Capitolo 43 - Riflessioni finali - V. Perché ho terminato
Come già accennato, molti degli interventi vissuti sono rimasti impressi nella mia mente, scavando solchi profondi nella memoria.
Per non aggiungere altre immagini, altri odori, ho deciso di chiudere quel capitolo della mia vita.
Ogni volta che mi capita di passare – anche solo per caso – davanti a certi edifici o in alcune vie di Padova, quei solchi si riaprono.
Ancora oggi, mi ritrovo, con amici, per lavoro o semplicemente di passaggio:
- nel giardino pubblico dove incontrai la ragazza polacca di ventitré anni;
- davanti alla caserma dei carabinieri dove madre e figlia avevano cercato
riparo;
- alla stazione dei treni, tra tutta la gente che parte o che arriva, scorgo ancora la pista ciclabile che scende dal cavalcavia, il portico lungo, il parcheggio accanto;
Passo spesso anche:
- davanti alle case di riposo dove gli anziani, ridotti a cose, giacevano sommersi dal silenzio;
- nel condominio in cui l’uomo fu addentato all’orecchio, dove anni dopo fui chiamato come architetto per stimare due appartamenti;
- nel piccolo giardino in cui la donna urlava «sto soffrendo abbastanza», ricordo che l’ultima volta c’erano sparsi giocattoli per bambini;
In ogni luogo è rimasto un frammento di vita che si è aperto e svelato, con il suo peso, con la sua forza.
E con esso tornano immagini, suoni e odori che, a volte, mi isolano per pochi minuti, altre per l’intera giornata.
Eppure sento che molti di quegli episodi, vissuti spesso nel dolore, non si sono ancora pienamente rivelati.
Non si sono ancora del tutto aperti, lasciando dentro di me un senso di incompiuto, di mistero.
Quegli occhi sbarrati, segnati da uno squarcio sulla fronte, restano incompiuti.
Gli occhi della ragazza venuta dall’altra parte del mondo, rimasti fissi nel vuoto, restano un mistero.
Ma forse è la vita stessa che è incompiuta e misteriosa.
Forse è la vita stessa che non può essere separata dal dolore e dalla morte, che avanzano dentro di noi, proprio come avanzano lentamente negli occhi inquieti di Vincent van Gogh, nei suoi autoritratti.
E la vita è l’unica cosa che realmente abbiamo.
Fragile, tenace, ostinata.
È lei che trema e si agita dietro ogni sirena che sentiamo sfrecciare.
È la vita nuda, a volte nel suo stato più autentico, che entra ed esce dall’ambulanza.
È lei, l’unica vera protagonista, Dietro le Sirene.
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