Capitolo 1
Fu un fenomeno atmosferico singolare, quello che si manifestò nel cielo sopra la città durante l’inverno di trent’anni fa. Fu breve ma spettacolare, e fece notizia. I social si riempirono di immagini, ora cadute nell’oblio dei feed. Dopo che fu scomparso senza lasciare traccia si continuò a parlarne a lungo, anche perché nessuno era mai riuscito a darne una spiegazione.
In TV si era parlato di anomalie geomagnetiche, ionizzazione, radiazioni cosmiche, tempeste solari e insolite increspature gravitazionali. Qualcuno aveva annunciato il ritorno degli Anunnaki, mentre i guru spirituali erano stati concordi nel consigliare a tutti di fare ammenda per i propri peccati, perché l’armageddon era prossimo.
Com’era prevedibile non si videro tornare gli Anunnaki, e dopo trent’anni il mondo è ancora qui, un po’ più acciaccato e grigio, ma ancora vivo, come lo sono io.
Più o meno.
Me lo ricordo bene, quel giorno.
Una di quelle giornate così limpide che a guardare i rami degli alberi spogli contro l’azzurro del cielo ci si poteva ferire gli occhi.
Anche se non è esattamente questo il motivo per cui lo ricordo. E no, non lo ricordo nemmeno per via di quell’inspiegabile fenomeno atmosferico, bensì per quello che accadde nel parcheggio del mall.
Che giornata fu quella. Alzando lo sguardo si sarebbe potuto pensare che persino la morte si sarebbe presa una pausa per ammirare quell’azzurro.
E invece.
Quando apparve quella cosa camminavo tra le file di auto parcheggiate. Vidi la gente rallentare fino a fermarsi, bocche aperte e sguardi meravigliati rivolti allo zenit, mani sulla fronte a schermare gli occhi. Seguii la direzione di tutti quegli sguardi e, per un istante, nonostante il mio umore, mi smarrii anch’io dentro la beatitudine di quell’incomprensibile aurora.
Lasciai molte cose quel giorno, lì, sull’asfalto gelato del mall. Una fu il mio amore. L’altra la mia anima. Lasciai il mio futuro, la speranza e chissà cos’altro. Di me rimase solo un guscio vuoto, ad invecchiare da solo, senza più motivo per continuare a vivere, se non quello ancestrale della caparbietà biologica.
Avevo poco meno di trent’anni. Non erano pochi, ma a me sembravano la metà. La vita vera di lavoro, famiglia e responsabilità, era già iniziata da un decennio, ma io latitavo, irrimediabilmente incagliato in un debito di infanzia.
Non so come sia accaduto. Forse ero distratto e me la sono persa. A tutt’oggi la mia infanzia è una caverna oscura nella quale non mi arrischio a entrare. Non ricordo quasi nulla del me bambino che visse in quell’antro, e credo sia una benedizione, perché i pochi ricordi che conservo sono spiacevoli, opprimenti, umilianti.
Sono persuaso che esistano persone cui non dovrebbe essere concesso di allevare figli. Lo so perché sono una di loro. Andrebbe istituito un test di ammissione alla genitorialità, per evitare traumi e sofferenze da entrambe le parti.
Nonostante le buone intenzioni, sono certo che i miei genitori non lo avrebbero superato. Non metto in dubbio il loro impegno, ma è chiaro che non ci fossero portati.
Ricordo l’austerità di mia madre e gli sguardi rassegnati di mio padre.
Mi mancò l’affetto.
Ricordo la fatica sfiancante nel cercare di essere all’altezza, il desiderio di riscatto, l’invidia nei confronti dei miei coetanei che, paragonati a me, brillavano, e avevano genitori amorevoli che li comprendevano e appoggiavano.
Un logorio che non dava tregua.
Ricordo i ceffoni, le urla, i pianti disperati fino allo sfinimento, l’isolamento, la solitudine, l’ostracismo dai gruppetti di quartiere. Alla derisione con la quale venivo emarginato avrei preferito la violenza fisica. Sarebbe pur stato partecipare, in qualche modo.
