Capitolo 38 - Senza titolo (I La morte in faccia - cruda)
All’inizio non capii.
Era tutto confuso, sfuocato dal sole, irreale.
Solo alla fine collegai quella ruota di bicicletta, vista all’ingresso.
L’ultimo intervento che racconto in questa raccolta voglio descriverlo brevemente.
Perché solo Dio sa le immagini e le sensazioni che tornano alla mente.
Le ho condivise con pochissimi, e all’epoca mi tolsero il sonno per molte notti.
Successe il secondo anno di volontariato.
Era un venerdì pomeriggio d’estate, caldo e afoso.
I raggi del sole entravano prepotentemente attraverso le persiane semi abbassate, illuminando un piccolo appartamento all’interno di un grande complesso residenziale, nel centro di Padova.
Durante tutto l’intervento non capii cosa fosse davvero accaduto.
Fin dall’inizio cercai di incrociare gli occhi smarriti della ragazza, ma non ci riuscii mai: da quando la vidi distesa, seminuda, nel letto grande, a quando la trasportammo in ambulanza e poi la lasciammo in area rossa.
Sempre uguale.
I suoi occhi restavano aperti e fissavano il vuoto, come se attorno a lei non ci fosse più nulla.
Solo all’uscita dell’ospedale, parlando con il medico e l’infermiere, tutti i frammenti si ricomposero.
E allora compresi:
Compresi lo sguardo invisibile di quella donna, venuta dall’altra parte del mondo con chissà quali desideri e sogni.
Compresi le numerose chiazze di sangue denso, ovunque:
sulle lenzuola del letto grande,
sul pavimento della camera,
davanti al bagno,
tra le sue gambe tremanti.
Compresi le lacrime silenziose dell’altra donna,
che si muoveva lenta nell’ombra.
Compresi perché, dalla porta socchiusa del bagno,
avevo intravisto il medico chino sulla vasca.
Compresi lo sguardo cupo con cui il medico e l’infermiere ne uscirono, con guanti e scarponi sporchi di sangue.
Compresi perché il medico ci raccomandò di non entrare.
Compresi perché furono chiamati i carabinieri, che assieme al medico compilarono molti moduli.
Compresi quel silenzio funebre che riempiva l’appartamento.
E compresi, solo dopo, cosa era successo in quel bagno.
Quando osservai quella ruota di bicicletta all’ingresso.
E notai — che le mancava un raggio.
Questo è stato il primo capitolo che ho scritto e che ha dato inizio a questo libro.
L’ho scritto di getto, perché da anni ce l’avevo in testa.
Avevo bisogno di raccontarlo.
Ancora oggi non so trovare le parole per dargli titolo.
Ma forse un titolo non è necessario.
Spero solo che quella ragazza, venuta dall’altra parte del mondo, possa aver superato ed essere sopravvissuta a quel dolore.
Ancora oggi mi chiedo se avrei dovuto cercare quel raggio mancante.
Ancora oggi mi chiedo se avrei dovuto spingere quella porta socchiusa, per aprirla.
Forse è stato meglio non farlo.
Dopo quasi vent’anni, scrivendo questo libro, scelgo di chiudere quella porta.
Per sempre.
Altre opere da leggere
Un insolito viaggio di andata e ritorno
UN INSOLITO VIAGGIO DI ANDATA E RITORNO Era un sabato mattina di fine aprile. In attesa del treno delle 9:10 per Napoli, Olivia si stava godendo la colazione in un bar poco fuori dalla Stazione Centrale di Milano, prima di intraprendere il suo insolito viagg
Il nido
Il ruolo principale dei genitori non è crescere i propri figli ma aiutarli a spiccare il volo, dare loro lo possibilità di lasciare il nido con la consapevolezza delle proprie forze.
L'imperdonabile
Un uomo ingabbiato in un oscuro segreto, tormentato da un amore per una donna che sembra condividere lo stesso dolore. Il destino attende dietro l'angolo il momento giusto per farsi avanti, per rendere reale il sogno a lungo rinnegato, ma sta ai protagonisti r
Il custode dei riflessi
Ettore è un piccione che ha imparato a rallentare. Dal muretto del lungomare osserva il mare, le facciate di vetro e le vite che scorrono dietro le finestre. Tra tutte, lo colpisce quella di Elena: ogni giorno china davanti a uno schermo, impegnata a creare im