Capitolo 1
L’attesa.
Il sole era già alto quando le prime imbarcazioni di ritorno dalla pesca notturna apparvero finalmente all’orizzonte.
Procedevano insieme, quasi a tenersi compagnia, e sembravano aspettarsi l’un l’altra.
Alcuni tra quelli che scrutavano il mare dalla banchina scossero la testa, altri semplicemente abbassarono lo sguardo.
Il piccolo paese, abbarbicato intorno all’ansa del porto in una sorta di abbraccio, dava l’impressione di sonnecchiare ancora: le imposte sì, erano aperte, e l’umidità della notte era già del tutto svanita mentre l’aroma del caffè si andava diffondendo nell’aria, ma l’impressione era quella di un torpore vigile, come se qualcosa si fosse insinuato su per i vicoli stretti e a tratti angusti, a rallentare il normale dipanarsi delle attività quotidiane.
In quell’apparente quiete, esplose l’eco delle grida di una donna:
“Celinaaa… Celina!”
Ma Celina non rispose – non lo faceva mai, del resto.
Anche quel giorno sua madre ripeté il richiamo tre o quattro volte, ad intervalli regolari, aggiungendo una nota ora supplichevole, ora stizzita, ora di lamentosa sopportazione, quasi a cercare il registro più adatto a far breccia nell’ostinata insubordinazione della bambina.
Celina era la figlia del Pirata, e come suo padre non obbediva a nessuna legge, e tanto meno alle regole che sua madre provava a darle.
Quella mattina era sgusciata fuori di casa alla chetichella, silenziosa come un’ombra, e ora si avviava a passi rapidi verso il porto, con i sandali in mano. Si sarebbe fermata sulla banchina, a guardare gli uomini scaricare il pesce mentre aspettava il ritorno dal mare di suo padre. Un rituale iniziato quando era piccolissima: a quel tempo, era sua madre a portarla in braccio fino al porto, dove suo padre era indaffarato intorno alla barca e alle reti, o magari era intento a parlare fitto fitto con altri uomini, e così loro due gli facevano solo ciao ciao con la mano da lontano.
A volte invece lo aspettavano e tornavano a casa tutti insieme, come un’allegra brigata di personaggi usciti da un cartone animato.
Lungo la strada c’era sempre qualcuno che salutava da una finestra, o che li fermava per scambiare due parole e magari fare i complimenti alla bambina che cresceva tanto in fretta quanto il tempo che passava – e la brezza leggera e fresca che veniva dal mare a Celina sembrava la carezza di una fata gentile.
Poi le cose erano cambiate.
Una volta, di notte, Celina si era svegliata di soprassalto: la luce accesa nel corridoio filtrava da sotto la porta della sua cameretta. Un parlare rapido e sottovoce di mamma e papà l’aveva messa all’erta, poi aveva creduto di sentire un pianto sommesso e un nome sussurrato – era forse il suo? – e alla fine passi rapidi giù per le scale, la luce spenta e infine più nulla, per quanto tendesse l’orecchio.
Quella notte un peso le si era posato sul petto, un po’ come quando il vecchio gatto Odino saltava sul letto e le si accoccolava addosso facendole fusa.
Erano passati i giorni e le notti, ma il peso era rimasto lì, ad accorciarle il respiro.
Fu così che proprio quella mattina Celina decise che era giunto il momento di chiarire tutto con papà, perché quel peso era ormai troppo grande per il suo piccolo cuore.
Non poteva ancora sapere che nella luce vivida di quella giornata così bella la banchina del porto le sarebbe apparsa molto diversa dal solito.
Il silenzio del mattino si andava increspando in un brusio di voci, ed una piccola folla si accalcava tra gli ormeggi e le casse del pescato, di cui stranamente nessuno si curava in quel via vai frenetico.
Celina si avvicinò stupita e curiosa.
Si mise ad ascoltare, ma le frasi le arrivavano confuse e sovrapposte, e alcune delle parole pronunciate in fretta proprio non le capiva.
Perché a lei le voci arrivavano come una sinfonia, di cui riusciva a seguire l’andamento melodico, il ritmo, le assonanze e le dissonanze, che la confortavano o l’allarmavano, a seconda – ma il filo che l’avrebbe condotta al senso, al significato, alla conclusione, ad un certo momento si sbiadiva e si sfilacciava, fino a sparire del tutto lasciandola sospesa, ad attendere qualcosa che non arrivava mai.
