed Elisabeth si misero in posa davanti al grande camino del salone, sulle scale che portavano al piano superiore e in giardino vicino alla fontana. A ogni scatto Dave si congratulava con Amabel per la sua bellezza e il suo sorriso incantevole.
«Siamo in presenza di una vera star qui. Amabel tesoro, sembri quasi una modella professionista,» disse scattando le ultime foto.
«Bene, bene, non vedo l’ora di ammirare il risultato di tanto talento,» aggiunse poggiando un braccio sulle spalle delle due amiche.
«Spero non ti stia riferendo al tuo di talento, sarà già tanto se verranno buone un paio di fotografie!» sbottò Elisabeth allontanandosi con passo deciso.
«Si può sapere perché voi due vi punzecchiate sempre?» chiese Amabel al ragazzo che stava ancora guardando Elisabeth.
«Non ne ho idea, è sempre stato così tra noi, sinceramente non ricordo nemmeno come e quando sia cominciato.»
Era quasi giunto il momento del suo discorso e Dylan non era ancora arrivato. Avevano consultato sul sito dell’aeroporto di Vancouver e il suo volo era in ritardo di oltre due ore.
Cherilyn, seduta di fianco a lei e notando la sua preoccupazione, cercò di rassicurarla. «Dylan arriverà in tempo, ne sono certa. Non si perderebbe questo momento importante per nulla al mondo.»
Amabel annuì nervosamente, stringendo il foglio con il suo discorso tra le mani. Nonostante le parole di conforto dell’amica, la sua mente continuava a tornare all’assenza di Dylan. Si chiedeva se sarebbe riuscito a raggiungerla in tempo per assistere almeno alla consegna dei diplomi.
Il palco era pronto, gli studenti e i professori si zittirono in attesa dell’inizio della cerimonia e Amabel fu chiamata sul palco per il suo intervento. Quando si alzò dal suo posto, il cuore le batteva pericolosamente nel petto e le orecchie le fischiavano per la forte emozione. Si avvicinò al microfono con un nodo che le stringeva la gola, le sembrava che non le entrasse abbastanza aria nei polmoni e cominciò a boccheggiare. Stava per informare la preside che non sarebbe riuscita a pronunciare il suo discorso, quando la porta dell’auditorium si aprì e Dylan fece il suo ingresso. Si fermò a pochi passi dall’entrata e la guardò con occhi dolci che le infusero immediatamente tanta calma e tranquillità. Si indicò il viso con un dito e le mimò con la bocca. «Guarda solo me, principessa.» E fu esattamente quello che lei fece.
Le parole fluirono scorrevoli dalle sue labbra con voce decisa e sicura. Senza nemmeno aver dato un’occhiata ai suoi appunti, giunse al termine del suo intervento e solo quando sentì scattare uno scroscio di applausi, distolse lo sguardo da quel dolcissimo ragazzo che la capiva meglio di chiunque altro al mondo. Con la sua sola presenza era riuscito, ancora una volta, a calmare la tempesta che rischiava di scatenarsi dentro di lei.
Andò a risedersi al proprio posto accanto a Cherilyn e, cercando di nuovo Dylan, lo trovò seduto accanto a Dave, nella fila riservata alla propria famiglia. Lui le sorrise, gli occhi pieni di ammirazione e lei non poté far altro che ricambiare quel gesto d’affetto.
La cerimonia continuò con la distribuzione dei diplomi e Amabel ricevette il suo con un sorriso raggiante. Dylan non smetteva un secondo di guardarla con occhi innamorati, consapevole di quanto quel momento fosse importante per lei.
La festa si spostò in giardino, dove i neo-diplomati e i loro amici si scambiarono abbracci, sorrisi e piani per il futuro. Dylan e Amabel si ritrovarono seduti su una panchina, lontani dal trambusto.
«Grazie per essere arrivato in tempo.»
