Capitolo 1
Torneremo
Il signor Harry Blake si era affezionato a quella passeggiata che ormai ripeteva ogni sera, e gli era ormai difficile rinunciarvi. Aveva iniziato solo per ingannare l’attesa dell’imminente evento che lo riguardava, ma si era trasformato man mano in una piacevole, appagante abitudine.
In quel nebbioso novembre, circondato da un silenzio che gli accarezzava i sensi ancor più di una musica rilassante, percorse il viale dove abitava e raggiunse il centro. Solo il suono dei suoi passi sul selciato gli teneva compagnia. Passò davanti a finestre in gran parte chiuse da persiane o tapparelle, ma talvolta spalancate sul buio della stanza, o appena velate da tende che, mosse dal vento, facevano baluginare all’interno la luce che si rifletteva dagli ultimi lampioni ancora accesi sulla strada.
La città davanti a lui aveva la calma immobile di un paesaggio lunare.
Il signor Harry prese dalla tasca il pacchetto di sigarette, ne accese una, aspirò e poi spinse fuori il fumo, osservandone le volute che si disperdevano nell’aria fredda della notte.
In quella pace, in quel silenzio spettrale, provava una grande felicità. Era felice perché si sentiva a posto con la coscienza, perché sapeva che il futuro sarebbe tornato a sorridere e la paura non avrebbe più attanagliato la sua anima e quella delle persone che amava.
Eppure, adesso che quel periodo stava per finire, il signor Harry provava anche una punta di malinconia. Aveva lavorato così tanto in quegli ultimi cinque anni, ed era stata una vita frenetica, senza respiro, senza mai sapere quanto lo avrebbero lasciato nello stesso posto prima di trasferirlo di nuovo, costringendolo a cambiare città, abitudini, amicizie.
Per questo si era imposto di non affezionarsi mai a niente e a nessuno, ma con quella città era stato diverso. Forse perché lui era stanco, e i lunghi viali alberati erano così riposanti, le vecchie case vittoriane così accoglienti, e gli abitanti tanto semplici e ospitali.
Presto anche da lì se ne sarebbe dovuto andare. Gli sarebbe mancata, ma questa è la vita.
Mentre percorreva a passi lunghi e lenti la via principale, che un tempo era stata piena di traffico e di negozi, il signor Harry pensò a quando tutto questo era iniziato, cinque anni prima. Allora il mondo era in piena attività, la vita pulsava, la gente aspettava l’auto che si guida da sola e i treni Hyperloop che fan sembrare lumache persino gli aerei, fantasticava di viaggi turistici su Marte e si affidava agli sviluppi della medicina rigenerativa che avrebbe allontanato per sempre la malattia e persino la morte. Nulla sembrava impossibile all’uomo, nulla pareva potesse infrapporsi fra lui e il meraviglioso futuro che lo attendeva.
All’epoca il signor Harry aveva un incarico in Cina. Abitava in una metropoli di milioni di abitanti che occupavano grattacieli enormi, giganteschi alveari che di giorno parevano oscurare il sole e di notte si accendevano di una miriade di luci. Tutto in quella città era smisurato, tutto, al suo arrivo, lo aveva colpito con la follia dei suoi eccessi.
Tutto tranne Mei Li, la ragazza dagli occhi a mandorla che parevano schegge di basalto e dai lunghi capelli di seta nera. Mei Li era l’esatto opposto della città in cui viveva: discreta, timida, silenziosa. Era una maestrina elementare che metteva anima e corpo nella cura dei suoi bambini. Tanti bambini, tantissimi, così come erano tanti gli adulti in giro per la città.
“Ma quanti cazzo sono questi cinesi?” si chiedeva il signor Harry passeggiando per le strade della capitale immensa.
Mei Li era anche molto carina, ma lui all’epoca non poteva permettersi sentimentalismi o distrazioni.
Al mattino lo svegliava con la colazione a letto, e non mancava mai sul vassoio il bicchiere con un crisantemo o una peonia. All’inizio lui se ne stupiva: «Cosa sono?» chiedeva.
«Fiori» rispondeva lei.
