Capitolo 1
VAGABONDO
Lo scoiattolo è immobile con la voluminosa coda alzata e vuole farsi ammirare, ma è guardingo perché il giardino della città non è il bosco, anche se ormai è quello il suo habitat. Gli occhietti saettano da una parte all’altra attenti a qualsiasi movimento di pericolo e, per un attimo, si bloccano a fissare l’uomo che dorme sulla panchina.
Non ci è dato di sapere cosa pensa lo scoiattolo, senz’altro si meraviglia di avere un vicino di casa così grosso e con un alloggio così strano all’aria aperta.
La sirena dell’ambulanza rompe l’incantesimo e l’animaletto con un balzo si precipita sul tronco e poi scompare tra il fogliame.
L’uomo si sveglia ma non si alza, rimane disteso con la testa appoggiata sul borsone, non è contento di essere stato disturbato, stava facendo un bel sogno.
Il giardino pubblico è un quadrato piccolo delimitato da alcune querce che creano una cornice di verde e attutiscono i rumori dei dintorni. C’è pure una fontanella apprezzata dai passerotti, creature saltellanti e gioiose, a differenza dei piccioni.
Quel fazzoletto di terreno è stato salvato dalla speculazione edilizia dopo lunghe e aspre battaglie del comitato di quartiere che ora continua la sua opera per impedire che il luogo diventi zona di spaccio di droga.
Il quartiere è costituito per lo più da palazzi degli anni ’50, dignitosi e testimoni di una comunità solidale e molto vivace. Gli abitanti sono tenaci e risoluti nel difendere le conquiste consapevoli di vivere in un ambiente unico e invidiato dagli altri quartieri confinanti. La gioventù è sempre stata coinvolta e ora è una importante linfa per mantenere vivo il senso di appartenenza e è ricca di iniziative anche originali.
Nel giardino da alcuni mesi hanno messo una casetta di legno con le antine di vetro colorata di giallo con una scritta “prendi e metti” per lo scambio di libri senza formalità alcuna.
La biblioteca ha una vetrata lungo il lato destro del giardino e i lettori godono della vista di quell’angolo di natura mentre lasciano galoppare la fantasia stimolata dal romanzo che li appassiona.
Lì vicino nella piazzetta con pavimento in porfido, c’è l’edicola-ufficio gestita da Amedeo che abita al secondo piano del palazzo di fronte. L’edicola-ufficio è un’idea dei ragazzi che mesi prima hanno pensato di offrire un comodo aiuto per gli anziani o per le persone in difficoltà con la burocrazia sempre più digitale.
Amedeo con la postazione internet è diventato indispensabile, il braccio operativo del quartiere e l’edicola-ufficio un punto informativo e di consulenza amministrativa. Amedeo è più conosciuto del Sindaco e a Natale riceve molti regali.
Nel quartiere ci sono poche badanti, lì si vive come in un paesino dove tutti si conoscono e si aiutano.
La presenza da pochi mesi del vagabondo nel giardino ha incuriosito e messo in moto una sorveglianza discreta, non tanto per la inesistente pericolosità, quanto per conoscerlo meglio e inserirlo nella comunità rispettando la sua scelta.
Il pensionato a passi lenti, appoggiandosi al bastone, procede rasente ai muri delle case per il suo turno di controllo, sa che a quell’ora il vagabondo è ancora disteso sulla panchina, tutti e due non hanno fretta e vivono la loro particolare quotidianità pacificamente. Lui, assolto il compito di nonno dopo aver riportato a casa la nipotina, deve camminare per un’oretta come gli ha ordinato il medico e ogni giorno compie lo stesso tragitto, incontra le stesse persone, guarda le stesse vetrine. Il vagabondo invece sembra abbia solo la preoccupazione di mettere qualcosa nello stomaco e, pertanto, ad una certa ora si reca prima in panetteria e poi all’alimentari per acquistare formaggio, qualità che cambia ogni due giorni.