«Non potevo perdermelo. Non sono nemmeno passato da casa per la paura di non fare in tempo. Mi sono cambiato in taxi, non so cosa abbia pensato il tassista nel vedermi in mutande contorcermi per riuscire a infilarmi i pantaloni in quello spazio angusto e ristretto.»
«L’ho sempre detto che sei troppo alto e grosso,» ammise Amabel ridendo.
«Quindi non ti piace che sia così… alto?» chiese lui stando al gioco.
«Mi piace tutto di te, soprattutto la tua bocca meravigliosa e le tue mani, lo sai benissimo.»
«Che ne dici se andiamo a festeggiare da qualche parte? Solo noi due,» suggerì Dylan con uno sguardo provocante.
«Mi piacerebbe moltissimo, ma per stasera hanno organizzato il ballo di fine anno e dobbiamo parteciparvi tutti.»
«Stasera? Ma di solito il ballo non si fa prima della cerimonia di consegna dei diplomi?»
«Non chiederlo a me, quest’anno la preside ha insistito perché fosse così,» rispose Amabel alzando le spalle.
«D’accordo, allora ci vediamo più tardi a casa? Ho una maledetta voglia di te, amore.»
«Non dire così Dylan o mi farai arrossire fino alla punta dei capelli,» disse lei imbarazzata.
«Adoro vederti arrossire, mi fa scorrere più velocemente il sangue nelle vene. Ora torniamo dagli altri prima che si chiedano dove siamo andati a finire.» Si alzò dalla panchina aiutandola a fare altrettanto poi si chinò e le sussurrò a un orecchio: «Sappi che se fossimo stati soli, ti avrei riempita di baci.» Poi la guardò arrossire nuovamente.
«Sono stanca morta, Lily, perché non chiami la mamma per farci venire a prendere prima? Non ho nemmeno la forza di tenere gli occhi aperti. Questa giornata è stata davvero stancante.»
Ma Elisabeth, intenta a ballare e a divertirsi con le amiche, non ne voleva sapere di tornare al ranch. «Dai Amabel, è l’ultima volta che possiamo stare tutte insieme prima di separarci per andare a frequentare il college. E poi ho detto alla mamma che ci avrebbe accompagnate a casa qualcuno e di non aspettarci in piedi. È il ballo del diploma e io non ho alcuna voglia di rincasare prima dell’alba,» le disse senza smettere di dimenarsi.
«L’alba? M-ma non è nemmeno mezzanotte, Lily. Non puoi dire sul serio. Se ti ha dato ascolto la mamma sarà davvero andata a dormire, non me la sento di svegliarla. Che cosa faccio per le prossime sei ore? Dormo sui divanetti?» Ma Elisabeth era già stata trascinata dalle amiche in un altro angolo della pista e non le aveva prestato ascolto.
Uffa e ora che faccio? Si chiese Amabel recandosi al guardaroba ed estraendo il cellulare dalla piccola pochette che aveva abbinato al vestito. Lo rivoltò tra le mani un paio di volte pensierosa, poi come se guidate da una volontà propria, le sue dita accarezzarono il nome di Dylan. Inizialmente non si accorse nemmeno di aver avviato la telefonata e fu solo quando sentì la voce preoccupata di lui attraverso l’altoparlante del cellulare che si rese conto di quello che aveva fatto.
«Pronto, Amabel, cosa è successo? Sei al ballo con Elisabeth? Va tutto bene?»
Nei pochi secondi che ci impiegò per avvicinarsi il telefono all’orecchio la voce di Dylan si trasformò in un grido.
«Am, maledizione, rispondimi!»
«Dylan, scusami, non mi sono accorta di aver fatto partire la chiamata. Va tutto bene. Non volevo farti preoccupare.»
«Cristo Santo, amore, mi hai fatto morire di paura. Sentivo il tuo respiro ma non dicevi nulla e ho pensato ti fosse successo qualcosa.»
«No, niente di tutto ciò, sono solo stanchissima. Lily vuole restare fino a domattina e io non so come fare a tornare a casa.»