Le risposte sferzanti a quelle offese arrivavano sempre troppo tardi, mentre steso a letto rivivevo le umiliazioni subite.
Quando al liceo Barbara si interessò a me, pensai a un colpo di fortuna che non si sarebbe ripetuto. Il vuoto pneumatico che avevo al posto del cuore fece l’effetto ventosa e mi aggrappai a lei come un naufrago a un relitto, accecato dai lampi e dai flutti salati.
Non era la mia strada e lo sapevo, ma pur di non affogare accettai di fare con lei un figlio. Barbara divenne una brava madre, credo, ma per farlo abbandonò il ruolo di compagna. Così rimasi nuovamente solo, nella stanza vuota del nostro matrimonio.
Mi ritrovai a comprendere gli impenetrabili silenzi di mio padre, al quale forse era toccata la stessa sorte, e capii di non essere mai giunto in porto. Ero ancora aggrappato a quel guscio di noce che era la mia vita, e andavo alla deriva in mezzo ai turbini, lottando per non essere sbalzato fuori bordo.
La mente vaga ora, tra i ricordi, mentre cerco di dare un senso a quanto è successo, e mi rendo conto che ogni scelta, parola, sguardo… tutto è concorso a condurmi, alla fine, a quel momento fatale.
Faceva un freddo del diavolo, quel giorno di trent’anni fa. Non è più così, di questi tempi, ma allora il vento era affilato come una lama, e spazzava il parcheggio del mall con ferocia inaudita.
Camminavo curvo contro le raffiche. Alzare la testa per guardare mi costò un’intrusione di aria gelata giù per il collo da arrestarmi il cuore. L’anomalia mi sembrò un arco dorato dai bordi sfrangiati, così brillante da far sembrare il luminoso cielo di marzo che la contornava, un crepuscolo artico. Non fossi stato sopraffatto dal tumulto interiore e tutto quel freddo, sarei rimasto lì impalato come tutti gli altri. Per quanto ne sapevo poteva anche trattarsi della fine del mondo, ma dovevo pur fare la spesa, perciò guadagnai l’ingresso.
Mi accolsero il tepore e la familiare atmosfera oziosa fatta di cicaleccio e musica indecifrabile che pioveva dall’alto. Nell’atrio, in mezzo al viavai, mi prese una sensazione indefinita tra nostalgia e smarrimento. C’era qualcosa di insolito nell’aria.
Ai tornelli, guardandomi intorno, non vidi l’uomo che mi precedeva e lo urtai, rischiando di franare insieme a lui su una torre di barattoli impilati. Sfiorammo la catastrofe per il rotto della cuffia.
«Chiedo scusa.»
«Non fa niente.»
La colpa non era tutta mia: quello si era impalato nel bel mezzo del tornello a guardarsi intorno con la mia stessa aria sperduta. Lo degnai appena di un’occhiata e mi infilai in una corsia, ma qualcosa del suo aspetto si impigliò nei miei pensieri.
Forse mi aveva ricordato mio padre. Sarà stata la fronte, il naso, lo sguardo triste, vai a sapere.
Mio padre e i suoi silenzi.
Tra loro li ho sempre visti parlare poco, i miei genitori. Mi sono sempre chiesto come facessero a comunicare. Forse si amavano in un modo che non riuscivo ancora a comprendere, così tanto da aver sviluppato una forma di comunicazione superiore. Rimaneva un mistero come fossero riusciti a conoscersi, ma forse, alla fine, non lo avevano fatto. Non era stato necessario. Il silenzio tra loro proteggeva entrambi.
Io invece ho una bramosia inestinguibile di parole. Del confronto. “L’unica cosa che ti consente di avere il punto nave.”, come disse un amico.
Le parole sono la mia Polare.
Parole, Polare.
Direi che è buffo, se non fosse anche così perfetto.
