Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Il governatore di Giovanni Orefice

Il governatore

S’alzò dalla scrivania quando il brusio dall’esterno divenne più insistente, così da distoglierlo dalla lettura delle carte che gli stavano davanti. Documenti pieni di cifre e preventivi ormai vanificati dagli ultimi avvenimenti nazionali. Vera e propria cartastraccia che egli s’intestardiva a rileggere per convincersi della distanza incommensurabile tra progetto e realtà.

Mosse dapprima qualche passo per la stanza, solenne e triste come le abitazioni d’altri tempi, avvolta nella penombra dal pesante tendaggio davanti alla portafinestra; poi gettò alla piazza uno sguardo pieno d’apprensione. Era gremita di gente. Segno che la situazione stava davvero precipitando. In altre occasioni avrebbe messo un argine perché la violenza non prendesse il posto della ragione, distruggendo quanto di buono c’era in quel popolo deluso da sempre nell’aspettativa di una vita normale e pur costretto dagli eventi a vivere nell’emergenza perenne. Ma stavolta era diverso. A lui sarebbe toccato l’ingrato compito di dire le cose come stavano. E subito dopo avrebbe rassegnato le dimissioni, sebbene quanto succedesse era al di fuori del suo controllo. Per sé non avrebbe invocato né comprensioni né attenuanti, ma forte era il rammarico per l’occasione perduta. Con la caduta del governo centrale, la città non avrebbe ricevuto i finanziamenti che lui stesso s’era assicurato con grande abilità durante lunghe ed estenuanti trattative, vincendo la diffidenza di quanti inizialmente non avrebbero scommesso un solo centesimo nei suoi progetti così ambiziosi. Ma senza opere pubbliche non ci sarebbero stati neppure i posti di lavoro, che per tante famiglie avrebbero rappresentato la possibilità di un’esistenza più dignitosa e per la città l’occasione di scrollarsi di dosso il triste primato di capitale della disoccupazione. Insomma, tutto faceva presagire un periodo di disordini, in cui si sarebbe consumata la rabbia tenuta lungamente a freno dalle tante promesse puntualmente tradite.

Al terzo squillo di telefono, l’impiegato s’affacciò nella stanza ma un gesto perentorio del governatore lo ricacciò fuori. Si diede del vigliacco per non aver risposto ma poi gli sembrò la decisione più giusta. Non avrebbe accettato nessun ultimatum dalla malavita, sebbene avesse riflettuto per due giorni interi sulla proposta di trasformare la Capitale in un’enorme bisca dove riciclare i proventi di delitti, rapine, estorsioni… In compenso, ci sarebbero stati centinaia di migliaia di posti di lavoro. Forse un milione nel giro di qualche anno. E niente tasse. Un vero e proprio paradiso fiscale per chi avrebbe portato soldi da investire in attività che non sarebbero state più ritenute illecite. Gliel’aveva spiegato il boss della famiglia più potente della zona in un colloquio privato fatto di promesse esplicite e di velate minacce, senza che lui gli avesse saputo rispondere a tono. E i ragionamenti del malavitoso non erano stati più spregiudicati di quelli di un politico, con la differenza che il primo avrebbe tenuto fede alla parola data.

Il governatore non era pentito di quell’incontro né lo riteneva meno importante dei tanti avuti con deputati e ministri. Avrebbe fatto l’impossibile per ridare una speranza alla sua città, ma derogare ai suoi principii morali era tutta un’altra cosa.

Educato in seminario come molti dei ragazzi della sua generazione nati poveri, poco più che ventenne aveva sostituito la fede politica a quella religiosa. Nel partito era entrato come militante e a trent’anni era già un brillante dirigente che riscuoteva un successo straordinario tra la gente semplice per la quale politica significa casa, lavoro, istruzione gratuita per i figli. Si era prodigato perché questi diritti si affermassero e perché la vita non diventasse per i deboli una faccenda troppo pesante da sopportare. Si era scontrato finanche coi compagni di partito, cui rimproverava un attaccamento morboso alle formule, ai discorsi astratti, alle discussioni sterili che perdono di vista le cose da realizzare ogni giorno.

Quand’era stato sindacalista, aveva lottato coi braccianti contro le vessazioni del caporalato locale. Da allora per circa un anno aveva convissuto con la paura di essere ucciso da un momento all’altro. Non passava giorno che non ci fosse un’intimidazione o un avvertimento. Se camminava per strada, giorno o notte che fosse, due o tre pallottole sparate da una mano invisibile lo mancavano apposta. Giusto per fargli capire che non si erano scordati di lui. E che nessuna protezione l’avrebbe potuto salvare: né in terra né in cielo. Fu così che il partito lo trasferì nel nord a riorganizzare alcune sezioni. Ci restò due anni. Gli sembrò una punizione più che un riguardo alla sua persona. Tant’è che nessun altro prese il suo posto nella lotta alla malavita.

Quando fu eletto deputato comprese la distanza che separa gli eletti dagli elettori. Quasi sempre, questi ultimi sono lo strumento involontario per conquistare un potere personale che non ha nulla da spartire coi bei proponimenti sbandierati prima delle elezioni. Pertanto, terminato il mandato di parlamentare, che aveva tentato di svolgere coscienziosamente, preferì non ricandidarsi per il timore non infondato di tradire gli ideali che ispiravano il proprio agire politico.