La gente vorrebbe capire chi è, da dove viene e come mai fa quella vita, ma ancora nessuno ha fatto domande.
Quella realtà lui non l’avrebbe mai immaginata, è come vivere un’altra vita, una derivazione di un mondo che l’ha tradito, che prima l’ha illuso e poi l’ha messo in croce. Si è dovuto adattare al distacco dalle facce note, da amici sinceri in ambienti conosciuti, anima e corpo trasferiti in un’altra dimensione in diretta comunicazione con le stelle che ora sono la sua coperta. Non vuole rinunciare a credere e a sperare di farcela a risorgere, moderno Lazzaro.
Oggi c’è aria di festa, è sabato, i ragazzi non pensano alla scuola, ai compiti per il lunedì, si rincorrono allegri nel giardino, si sfidano senza pensieri, liberi e protetti da genitori, zie, nonni che fanno scudo ai pericoli sempre in agguato.
Il vagabondo beve avidamente quella spensieratezza, osserva e frena l’istinto di correre assieme a loro, di tornare bambino e progettare il suo domani.
Il pallone arriva sotto la panchina.
«Ciao, mi tiri la palla?» chiede Sandrino un po’ timoroso.
L’uomo si china, prende la palla e gliela passa.
«Grazie, io mi chiamo Sandrino, abito là e tu come ti chiami?»
«Pino, per gli amici Pinocchio.» sorride il vagabondo.
Sandrino rimane a bocca aperta, incredulo.
«Pinocchio?, va beh ciao Pinocchio.» e corre via ridendo.
Quel nome gli è uscito così senza controllo, ha pensato di trovare uno spunto per far ridere, ha cercato un risvolto leggero alla pesantezza di disperato e poi è stato un improvviso ricordo di infanzia che è venuto in superficie nella sua testa da chissà dove.
Aveva otto anni e una grande voglia di gioco, passava ore in giardino a tirare contro il muro, a dondolarsi sull’altalena e a scovare lombrichi che metteva in una cassetta all’ombra aspettando i due merli che sapevano di quella offerta frequente.
Casa sua era isolata dal resto del paese, circondata da campi di patate e carciofi, un ruscello scorreva placido lungo il lato nord dell’abitazione e a volte d’estate, con la finestra della camera aperta poteva udire il gracidare delle rane.
Pino, estate e inverno, portava i calzoni corti che facevano risaltare le ginocchia sbucciate e i segni rossastri delle numerose ferite frutto delle scorribande nei dintorni. Era cresciuto indipendente, anche contro voglia perché il fratello che gli era stato promesso, poi non era arrivato. Pino allora l’aveva inventato, faceva gare di corsa con lui, gli parlava e ci litigava pure. Alla sera a letto, prima di dormire, gli proponeva il programma per l’indomani.
La testa di Pino era un vulcano, eruttava miriade di domande, di tutto un po’, il mondo era tutto da scoprire e le risposte seguivano una logica elementare e insufficiente, ma tale da costruire una realtà tutta sua che andava verificata. La scuola era stimolante, i compagni si meravigliavano delle sue conoscenze, delle spiegazioni di fisica e delle caratteristiche degli animali.
Era tutta fantasia e desiderio di rendersi interessante e anche misterioso, soprattutto quando lui faceva riferimento al fratello che nessuno aveva mai visto.
Pino era diventato Pinocchio quel pomeriggio che aveva asserito con fermezza che il sale nasce dal mare e lo zucchero dal lago. Da lì il crollo delle certezze profuse a piene mani nei mesi precedenti e smascherate una dopo l’altra con l’aiuto della maestra.
Ora sulla panchina rimpiange quegli anni, le sfide e la curiosità nell’esplorazione dei boschi alla scoperta di tracce di leggende di cui narravano i vecchi del posto.
La sera si insinua con discrezione nel giardino, le prime ombre si allungano a creare disegni nel terreno, le presenze diventano assenze e i silenzi veicoli di tranquillità.