So che niente ormai può cambiare le cose, eppure, come facevo steso a letto da bambino, non smetto di ripercorrere gli eventi cercando di capire quale fu il punto in cui tutto iniziò ad andare a rotoli. Forse, mi dico, non esiste un unico punto. Forse l’intera nostra vita accosta impercettibilmente verso una direzione o un’altra, avvicinandosi o allontanandosi dalla rotta ideale. Poi mi chiedo che cosa, esattamente, renda ideale una vita, e l’unica risposta che riesco a darmi è noi stessi, o quantomeno, la percezione che ne abbiamo.
Purtroppo per me, non sono mai stato un mio grande ammiratore.
Entrai nel mio periodo adolescenziale a ventisei anni. Piuttosto tardi, ammetto, ma non fu del tutto colpa mia. Ero stato un bambino sensibile, introspettivo, emotivo e sognatore. Così, i miei genitori mi avevano tenuto lontano dal mondo, troppo ruvido per la mia pelle delicata. Ricordo con tenerezza quel bambino. Era convinto che da adulto non avrebbe mai tradito, non per via degli ideali elementari tipici di quell’età, ma perché, semplicemente, pensava fosse una questione fuori dalla sua portata.
Quando invece accadde, mi sembrò naturale, fisiologico. Più che vergogna o pentimento, provai stupore. Ce l’avevo fatta. Ero anch’io una persona. Proprio come tutti gli altri. Ero normale, almeno in questo. Imparai più cose sulla natura umana -e in particolare sulla mia- in quel periodo, che durante il resto di tutta la mia vita.
Dopo il matrimonio con Barbara e la nascita di Aaron, la mia solitudine sfociò in qualche breve relazione con ragazze a caso, che in quel momento mi sembrarono a turno la vita perfetta mancata. Mi innamoravo di chiunque mostrasse un minimo interesse per me, e poi vivevo ognuno di quei distacchi come una condanna a morte. Fu straziante, ma scoprii cose meravigliose, come il lato divertente del sesso. Chi l’avrebbe mai sospettato che potesse anche non essere quell’atto solenne, quasi mistico, cui ero abituato? E imparai che prima di capire cos’è l’amore, l’odore di una donna può rappresentare a volte il cento per cento dei sentimenti nei suoi confronti.
In quel totale smarrimento, Nadia comparve all’orizzonte come un’isola tropicale illuminata da un cono di luce divina che scendeva da uno squarcio tra le nubi. Vegetazione lussureggiante, palme, e una spiaggia di sabbia bianca che si scaldava al sole. Un miraggio sul quale puntai la prua con le ultime forze.
Lei era molto più giovane di me, perciò sapevo che non sarebbe durata, perché lo sentivo che quello era soltanto l’ultimo sogno di un naufrago che sta per affogare.
Ciò che non avrei mai immaginato è il modo in cui finì, molto prima che il nostro sentimento si esaurisse.
Accadde proprio il giorno dello strano fenomeno, ed è per questo che lo ricordo così bene. Tra quello, il mio tormento interiore e lo scontro col vecchio ai tornelli, ero piuttosto scosso. Mi ero inoltrato tra le corsie senza il cestino, così tornai a cercarne uno, ma non trovai nemmeno la zona dove solitamente erano impilati. In compenso, ritrovai il vecchio. Si aggirava ancora nei pressi dei tornelli, sperduto e irrequieto, in evidente attesa di qualcuno che tardava.
Consultò l’orologio da polso, poi tornò a guardarsi intorno. Il suo sguardo febbrile mi mancò di un soffio. Ne approfittai per osservarlo meglio, da dietro uno scaffale. Non somigliava a mio padre, ma a me, in modo inquietante. Era la mia copia esatta con l’aggiunta di rughe, di una stempiatura impietosa, della pancetta di chi si è arreso alla sedia, di spalle incurvate dalla vita e di uno sguardo languido da spezzare il cuore. Era un preventivo in carne e ossa, firmato dal tempo in persona.
Fu devastante. Distolsi lo sguardo e fuggii da lui.
Cercai i cestini, senza successo, e più frugavo con lo sguardo tra la gente e gli scaffali, più quella sensazione di straniamento mi soverchiava. Tutto era simile a come lo ricordavo, ma era anche diverso in un modo indecifrabile. Persino l’aspetto delle persone mi sembrò in qualche modo insolito. Nessuno aveva un cestino, a ben guardare. Tutti giravano con strane sportine elastiche colorate.