«Lo vedo che sono fiori. Ho studiato».
Lei ridacchiava come se avesse detto una spiritosaggine.
«Ma perché mi porti i fiori tutte le mattine?».
«Perché ti amo».
Il signor Harry non aveva mai regalato fiori, né tantomeno ne aveva ricevuti in dono. Quello di Mei Li gli pareva un gesto superfluo, e di sicuro il vasetto col crisantemo era l’oggetto più inutile del vassoio. Preferiva di gran lunga la crema di riso o i bao zi ripieni, o le altre prelibatezze che lei era così brava a cucinare.
Quando Mei Li si ammalò, per un po’ di tempo sentì la mancanza delle colazioni a letto, e talvolta persino di quei pon-pon colorati che lo irritavano perdendo petali sul cibo. Ma soprattutto sentì la mancanza delle lunghe notti fra le sue braccia, quando i raggi della luna, dalla finestra spalancata della loro stanza all’ultimo piano, illuminavano la sua pelle ambrata ed erano testimoni silenziosi dei loro interminabili abbracci. Ma si consolò presto.
Dopo il periodo in Cina fu spedito a New York e lì, doveva ammetterlo, si trovò molto a suo agio. Il suo padrone di casa, un uomo sui settant’anni che si chiamava Ciro Esposito, era il figlio di un italiano che si era trasferito poco prima che lui nascesse. Aveva una pizzeria a Brooklyn e si vantava di fare la migliore pizza della metropoli.
«Come quella che si mangia a Napoli» stragiurava. In realtà a Napoli non c’era mai stato e, anzi, non aveva neppure mai varcato i confini dello Stato di New York. Però gli piaceva infarcire i discorsi con i proverbi napoletani prediletti da suo padre. Il signor Harry si infastidiva per questa abitudine perché lui l’italiano lo conosceva poco, anche se a dire la verità aveva lavorato un paio di mesi in Italia. Ma era stato a Milano, e lì parlavano in un altro modo.
Però Ciro gli era simpatico. Aveva passato intere serate nella sua pizzeria, dove ogni sera si alternavano cantanti melodici e mandolinisti di provenienza più o meno autentica. Quando a una certa ora il locale si svuotava lui li invitava volentieri a bere una birra insieme, e cantavano in coro a squarciagola. Gli avevano insegnato O sole mio, Funicolì funicolà e molte altre
Nei giorni di chiusura del ristorante, gli piaceva trascorrere la serata a giocare a carte col padrone di casa.
Il signor Harry non aveva mai giocato a carte prima di allora. Ciro se ne stupiva.
«Neanche una scopetta?» gli chiedeva incredulo.
«No».
«Ti insegno io, guagliò».
Preparava degli enormi piatti di pane e salame, oppure di formaggi tipici, tutta roba che faceva venire dall’Italia, e li poneva sul tavolo in mezzo a loro insieme a una fiaschetta di vino. Ci facevano notte giocando, ingozzandosi dei prodotti che Ciro prediligeva e bevendo lunghe sorsate di quel nettare che scorreva in gola e li faceva sentire più forti e più felici.
«Io carte e una scopa»
«Denari, primiera e settebello!».
«Si nato cu ‘a camisa, guagliò».
Quando il padrone di casa si ammalò il signor Harry aveva appena avuto notizia del suo trasferimento.
Fece appena in tempo a salutarlo prima che l’ambulanza lo portasse via. Ciro lo fissava carico di apprensione.
«Mi verrai a trovare?» gli chiese.
«Non posso» rispose lui «Sono in partenza per l’Europa».
Il suo anziano amico riuscì a sorridere e ammiccò con gli occhi febbricitanti.
«L’amico è comme’ ‘o ‘mbrello» disse «quannno chiove nun o truove maje».
Furono le ultime parole che udì da lui. Ci rimase un po’ male, ma poi non ci pensò più.