Non così in un caseggiato della piazza dove le pene d’amore di Gaia sono fonte di contesa tra madre e figlia che si fronteggiano, l’una forte dell’esperienza di donna matura e l’altra cocciuta nel rivendicare le sue scelte amorose.
Gaia non è ancora maggiorenne e crede di saper valutare le faccende della vita come una adulta ed è convinta del suo amore incompreso.
Lacrime e porte sbattute movimentano la serata, il clima è surriscaldato.
Gaia è una ragazzina vivace, un po’ turbolenta, con l’argento vivo in corpo. Sogna come tutte le sue coetanee e come loro confida i suoi pensieri al diario.
Distesa sul letto prende un foglio e inizia a scrivere, le parole scorrono irregolari, è una scrittura nervosa, bagnata dal pianto. Si chiede perché l’amore deve essere frenato, addirittura respinto quando le persone proclamano il valore dei nobili sentimenti alla base dell’esistenza, qualcosa non le quadra, forse è solo teoria? Incomprensione inaccettabile.
Le pareti della camera sembrano stringerla in una morsa, le sembra che l’aria sia sempre di meno, boccheggia, soffoca, corre ad aprire la finestra che dà sul piccolo prato.
Più in là Amedeo abbassa la saracinesca dell’edicola-ufficio, stanco al termine della giornata intensa, mentre il vagabondo sta per concludere un altro giorno anonimo, di attesa. Uno sguardo al cielo lo rassicura che non pioverà e pertanto passerà la notte sulla panchina.
/ / /
Pino è innamorato, non è la prima volta, mai il sentimento è stato così intenso e sconvolgente. È innamorato della persona sbagliata per più di una ragione: lei è sposata e lavora con il marito dove pure Pino è impiegato. Pino ha una sua interpretazione della vita, pensa che si debba osare, confondere le acque e navigare nella nebbia delle incertezze, impersonare parti diverse che mutano nel tempo, in altre parole sfruttare la situazione del momento, perseguire la propria convenienza con cinismo, essere Pinocchio.
La carica sessuale di lei è la causa di continue provocazioni ingovernabili, il matrimonio non è un argine difensivo, non può contrastare gli impulsi e Pino è cascato nella rete.
Pino è debole, non ha etica morale e quindi è incosciente, si butta nell’avventura e non si pente mai. Nel tempo, complice anche la vicinanza sul posto di lavoro, la relazione ha messo radici profonde, gli incontri clandestini si intensificano così come l’ostilità sempre più manifesta del marito di lei che non accetta il tradimento.
Pino persevera, si è innamorato e fantastica.
Il sasso che rompe il vetro della finestra di casa, la gomma dell’auto tagliata non lo fermano, è cieco, non vede che il limite è superato e non valuta le conseguenze.
La situazione precipita quando il marito finge di doversi assentare per lavoro e la notte ha la conferma che i due lo fanno becco trascorrendo la notte in casa di Pino.
Una sera rientrando a casa Pino, nell’androne del palazzo, subisce da uno sconosciuto una violenta aggressione che lo lascia tramortito e con due denti rotti. Finalmente capisce la gravità delle sue azioni e la notte, con la borsa del ghiaccio a lenire il dolore, tra lamenti e paure decide di troncare la relazione.
Il giorno dopo trova sulla scrivania la lettera di licenziamento e un foglietto con scritto “ attento, guardati le spalle”. Cosa può fare? Ora è molto spaventato e prende carta e penna e scrive a Gaia che tutto è finito, la amerà sempre ma è costretto a fuggire in un’altra città e riesce a consegnare lo scritto a lei che lo vede tumefatto e agitato.
/ / /
Pino, ancora disteso, avverte un pizzicore al naso, sono i profumi della primavera, si desta. Sopra la coperta trova la merendina che Sandrino gli ha appoggiato prima di andare a scuola, è sorpreso di iniziare il giorno con quella testimonianza di affetto.