Guardai l’ora anch’io, sul mio telefono. Avevo un appuntamento con Nadia, al quale mancava qualche minuto. Non sapevo se lei fosse davvero la mia vita perfetta mancata, ma da quando approdai su quella spiaggia, vi rimasi per tutto il tempo che mi concesse il destino, e che in quel momento, a mia insaputa, stava per scadere.
Da quando l’avevo conosciuta vivevo due vite parallele, incastrando furiosamente i pezzi dell’una sull’altra, come nel gioco del Tetris. Sorrido amaramente ora, al pensiero di quanto credevo di essere diventato abile nel farlo.
Entrambi mettevamo in atto le nostre strategie quasi giocando a fare gli agenti segreti. Avevamo stilato regole e costruito consuetudini che limitassero gli errori. Nessun cellulare segreto, nessun messaggio cancellato. Tutto era in chiaro e cifrato.
Sapevamo che non avremmo potuto continuare in quel modo, ma ogni volta, dopo l’amore, finivamo a fantasticare di farci una vita insieme. Sognavamo di fuggire a Valencia. Lei parlava spagnolo e mi declamava frasi sconce con la solennità di un cardinale. Ridevamo come matti.
Inevitabilmente, il nostro rapporto, rinchiuso in quella angusta cella, iniziò a marcirci addosso. Non ne parlavamo, ma credo lo avvertissimo entrambi, come un’infezione che dilagava.
Ci frequentavamo da quasi sei anni ormai, lei guardava la vita sfilarle accanto come il paesaggio fuori dal finestrino di una carrozza, sempre più veloce e indistinta. Temeva che se si fosse allontanata troppo da sé stessa, avrebbe finito per perdere la strada. Dal canto mio, io avevo subìto una specie di imprinting con Barbara, che era diventato una catena impossibile da spezzare. Ero prigioniero, e intrappolato tra il voler liberare Nadia da quella catena che teneva legata anche lei, e il terrore di perderla.
Temporeggiai inutilmente, mentre vedevo approssimarsi il ciglio del baratro. Avrei voluto riscuotermi, tirare follemente le redini della mia vita imbizzarrita per farla deragliare, se non altro per essere costretto a ricostruire sui suoi rottami, ma il terrore era paralizzante.
Confidatomi con un amico, una sera, lui se ne uscì con una storia che non ho mai dimenticato.
Eravamo a casa sua, seduti di fronte al camino acceso, i volti illuminati dalla fiamma e in mano un bicchiere di Porto. Lui adorava le storie di mare. Mi parlò di Tahiti e del periodo del colonialismo. Gli equipaggi si ammutinavano con più frequenza di quanto si creda, disse. Si innamoravano di quelle terre vergini, della vita semplice dei nativi e di quelle donne solari. Si innamoravano del clima, del sole, delle spiagge, dei frutti dolci e maturi. Alla fine si rifiutavano di risalire sulle navi, andando incontro alla pena capitale per diserzione e tradimento della patria.
I comandanti erano costretti a narcotizzare il proprio equipaggio, mi raccontò allora. I marinai si risvegliavano al largo, troppo tardi per azzardare atti disperati. Quei poveracci avrebbero sofferto le pene d’amore, ma almeno sarebbero rimasti in vita. Tornavano a casa, dai loro figli emaciati e dalle mogli indurite dalla vita ingrata. La compagnia non rinnovava loro il contratto, così erano costretti a terra, ma presto o tardi finivano per dimenticare Tahiti, e trascorrevano serenamente il resto della loro vita.
«Mi hai capito?» mi aveva chiesto infine il mio amico. Avevo annuito, un po’ stordito forse anche dal bicchiere di Porto. Non mi era piaciuta la fine di quella storia, ma avevo afferrato il concetto.
«Ciò non toglie» aveva aggiunto dopo aver ingollato l’ultimo sorso dal suo bicchiere, «che Tahiti fosse davvero un luogo migliore nel quale vivere. Mi hai capito?» aveva chiesto ancora guardandomi negli occhi.