«Passo io tra dieci minuti, fatti trovare fuori, principessa.» Detto questo riagganciò senza nemmeno darle il tempo di salutarlo.
Amabel riuscì a beccare Elisabeth e Cherilyn in pochi minuti e le avvertì che aveva trovato un passaggio e di non preoccuparsi per lei. Le abbracciò e pochi istanti dopo stava già correndo verso il parcheggio.
Dylan la stava aspettando appoggiato al pick up con le braccia conserte e un sorriso meraviglioso sul viso. Indossava un completo casual, dei lucenti stivali neri ed era più bello che mai.
«Buonasera principessa, pronta per tornare a casa?»
«Mai stata più pronta di così,» rispose lei con un sorriso altrettanto smagliante.
«Come mai Elisabeth non ha preso la macchina per andare al party?» le chiese avviando il motore.
«Lo sai anche tu che non le piace guidare con il buio e poi, sinceramente, avresti il coraggio di salire in macchina con lei?»
Dylan si coprì la bocca con una mano trattenendo a stento una risata. «Mio Dio, no! La sola volta che siamo saliti in auto con lei alla guida, abbiamo rischiato la vita più volte di quanto avrei mai lontanamente immaginato.»
«Hai ragione, è un vero incubo,» ammise Amabel scoppiando a ridere a sua volta.
«È colpa della sua scarsa attenzione, della tendenza a distrarsi continuamente e della sua pessima abitudine di guidare a velocità supersoniche. Per non parlare dei parcheggi… totalmente negata. È incredibile come riesca a trasformare ogni viaggio in un’avventura. Ma alla fine, arriva sempre a destinazione.»
«Dai smettila di prenderla in giro, sono certa che con il tempo migliorerà. Magari, quando mi deciderò a prendere la patente, sarò anche più negata di lei.»
«Dubito seriamente che qualcuno possa superarla in questo, fidati principessa, ne ho viste di schiappe alla guida, ma come la nostra Elisabeth, nessuna.»
La notte era limpida, e la luna piena illuminava dolcemente la strada deserta. Dylan guidava con una mano sul volante, l’altra rilassata sul bracciolo, mentre la musica che proveniva dalla radio riempiva il silenzio tra loro.
«Ti va se prendiamo la strada più lunga attraverso la vallata o preferisci andare dritta a Soulsavers?» le chiese dopo aver percorso qualche chilometro.
«Hai bisogno di chiedermelo? Pensavo che mi conoscessi meglio di così.»
«Era solo per gentilezza, so benissimo che adori guardarmi mentre guido.»
«Sì, tra le altre cose che adoro fare con te,» rispose maliziosa.
«Un’altra parola e mi fermo. E non sarà per il panorama.»
«Forse è proprio quello che voglio.»
«Am, stai giocando con il fuoco.» Un lampo di sfida attraversò i suoi occhi, e il sorriso che si formò sulle sue labbra era pericolosamente lento.
«Mi piace.»
«Ancora una parola e ti scaravento sul sedile posteriore, altro che giro panoramico…»
«Provaci…» lo stuzzicò ancora lei.
«Non provocarmi Am,» l’avvertì lanciandole uno sguardo veloce.
«Peccato…» disse Amabel, inclinando appena la testa, la voce bassa e morbida come velluto.
L’improvvisa sterzata e la conseguente frenata con tanto di stridore delle gomme la fecero sobbalzare. Dylan si era fermato in una piazzola isolata, appena illuminata dalla luce della luna piena che brillava nel cielo.
«Stavi dicendo, piccola peste?» le chiese avvicinando pericolosamente il viso a quello di lei.
«I-io.. stavo solo scherzando.»
«Troppo tardi per rimangiarsi le parole, non credi tesoro?» le disse sfiorandole le labbra con le proprie.
