Postfazione
Nei primi anni fuori dalla grande casa ho avuto molto tempo per pensare e riflettere su quanto accaduto, sulla mia storia. Per anni ho vissuto con la paura di ritorsioni e con il senso di colpa di essere viva. Pensavo agli amici che avevo perso lungo il cammino: ero stata fortunata, ma a quale prezzo? Ero viva, ma odiavo ciò che ero diventata. Ero guarita nel corpo, ma avevo lasciato dietro di me la compassione, l’amore, l’empatia. Non mi riconoscevo più. Ho passato anni a odiare anche la mia famiglia, scaricando su di loro quanto mi era accaduto e la colpa delle mie azioni, a cercare delle risposte che non avrei mai trovato perché le cercavo nel posto sbagliato.
La morte di Nergal segnò veramente la fine di tutto e leggendo il suo Grimorio mi resi anche conto che eravamo stati fortunati. In quegli anni passati insieme, Nergal aveva rivisto in noi la storia della sua vita e questo gli aveva permesso di provare un briciolo di umanità e di farci uscire vivi dalla casa Il senso di riconoscenza che ci aveva portato a rimanere legati a lui per tanti anni, ad accettare la sottomissione alle sue richieste e a minimizzare nella nostra coscienza gli orrori che vivevamo era legato principalmente al fatto che avevamo riconosciuto in lui uno dei medici del pronto soccorso dell’ospedale dove tutti eravamo stati portati in extremis. Anche se per il suo scopo, ci aveva salvato la vita e nella casa, a modo suo, aveva fatto da padre a tutti noi. Non abbiamo mai subito violenze fisiche e nemmeno verbali, se non consideriamo il plagio: partecipavamo tutti volontariamente ai sabba e alle serate di sesso ed eravamo ben consci di quello che sarebbe accaduto. Ma in Nergal non esisteva nessuna forma di freni morali: era il Maestro e seguiva rigorosamente il codice di comportamento della sua setta.
Tutti sapevamo che denunciare sarebbe stata la cosa giusta, ma nessuno di noi ha avuto il coraggio di farlo, perché le nostre esperienze pregresse con le istituzioni avevano alimentato la sfiducia totale nel sistema. In più, almeno per me, la paura di affrontare la mia famiglia, che era all’oscuro di tutto, e il rischio di perdere quella normalità che stavo riconquistando, era troppo forte. Quindi continuai la mia vita portandomi dentro il peso di tutto quanto mi era accaduto. Questo non fu facile e influì molto sulla mia personalità e sulle mie scelte di vita per molti anni. Solo quando seppellii il grimorio riuscii ad abbandonare la strada del rancore e trovare la forza di risalire, traendo il miglior insegnamento possibile da quella esperienza. Così tenni dentro di me solo ciò che era stato buono e lasciai andare il male, come mi aveva insegnato don Marco.
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