Si guarda attorno, il giardino è deserto, un po’ gli dispiace, ha bisogno di vedere gente, di essere dentro quel mondo nuovo, la sua fuga lo corrode.
Pino si stropiccia gli occhi, un foglio sospinto da un leggero vento plana sulla sua testa, lo prende per buttarlo e scopre che è un messaggio.
“Amare è vivere, senza se e senza ma, è la molla dell’esistenza e il mio cuore è pieno di amore per te, il giorno inizia e finisce con l’immagine del tuo sorriso, dei tuoi occhi che brillano e del ricordo delle tue carezze. Senza di te tutto è nero, non c’è domani senza la tua presenza. Se non posso averti, allora la mia vita è inutile.
Tua per sempre.
GAIA.”
Pino scatta in piedi, il cuore è in tumulto, la testa gira come una trottola, guarda il cielo, è da lì che è arrivato il foglio, lo rilegge, deve assolutamente trovare Gaia che, chissà come ha fatto, è lì da qualche parte. Dove trovarla? Non può perderla di nuovo!
Agitato, è preso da un calore tale che fatica a respirare, raccoglie le sue poche cose e s’incammina per le strade intorno, scruta le persone, guarda attraverso le vetrine dei negozi, dei bar. Chi lo vede si stupisce che abbia abbandonato la panchina e giri senza meta con gli occhi che paiono schizzare fuori dalle orbite.
Pino davanti alla vetrina vede riflesso il suo viso, i capelli arruffati, la barba incolta, il naso con le venuzze rosse. Se Gaia lo vede così malridotto non può riconoscerlo e, pertanto, decide di entrare dal barbiere a farsi sistemare.
/ / /
In casa della ragazza c’è sgomento, Gaia è sparita, i genitori non l’hanno vista uscire ma lei non c’è, capiscono che è fuggita dalla finestra e temono per lei. Si precipitano fuori, uno in una direzione e l’altro per altre vie, interrogano le persone, lanciano l’allarme e ora sono tutti sguinzagliati nella ricerca.
In casa del moroso nessuno sa nulla e anche loro si domandano dove Gaia possa essere.
Pino uscito dal barbiere rimesso a nuovo, si ferma da Amedeo, gli dice che cerca Gaia, è questione di ore, non si può aspettare troppo, la sua spiegazione è confusa, parla a strappi, sembra farneticare.
Camminando arriva fuori dalla scuola e incrocia Sandrino che lo squadra meravigliato per quanto è cambiato.
«Ciao Pinocchio, ti sei fatto bello, quasi non ti riconoscevo! Come mai sei qui?»
«Sandrino, sono disperato! Guarda ho trovato questo foglio, è di Gaia, la sto cercando da ore!» e Pino gli fa leggere lo scritto.
«Pinocchio, stai calmo! Adesso vado a casa, lascio la cartella e poi vengo al giardino per aiutarti. Ci vediamo là.» e Sandrino corre via.
Amedeo sta ripensando a quello che gli ha detto il vagabondo, è perplesso, capisce che è successo qualcosa, forse il vagabondo ha qualche problema di testa. Sta sistemando le riviste quando un suo cliente lo informa delle ricerche in atto.
«Gaia sparita? Ma il vagabondo…Come può essere…Ma loro due…impossibile che lei…che lui…lui è stato qui, aveva una faccia…»
Il quartiere è in subbuglio, Gaia non appartiene solo alla sua famiglia, fa parte della comunità, tutti si sentono mamme e papà, non possono permettere che succeda qualcosa di brutto a uno di loro, sarebbe una sconfitta del progetto di convivenza e solidarietà.
Da qualche parte, in un sottoscala, su un tetto, in una viuzza, dietro una siepe c’è un’anima disperata, in cerca di risposte impossibili, domande forse che non hanno una risposta perché la vita non dà risposte, pretende che ognuno percorra la propria strada con impegno e convinzione e bisogna combattere per non uscire di strada e perdersi.