Dannazione a lui e ai suoi racconti di mare.
A un incrocio tra le corsie, a momenti non incocciai di nuovo col vecchio. Si era inoltrato anche lui tra gli scaffali e faceva saettare intorno lo sguardo con urgenza crescente, rivolto ora ai corridoi, ora al suo bizzarro orologio da polso.
Non volevo incontrarlo, mi faceva rabbrividire. Cambiai strada, ma non prima di aver notato anche la stravaganza dei suoi abiti, che in qualche modo sembravano fuori dal tempo. Non assomigliavano a niente che avessi mai visto. Lo lasciai di buon grado al suo smarrimento.
Volevo soltanto rivedere Nadia, il mio rifugio dentro la mia vita, e chiudermici dentro. Le avrei raccontato di quel vecchio che mi somigliava, per esorcizzare l’angoscia che mi suscitava. Lei avrebbe detto qualcosa di divertente, ci avremmo scherzato, e il mondo avrebbe ripreso ad avere senso. Avevo voglia di un momento di normalità, di sedermi a un tavolo del bar con lei, con il conforto del caffè, e bearmi dei suoi occhi, del suo viso. E poi si, l’avrei sorpresa prendendole le mani in pubblico, e le avrei promesso che tutti nostri sogni si sarebbero avverati.
Avevo strappato la mia anima fuori da quel pantano. Avevo preso quella decisione, proprio in quel momento. Ero pronto a sostenerla fino in fondo. Ero spaventato e felice. Poi saremmo usciti per vedere come evolveva lo strano fenomeno nel cielo, mano nella mano, facendo battute ciniche sulla fine del mondo.
Il vecchio si affacciò in fondo alla corsia. Aveva abbandonato ogni indugio, e l’impellenza di qualsiasi cosa lo tormentasse lo spingeva a sgambettare freneticamente, facendosi largo senza riguardi tra la gente. Ebbi la sconcertante impressione che mi seguisse, che cercasse proprio me. Feci il giro della corsia per sfuggirgli e corsi verso l’uscita distogliendo lo sguardo dai prodotti sconosciuti esposti su quegli scaffali alieni.
Emersi nell’atrio in preda all’affanno, attirando sguardi impensieriti, e rimasi puntellato sulle ginocchia a boccheggiare. La luce che giungeva dalle grandi vetrate dell’ingresso era come una promessa di redenzione.
Quanto mi sbagliavo.
Uscii ansimando nel parcheggio inondato dalla luce. Il freddo pungente mi schiaffeggiò il viso e mi infiammò le guance. Sollevai lo sguardo verso il cielo impazzito che si era trasformato in un caleidoscopio di riflessi abbacinanti.
Udii un motore salire di giri, un raspare di gomme sull’asfalto. Nadia camminava verso di me, sorridente. Mi aveva visto prima che io vedessi lei.
Ancora rivedo la scena come congelata in un eterno istante.
Nadia guardò verso il cielo e poi me, inarcando le sopracciglia, come a chiedermi se anch’io lo vedessi.
Il ruggito del motore riempì l’intero universo. Il muso della mia auto emerse tra due file di auto parcheggiate, sollevato nella brutale accelerazione. Ebbi il tempo di rendermi conto che al volante c’era Barbara.
La gente iniziò a voltarsi lentamente verso quel rombo allarmante. Nadia ancora mi sorrideva, camminando al rallentatore verso di me. Lo sguardo di Barbara invece era spento, le mani rilassate sul volante come durante un monotono viaggio in autostrada. Poi il frontale dell’auto si accartocciò attorno alle gambe di Nadia, che assunsero quella forma come fossero di gomma. L’intero suo corpo snello si abbatté sul cofano e sul parabrezza, sfondandolo in una nube di schegge, gli occhi ancora aperti e una smorfia incerta di sorpresa sul viso. Rimbalzò in alto, in uno svolazzo di capelli e gocce di sangue. Solcò quel cielo surreale, invaso da colori e geometrie impossibili, descrivendo una parabola perfetta.