Ritornato nella sua città, fu eletto governatore con un risultato plebiscitario. La gente non l’aveva dimenticato e riponeva in lui le proprie speranze, cosicché a volte se ne sentiva schiacciato. L’aver fatto carriera non ne aveva mutato l’indole. Gli era rimasto un fondo di ingenuità che traspariva dai suoi occhi nei momenti più impensati. Benché il lavoro della politica gli avesse insegnato a mediare, diceva pur sempre pane al pane e non aveva mai smesso di scaldarsi e di soffrire davanti alle ingiustizie perpetrate ai danni dei più deboli. Era sempre stato convinto che il mestiere del politico consistesse nel dare voce a chi non ne aveva abbastanza per farsi ascoltare.

Per questo suo modo di pensare, era considerato un demagogo. E non solo dai suoi avversari. Ma chi ne conosceva la limpidezza morale e ne apprezzava la sincerità delle intenzioni continuava a stare al suo fianco. Il carisma certo non gli mancava.

Frattanto, la piazza s’era svuotata senz’alcun motivo plausibile. La polizia non era intervenuta a disperdere il corteo dei disoccupati né ad essi era stato promesso alcunché.

La notizia dell’agguato era giunta all’orecchio dei protestatari prima che a quello del governatore, al quale fu comunicata dall’usciere di guardia allo studio. I particolari si conobbero solo nel corso della mattinata. Si diceva di uno scontro a fuoco tra clan malavitosi in cui era morta una giovane donna colpita da un proiettile vagante mentre la figlioletta di pochi anni che portava per mano era rimasta miracolosamente illesa. Altri passanti, invece, avevano riportato ferite lievi o quantomeno non gravi.

Al governatore che stava per precipitarsi sul luogo del delitto fu consigliato di non muoversi. La sua presenza avrebbe potuto fomentare il disordine pubblico. Né la polizia gli avrebbe potuto assicurare un’adeguata protezione. La raccomandazione a non esporsi gli venne direttamente anche dal questore in un breve ma intenso colloquio telefonico.

Così, restò da solo a rimuginare su quanto gli accadeva intorno senza che egli potesse fare niente per ridare sicurezza e fiducia ai suoi concittadini. Profeticamente pensò a quell’agguato come al primo di una lunga serie di avvenimenti delittuosi che sarebbero stati spiegati dai professionisti della malavita organizzata come la lotta tra famiglie rivali per il controllo del territorio. Niente di più falso.

La cronaca dei giorni successivi gli diede ragione. Ma, purtroppo, era una verità che conosceva solo lui. Benché all’apparenza sembrassero tutti dei perfetti regolamenti di conti, la maggior parte delle vittime degli agguati era gente inerme – spesso bambini, donne e anziani – o persone incensurate come piccoli rapinatori, borseggiatori, spacciatori della dose quotidiana.

Tutto ciò creava panico nella popolazione poiché nessuno si sentiva al sicuro. Non era più vero il detto: “basta che s’ammazzino fra loro”.

La certezza che la sua non fosse un’idea balzana, il governatore l’ebbe quando in un consiglio regionale convocato d’urgenza l’opposizione al completo lanciò la proposta di nuovi posti di lavoro con l’insediamento di un casinò in un’importante area industriale ormai dismessa.

Così, la proposta della malavita che egli aveva rifiutato era stata raccolta dall’avversario che ne avrebbe fatto il proprio cavallo di battaglia nelle imminenti elezioni amministrative.

La collusione tra criminalità organizzata e forze politiche dell’opposizione era più che una semplice congettura.

Se fosse dipeso da lui, il governatore avrebbe denunciato subito il patto sciagurato, ma era in ballo la reputazione della coalizione di cui faceva parte, che correva il rischio di non riuscire a far rieleggere il proprio rappresentante, chiunque fosse il designato. Insomma, non erano in gioco motivi personali, benché qualche altro li avrebbe tenuti nel debito conto; si trattava di una faccenda molto più seria, che riguardava direttamente il partito.

Quanto la questione fosse delicata, egli se ne rese subito conto nella riunione della direzione, convocata su sua espressa richiesta. Dopo averlo ascoltato attentamente, senza mai interromperlo, poiché il racconto, nonostante la leggera balbuzie del narratore, era chiaro e particolareggiato, i dirigenti gli chiesero come intendesse comportarsi, conoscendone la personalità forte e indipendente, insofferente a qualunque strumentalizzazione o prevaricazione.

In verità, il governatore non se l’aspettava un atteggiamento così accondiscendente, per quanto nel partito a tale riguardo già da alcuni anni fossero in atto cambiamenti significativi. Cosicché ne fu colto alla sprovvista.

Stavolta, la balbuzie gli fece velo al punto da biascicare poche cose senza senso. In seguito, tornando col pensiero a quel frangente, non avrebbe ricordato quanto detto. Perciò, per trarsi d’impaccio, non trovò niente di più originale che affidarsi alle decisioni della direzione.

Il partito tacque nel modo più assoluto sull’incontro col boss della malavita, ritenendo la notizia un vero e proprio boomerang. Tale decisione, benché fosse biasimevole dal punto di vista etico, si rivelò politicamente una mossa azzeccata.

A circa un mese dalle nuove elezioni, fu ritirata la candidatura del governatore uscente che, per meriti organizzativi, - così recitava una nota del partito – entrava a far parte della direzione. Sicché nel giro di qualche giorno egli lasciò la sua città per andare a ricoprire il nuovo incarico.

Per la cronaca, la coalizione uscente rivinse le elezioni, benché il candidato designato fosse un funzionario anonimo e piuttosto grigio.

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