Mille immagini si rincorrevano nella testa del signor Harry in quella sera di novembre. I passi risuonavano sul selciato, amplificati dal silenzio innaturale. Giunto a un bivio svoltò a destra. Voleva passare ancora una volta da una certa strada, davanti a una casa che sapeva lui. Una nebbia leggera avvolgeva il lampioncino che ne sormontava la porta, ormai spento. Lì, quando lui si era trasferito in città, abitavano Paul Browning e sua madre.
Paul aveva quindici anni, era un ragazzino alto e magrissimo, con un bel ciuffo di capelli biondi che gli ricadeva sugli occhi. Per arrotondare le misere entrate della signora Browning, Paul faceva le consegne per il supermercato locale, e così, talvolta, si era ritrovato a portargli la spesa e a chiacchierare qualche minuto con lui.
«Mi scusi» gli disse una sera «sono arrivato un po’ prima perché ho un sacco di roba da studiare per domani».
«Davvero?».
«Sì, credo che non finirò prima di mezzanotte.»
Il signor Harry lo aveva guardato come se lo vedesse per la prima volta: il fisico asciutto, le spalle ancora gracili e le gambe lunghe e secche. Eppure sprizzava energia da tutti i pori, e lui si intenerì per quella vitalità mortificata da intere mattinate passate sui banchi di scuola, pomeriggi a fare consegne, serate sui libri. Il pensiero lo commosse, e questo non era da lui.
«Ti piace giocare al pallone?».
«Come no? Sono bravo».
«E allora perché stasera non organizzi una partita con gli amici?».
Il ragazzo aveva sgranato gli occhi grandi e azzurri e aveva sorriso. Un bel sorriso, gioioso e fanciullesco, incredulo e divertito.
«Ma no … devo studiare»
«Per una volta …».
L’espressione di Paul Browning si era fatta seria e adulta.
«No» aveva risposto con fermezza «Pensi che mia madre non tocca neppure i soldi che ci ha lasciato mio padre: vuole conservarli per la mia università. Fa i lavori nelle case, potrebbe vivere meglio e invece mette via ogni cent. Io non posso deluderla».
Dopo quella sera il signor Harry si trovò a passare molto spesso davanti alla casa dei Browning. Talvolta spiava la madre di Paul mentre usciva presto al mattino, o quando rincasava a metà pomeriggio. Era bionda e magra come suo figlio, e aveva gli stessi occhi azzurri. Stava consumando i suoi anni migliori a strofinare i pavimenti in casa d’altri, eppure si capiva che era stata di una bellezza fuori del comune.
Il signor Harry avrebbe voluto fermarla e dirle: «La smetta di lavorare, suo marito le ha lasciato un po’ di soldi. Li spenda, si compri un bel vestito, porti Paul al ristorante una sera …».
Talvolta pensava di dirglielo al modo di Ciro Esposito: «Tutto ‘o lassato è perduto, signò».
Chissà se avrebbe riso. Chissà com’era davvero quando sorrideva, se mai sorrideva. Ma si allontanava senza dirle nulla, serio, scontento di sé, perché non era da lui cedere alla compassione.
Quando Paul e sua madre si ammalarono li portarono via insieme, e lui era all’angolo della strada, a vedere l’ambulanza che li caricava e poi correva via a sirene spiegate.
Il signor Harry si incamminò verso casa col suo solito passo lento, ma teneva la testa china a fissare il selciato, e faticava ad alzarla.
Vide lampeggiare da lontano le luci verdi che provenivano dal suo giardino. Puntualissimi, pensò, ma non accelerò il passo.
Quando fu a pochi metri dal portone scorse il tipo alto e robusto che lo aspettava seduto sugli scalini.
«Ciao Hospe» lo salutò. L’altro sollevò la testa e gli sorrise.
«Ciao Res».
Hospe si alzò e si spostò perché il signor Harry potesse aprire la porta, lui girò la chiave nella toppa e poi guidò il visitatore attraverso l’ingresso e fino al soggiorno. Lì accese un candelabro che lanciò un bagliore tremulo sui mobili antichi della stanza e sui loro volti. Nella sua abitazione non c’era più luce elettrica, presto sarebbe mancata ovunque in città.
«Hai fatto un buon lavoro, Res».