Pino vaga, vaga e ricorda Gaia, le ore trascorse abbracciati, i discorsi fatti di illusioni e promesse. Gaia amava l’acqua, l’emozionava come poche cose al mondo, ne era attratta, quante volte stavano in silenzio a lasciarsi trasportare dal senso di pace di quel verde-azzurro.
Il vagabondo si scuote, ha un’ispirazione, sa che deve andare dove c’è l’acqua, è sicuro di trovarla immobile ad aspettarlo.
Il cervello elabora, analizza ma è il cuore che comanda e Pino sta seguendo ciò che gli dice il cuore, crede che dopo anni la sua storia con Gaia possa ripartire da dove si era bruscamente interrotta. Si dirige verso il laghetto appena fuori il quartiere mentre altri perlustrano le strade, chiedono, si informano e sperano.
Sandrino non trovando il vagabondo nel giardino, si ferma da Amedeo.
«Sandrino ma di che lettera parli? Ma di che amore scrive? Stai a vedere che… ti ha fatto leggere il foglio? Dobbiamo trovarlo e capire.» dice Amedeo chiudendo l’edicola per unirsi agli altri.
Pino corre, è tanto che non corre, ansima, suda. Ecco il laghetto, si ferma e scruta le sponde, è deluso, lei non c’è!
Altra gente è diretta lì perché ha visto Pino trafelato andare in quella direzione, le ipotesi sono tante, anche spaventose.
Pino cammina intorno al laghetto, guarda nella vegetazione che lo circonda, il cuore batte come un martello, sente male, ma ecco là, tra gli alberi un casottino di legno. Riprende a correre, si arresta davanti alla portina sgangherata, tentenna, non si decide, ha paura.
Finalmente allunga una mano, spinge la porta, dentro è buio ma nell’angolo, accucciata, ecco la sagoma di Gaia.
«Gaia, sei tu? Eccomi, sono arrivato! Vieni fuori da questo schifo, dobbiamo parlare!»
Gaia rimane rannicchiata davanti allo sconosciuto che le parla come se la conoscesse.
«Ma tu… non so chi sei…voglio andare a casa!» dice Gaia alzandosi.
Arriva Amedeo con Sandrino e altre persone, si fermano a pochi metri perché vedono il vagabondo che esce dal casottino sorreggendo Gaia piangente.
Pino e Gaia sono circondati, la tensione sparisce di colpo sostituita dalla gioia, Sandrino abbraccia Pino, c’è chi telefona ai genitori per la bella notizia e chi non cessa di complimentarsi con il vagabondo.
Pino è frastornato, non capisce chi è quella ragazzina e tutto il trambusto intorno, sa solo che lei non è la sua Gaia.
Giungono i genitori di Gaia, sono felici, le spiegazioni arriveranno a casa più tardi.
Ora sono in tanti a fare festa, il vagabondo è travolto dai ringraziamenti, tutti gli sorridono, gli chiedono il nome, alcuni non lo riconoscono abituati al suo aspetto con barba e capelli lunghi, ora è l’eroe del quartiere.
«Pinocchio sei grande! Tutti a cercare Gaia di qua e di là e tu sei stato il più bravo! Che storia da raccontare ai miei amici!» esulta Sandrino saltando come un grillo, felice di aver vissuto quella avventura.
Pino non può sottrarsi all’affetto della comunità, ora è uno di loro, ma continua a pensare a tutta la storia, non era quella la fine che si aspettava, deve tornare sulla terra, i sogni restano sogni.
Amedeo e Sandrino accompagnano il vagabondo alla panchina.
«Ciao Pinocchio, abbi cura di te, ci vediamo domani.» lo saluta Sandrino.
Tramonta il sole, la calma invade il quartiere e il vagabondo, stanco, si addormenta con il foglio tra le mani.
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