La mia auto si conficcò nella fiancata di un suv. I cristalli esplosero in una nube di frammenti che brillarono al sole come diamanti, partì l’allarme e finalmente il ruggito del motore imballato si spense, mentre il volto inespressivo di Barbara scompariva nell’airbag esploso.
Nadia precipitò scompostamente, producendo il suono raccapricciante dell’ineluttabilità, quando la sua testa incontrò l’asfalto gelato del parcheggio, e giacque immobile.
Una piccola folla attonita aveva distolto lo sguardo dal cielo per puntarlo su quel dramma inatteso. Dietro di me una donna urlò stridula, facendomi voltare, e il vecchio era lì, insieme agli altri, raggelato. Cadde in ginocchio, il volto stravolto da un dolore intollerabile.
Guardai un’ultima volta il mio amore a terra e feci lo stesso. Il mondo sfumò nel buio dell’incoscienza, ma prima di cedere all’oblio, vidi il cielo tornare azzurro, mentre, lo giuro su Dio, il vecchio, in ginocchio con le mani a terra e lo sguardo angosciato puntato nel mio, scompariva nel nulla come un fantasma.
Più tardi, all’ospedale, appresi che Nadia era morta, anche se lo sapevo già da quando l’avevo vista sfondare il parabrezza mentre ancora mi guardava, stupita. Barbara aveva riportato lievi contusioni, ma appariva ancora sotto shock. Alcuni agenti aspettavano per interrogarla. Dalle prime ricostruzioni, le si era incastrato l’acceleratore nel tappetino, che era scivolato avanti e si era arricciato sui pedali.
Tenevamo l’auto come un porcile, e agli agenti che fecero i rilievi la cosa sembrò il minimo che potesse accadere; anzi, non si capacitavano di come non fosse ancora successo che una bottiglia ci fosse rotolata allegramente sotto al pedale del freno al momento sbagliato.
Omicidio colposo.
Il procedimento penale si protrasse per un paio d’anni. Barbara lo affrontò come una fastidiosa pratica da evadere, ma alla fine l’assicurazione coprì interamente i costi. Quasi non parlammo tra noi dell’accaduto. Lei non manifestò il desiderio di farlo, e io cercavo solo di dimenticare. Ufficialmente lei non conosceva Nadia e non aveva mai sospettato di noi, perciò le cose rimasero in quel modo.
Andammo avanti. I nostri figli, che diventarono due, crebbero. Barbara trovò nelle sue nuove nuore e nei nostri nipoti un nuovo interesse, così da poter continuare a stare fuori dalla nostra vita coniugale, se mai ce n’era stata una.
Così ho passato da solo questi ultimi trent’anni, nel rimpianto, sognando la mia Tahiti quasi tutte le notti, asciugandomi le lacrime in silenzio, nel buio. Non ho mai più desiderato nulla, sperato nulla, creduto in nulla.
Non ho mai più pensato a quel vecchio, fino a oggi, guardando il cielo invernale e incredibilmente limpido sopra la città.
E tutto a un tratto, nel bel mezzo di quell’azzurro l’ho vista apparire. Quella mezzaluna brillante. Dapprima un tenue sbaffo, poi via via sempre più sfavillante. Del tutto identica a quella apparsa in quel lontano inverno.
E in un attimo il tempo si è ripiegato dentro di me, i ricordi si sono sovrapposti, accostati, incastrati, collimando perfettamente.
Impreco e agguanto la giacca, per uscire. Me la ricordo, quella giacca, che ho da qualche anno e che ora mi appare allo stesso tempo familiare e anche estranea, fuori dal tempo.
Guardo l’ora sul mio smartwatch, e anche quello mi torna in mente.
Ho ancora tempo, ma devo fare in fretta.
Passando davanti allo specchio prima di uscire mi do la consueta e istintiva occhiata, e mi riconosco. Stempiatura, pancetta, sguardo triste.
Eccomi lì, fedele al preventivo.
Nel cuore mi si riaccende una fiammella.
La speranza.
Il calore di un amore.
Devo correre al mall.
Spero solo di arrivare in tempo, stavolta.
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