Quella era la sua ultima estate di libertà, diceva sempre la mamma, poi a settembre sarebbe andata a scuola anche lei. Non le sembrava una cosa poi così brutta, perché si era fatta l’idea che andando a scuola finalmente avrebbe imparato a capire i discorsi dei grandi.
Ci pensò ora, a quel settembre che stava per arrivare, e alla scuola, rammaricandosi e aggrottando le piccole sopracciglia sottili, nello sforzo di afferrare il senso di quei frammenti di conversazioni che danzavano nell’aria in mezzo alla folla sulla banchina.
Due gozzi non erano rientrati: quello del Pirata e quello del suo socio.
Il soprannome di Pirata il padre di Celina se lo era dato da solo, dopo che aveva perso un occhio in un incidente in mare.
La madre di Celina diceva che non era stato un incidente, e non la smetteva di accalorarsi con parole grosse e spaventose come guardia costiera e contrabbando, ma il Pirata scuoteva la testa, arricciando le labbra in quel sorriso che piaceva tanto alle donne, e restava in silenzio.
“Non rispondere mai, eh. Tu e il tuo amico. Vabbè socio, è uguale. Non mi piace, non mi piace per niente, te l’ho detto e te lo ripeto, e lo sai che non mi sbaglio”.
Ad un tratto qualcuno tra la folla si accorse di lei.
E tu qui che ci fai? Ma non è la figlia del Pirata?
Effettivamente i due erano come due gocce d’acqua: lo dicevano sempre le persone incontrate per strada o che venivano a casa a far visita, e lei sentiva la gioia zampillarle su dal cuore come il getto di una fontanella. “Ma guardala: lo stesso sorriso, la stessa forma del viso: Pirata, è proprio figlia tua eh!”
Una di quelle sere d’estate quando i grandi stavano alzati fino a tardi, seduti fuori dall’uscio e nei cortili a cercare il fresco, Celina aveva sentito dire la frase “Se Dio toglie, è per dare qualcosa di più grande”, e quella notte aveva sognato suo padre con un occhio azzurro grande grande al centro della fronte.
Ora l’attenzione della piccola folla radunata sulla marina era tutta per lei, Celina: alla fine si concordò di riportare la bambina a casa sua, perché non era proprio il caso che rimanesse lì, viste le circostanze.
Il figlio di uno dei pescatori, un ragazzo magro e lungo, con le spalle curve e gli occhi acquosi, l’aiutò ad infilarsi i sandali e la prese per mano. La strada la sapeva bene fino ad un certo punto, per cui si lasciò guidare dalla manina sicura di Celina.
A casa trovarono solo le donne, radunate nel cortile: gli uomini erano tutti al porto o in giro per il paese a cercare notizie.
Un po’ in disparte sedeva la madre di Celina, poi c’erano le due nonne, le zie sorelle del Pirata che vivevano in paese, e alcune vicine di casa con i figli piccoli. L’arrivo di quella strana coppia non sembrò scuotere più di tanto la piccola congrega.
Solo la madre di Celina si alzò a fatica, come se lacci invisibili la trattenessero a sedere su uno dei gradini davanti alla porta di casa, e si avviò lentamente ad accogliere i due.
Il ragazzo le raccontò come avevano trovato Celina, sulla banchina in mezzo alla folla, e come tutti si fossero presi cura di lei cercando di non turbarla.
“Ma la bambina… capisce?”
“No… cioè sì e no”
Nell’imbarazzo che sempre la prendeva quando parlava della figlia, la madre di Celina capii che qualche spiegazione se la maritava quel ragazzo così premuroso e gentile.
“Sente, sente, quello sì. E capisce anche, ma a modo suo. Adesso a settembre quando andrà a scuola vedremo. È brava però, è tanto brava, vero Celina? anche se ogni tanto, eh… fa di testa sua, ma come tutti i bambini, no?”
Il ragazzo esitò prima di accomiatarsi, quasi fosse combattuto tra due possibilità che avrebbero potuto cambiare il destino di tutti: della bambina, della madre, di lui medesimo, e perché no anche quello del Pirata.
Ma la verità era che non restava che aspettare, come stava dicendo la madre di Celina con voce incolore, quasi parlando a se stessa.
“Allora signora io vado”.
Prima di svoltare l’angolo, si voltò un paio di volte per fare cenno con la testa a Celina, che continuava a salutarlo con la manina e lo sguardo serio.
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