«Chiamami Harry, non sono più abituato a sentire il mio nome.»
Hospe sorrise.
«Ora sei di nuovo Res. È finita, e ancora prima di quanto avevamo previsto».
«C’è ancora qualche ammalato chiuso in casa, ma non ci sono più né medici né infermieri, quindi direi che nel giro di pochi giorni se ne saranno andati tutti. Ad oggi, secondo i miei calcoli, non possono essere più di qualche migliaio su tutto il pianeta».
«Stai tranquillo, pochi gruppi di terrestri non ci preoccupano. Il Grande Ministro è contento».
«Bene».
«La colonizzazione della Terra potrà iniziare a breve. Noi siamo pronti, i nostri cittadini sono perfettamente organizzati, verranno distribuiti sul globo in modo uniforme e razionale, tenendo conto anche dell’attuale collocazione su Xeno».
«Andrà tutto nel migliore dei modi» confermò il signor Harry, che in realtà si chiamava Res. «I nostri studi erano corretti, incredibile trovare nella stessa Galassia un pianeta così simile al nostro quanto la Terra. È del tutto simile a Xeno, l’atmosfera è identica, le condizioni di vita sono analoghe, l’anatomia degli abitanti è praticamente la stessa. »
«I nostri scienziati hanno fatto un ottimo lavoro, e tu anche».
«Sono stati grandi» convenne il signor Harry.
«Lo scontro fra Xeno e l’asteroide K16 non avverrà prima di sei anni xenosiani, abbiamo tutto il tempo per trasferirci qui in massa. »
« È triste pensare che il nostro mondo verrà polverizzato».
Hospe mise una mano sulla spalla dell’amico.
«Ne abbiamo parlato tante volte Res».
«Già».
I due tacquero per pochi minuti, il signor Harry aveva la testa in fiamme.
«È stata dura?» gli chiese Hospe, comprensivo.
L’altro si strinse nelle spalle.
«Non troppo. La vita sulla Terra ha alcuni lati piacevoli, e le abitudini dei terrestri hanno reso semplicissimi la diffusione del virus e il contagio. Non è stato né difficile né faticoso».
«Hai mai temuto che potessero trovare la cura o il vaccino?».
«No. Le loro conoscenze in campo medico sono piuttosto rudimentali».
«Nessuno si è mai chiesto perché tu non ti ammalassi?».
«No» ripeté ancora il signor Harry «Il Grande Consiglio ha sempre disposto i miei trasferimenti con grande abilità. Me ne andavo prima che i terrestri si ponessero delle domande».
Hospe gli sorrise.
«Dovresti essere molto fiero di te».
«Grazie» rispose lui senza entusiasmo.
L’amico si alzò dalla poltrona.
«L’astronave è fuori» disse.
«L’ho vista».
«Sei pronto a partire?».
«Sono pronto» rispose il signor Harry alzandosi a sua volta.
Si avviarono verso la porta finestra che dava sul retro del giardino, le luci verdi del veicolo spaziale erano abbaglianti e li costrinsero a socchiudere gli occhi. Uscirono nella notte, l’aria era umida, il cielo molle e grigio.
«Andiamo Res!» lo esortò Hospe allegramente «Sarai accolto su Xeno come un eroe! E la Terra non ti mancherà poi così a lungo: tornerai presto, torneremo tutti …»
Amichevolmente gli cinse le spalle con il braccio, e il signor Harry fu confortato da quel contatto fraterno e si sforzò di sorridere.
“Ho salvato la mia gente dalla catastrofe” disse fra sé, e il pensiero lo rasserenò.
Seguendo le luci lampeggianti raggiunsero il veicolo e vi salirono su. Hospe sedette ai comandi, e dopo poco il disco bianco e luminoso si sollevò da terra e prese quota.
Il signor Harry diede un’occhiata dall’oblò alla città che stava per lasciare. E l’ultima cosa che vide, prima che tutto fosse inghiottito dal buio della notte, fu un piccolo campo da calcio su cui un ragazzino, troppo impegnato a costruire il suo futuro, non trovava mai il tempo per correre inseguendo un pallone.
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