Nel momento in cui le loro bocche si toccarono, il desiderio che avevano dovuto trattenere negli ultimi mesi, a causa della lontananza forzata, divampò come le fiamme di un immenso braciere. Poi fu solo istinto, un istinto primordiale che li guidò nella ricerca del piacere, nel riceverlo e nel donarlo. Amabel si ritrovò nuda dalla vita in su mentre Dylan non smetteva un attimo di baciarla e di dirle quanto l’amasse.
«Ti amo anch’io, m-ma io… io…»
«Shh, principessa, stai tranquilla, non supererò il limite. Lascia solo che ti ammiri.» Detto ciò le accarezzò la curva dei seni e del collo prima di chinarsi a deporle un bacio sulla spalla. Poi, con estrema delicatezza l’aiutò a risistemarsi il vestito allacciandole i bottoni sulla schiena, deponendole un bacio sul collo ogni volta che ne chiudeva uno. Quando ebbe finito l’abbracciò stretta nascondendo il viso tra le ciocche di capelli che si erano sciolte dallo chignon. «Sei la cosa più bella e preziosa che ho, Amabel, sei la mia stessa vita.»
Le parole di Dylan risuonarono nell’aria accaldata dell’abitacolo e Amabel si sentì in colpa perché, nonostante lo amasse ogni giorno di più, non riusciva a lasciarsi andare del tutto. Lui la tenne a lungo tra le sue braccia, forse intuendo il suo turbamento.
«Nessuna fretta, principessa. Siamo qui insieme e non c’è alcuna pressione. Voglio solo che tu sia felice e se c’è qualcosa che desideri o se hai delle preoccupazioni, voglio che me lo dica.»
Amabel sorrise dolcemente, rassicurata da quel ragazzo che la amava senza riserve. «Grazie, tesoro. Non c’è nessun altro posto in cui vorrei essere in questo momento. Stare tra le tue braccia è tutto ciò che desidero.»
Continuarono a scambiarsi parole d’amore per lunghe ore finché Amabel si addormentò sfinita tra le braccia di Dylan.
Verso l’ora di pranzo del giorno seguente, Amabel si svegliò nel suo letto, con il sole che filtrava attraverso le tende socchiuse, disegnando linee dorate sulle pareti della stanza. La testa le girava leggermente, come se fosse rimasta sospesa tra sogno e realtà più a lungo del previsto. Spostando le coperte, si accorse che qualcuno, molto probabilmente Dylan, l’aveva spogliata e le aveva fatto indossare la sua camicia da notte preferita, morbida e profumata, prima di infilarla sotto le lenzuola. Si stiracchiò lentamente, lasciando che i ricordi della notte precedente riaffiorassero a frammenti nella mente. Il ballo, le risate, il viaggio di ritorno, le loro provocazioni, e quel suo sorriso che le faceva sempre accelerare il battito. Non riusciva a trattenere un piccolo brivido di piacere al pensiero di quanto fosse premuroso con lei, anche nei gesti più semplici. Con un sospiro soddisfatto, si alzò e si diresse verso il bagno. Lo specchio le rimandò l’immagine di una ragazza con i capelli un po’ arruffati, ma con gli occhi che brillavano d’emozione. Si avvicinò al lavandino e, chinandosi leggermente, lasciò che i capelli le ricadessero sul viso. Nonostante l’aspetto disordinato, non poté fare a meno di sorridere quando percepì un leggero profumo agrumato che non poteva essere il suo. Era il profumo di Dylan, familiare e rassicurante, come una promessa silenziosa. Si alzò e si diresse in bagno, i suoi capelli erano un disastro ma, odorandoli, poté percepire il profumo agrumato di Dylan. Quella constatazione le fece apparire un dolce sorriso sul viso ancora assonnato, uno di quei sorrisi che sbocciano spontanei e illuminano la giornata.
I ricordi della notte appena passata le riaffiorarono alla mente e sentì un brivido caldo all’attaccatura delle cosce. Guardandosi allo specchio, notò i segni rossi che i baci di Dylan le avevano lasciato sulla spalla e sul collo e la sensazione di calore tra le gambe si accentuò.
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