Storia · capitolo 2

I. LA LUCE DI MERENIR SI OSCURA

I Cavalieri di Luthy83

Wihelm si destò di colpo da un sonno profondo, dominato in un primo tempo da molteplici immagini confuse. Il fiato gli si strozzava in gola: tentò di deglutire ma la bocca era impastata, terribilmente secca. Aprì lentamente gli occhi, ma la vista era annebbiata: non focalizzava i contorni della stanza.

Con uno scatto si rizzò a sedere sul letto. Adagio il suo respiro si fece più regolare, controllato. Si tastò la fronte con la punta delle dita ma le ritrasse immediatamente: era fradicia, come se fosse stata immersa in una grande pozza d’acqua.

Cercò di afferrare un’immagine, ma era ancora incastrata da qualche parte e non veniva fuori. Allora piano piano si riprese e iniziò a distinguere le forme e le ombre nel buio intorno a lui.

Ma era sicuro che fosse stato solo un sogno?

Faceva caldo quella mattina a Merenir, un caldo che gli restava addosso.

La giornata era nata da pochi minuti, ma una prima ondata di aria soffocante era comparsa indisturbata. Il vento bruciante irrompeva nella pelle bagnata e s’insinuava nel sangue e nelle ossa. Ma lui ne era avvezzo; quel mattino il caldo gli entrava in modo diverso.

Urla e schiamazzi arrivavano dalla strada. Si alzò dal suo giaciglio e a tentoni raggiunse la finestra; scostò le pesanti tende rosse. Una luce abbagliante penetrò nella camera ed egli si sporse per guardare meglio. Per un attimo quella luce gli fece male agli occhi. La città di Tornio era in subbuglio e dall’alto della sua torre egli poteva osservare ma anche immaginare ciò che non era in vista. Le vie brulicavano di gente.

Ognuno aveva un gran daffare; molti erano intenti nelle loro più svariate attività. Chi andava a destra, chi a sinistra; altri correvano come il vento per sbrigare commissioni.

Voci di uomini si sovrapponevano ai rumori dei carri, degli animali; odori forti di pesce fresco e carne arrostita riempivano l’aria: si mischiavano al profumo delle focacce appena sfornate. Uomini addobbavano le vie e le piazze con sfarzosi stendardi; commercianti provenienti da sud/ovest e gridavano a gran voce.

Wihelm sorrise, ma il sorriso gli rimase sulle labbra solo per un istante: sapeva che quella era una giornata molto importante. Questo dava agli abitanti libero sfogo alla loro allegria. I cittadini si sentivano ispirati, pronti per un giorno nuovo di solenne tradizione. Tornio era il cuore di Merenir. Lì, una volta all’anno, i signori delle città si riunivano al castello per rammentare a voce alta le norme della Legge Aiuva. Wihelm come il popolo, ne era orgoglioso: era l’unica Legge comune del territorio e stabiliva l’intervento dei signori e i soldati in caso di invasioni o di minacce gravi.

Ogni città conservava le proprie Regole ma nessuna dimenticava il vincolo che la univa alle altre.

In una frazione di secondo, la sua mente ripercorse a fatica la sua vita passata: da quanto tempo viveva lì a Tornio? Wihelm non lo rammentava con precisione ma era quasi sicuro che fosse lì da tempo, forse da molti anni. I suoi ricordi erano vaghi e nebulosi, come se una parte di essi fosse stata spazzata via.

D’un tratto, parole e suoni famigliari gli comparirono in testa e il suo sorriso svanì. Echi e rimbombi lievi, improvvisamente si acutizzarono e formarono un vortice dentro di lui. Si tappò le orecchie con tutt’e due le mani e il rumore cessò. Adagio, ogni cosa nella sua mente divenne limpida; all’inizio gli echi e i rimbombi erano state delle voci, poi un’unica voce lontana, indefinita che gli aveva parlato durante il suo riposo notturno. Wihelm rabbrividì. Ora rievocava perfettamente il significato di quelle parole: – di nuovo quelle visioni – pensò.

Con uno scatto fulmineo, indossò in fretta i suoi abiti migliori e scendendo le scale della Torre, si diresse verso la Sala Principale del castello a cercare il Conte. 

Attraversò il piccolo cortile interno e spinse un enorme portone che comunicava con l’ala centrale. Salì di corsa lo scalone di pietra ma di egli non v’era traccia.

Entrò allora nella grande sala. Arazzi di notevoli dimensioni, erano appesi alle pareti. Benché li avesse guardati già molte volte e ne conoscesse a memoria ogni minuscolo dettaglio, vi posò lo sguardo. La maggior parte raffigurava semplici primi piani di guerrieri: indossavano una completa armatura, e avevano un’espressione del volto dura e spietata. I colori opachi davano ai dipinti una parvenza lugubre: Wihelm si era sempre chiesto se quei ritratti fossero in realtà, anime di spettri imprigionati nella trama del tessuto. Altri mostravano scene di eroi in movimento.

Ma uno in particolare lo incuriosiva più di tutti: c’erano dei Cavalieri con mantelli bianchi che impugnavano spade d’acciaio rivolte verso il cielo plumbeo. Dietro alle loro cotte ad anelli una folla di gente s’inginocchiava sfiorando con le dita i loro polpacci. Nel fondo dell’arazzo, sulla destra proprio davanti ai Cavalieri, due figure in lontananza. Erano un uomo e una donna ma non se ne distinguevano bene i contorni perché erano troppo lontane. Osservando meglio però Wihelm notò che i volti dei Cavalieri erano in particolare rivolti verso di loro. Forse i Cavalieri volevano recare protezione agli indifesi come se attendessero un segnale da loro; forse avrebbero combattuto tenacemente e ferocemente e non avrebbero temuto né la morte né la sconfitta. Più lo fissava e più Wihelm si convinceva che aveva un non so che di familiare, come se volesse comunicargli qualcosa di preciso.

Si sforzò di chiedere a sé stesso e alla sua mente se l’arazzo potesse trasmettergli una sensazione più definita, ma non la trovò. Non riusciva a scorgere niente, dietro alle figure. Improvvisamente però lo colse alla sprovvista un dettaglio: sopra alle due figure, una luce che sembrava avvolgerle per completarle. Non ricordava quella luce. Per un istante dubitò di sé stesso e si chiese se le sensazioni che possedeva fossero solo frutto di una sua fantasia. Ma il suo dubbio non svanì.

Una voce calda e famigliare lo salutò e distraendolo dai suoi pensieri offuscati, lo esortò a voltarsi.

In piedi, sulla soglia della porta, una persona lo esaminava attentamente. La tunica di color rosso fiammante, gli conferiva un’aria pomposa e solenne.

Per un battito a Wihelm sembrò che la luce sopra a quelle due figure, si oscurasse improvvisamente. “Una svista, si disse.” Il Conte Tarra dai neri stivali si avvicinò a Wihelm con passo energico:

“Il riposo non vi ha giovato, vedo. Avete l’aspetto di uno che non dorme da molti giorni.” Gli sorrise e con la mano aperta, gli sfiorò una spalla.

Wihelm lo fissò serio. Una vecchia cicatrice sul viso del Conte attirò la sua attenzione: una piccola imperfezione sotto lo zigomo destro che gli dava un aspetto quasi affascinante. Wihelm distolse lo sguardo; un’ombra minacciosa gli oscurò l’animo:

“Ancora quell’incubo. “disse.

L’espressione calma negli occhi del Conte sparì e sul suo volto comparve preoccupazione mista e profonda tristezza:

“Quando partiremo, allora?”

“Presto. Molto presto. Non attenderemo ancora inutilmente.” Wihelm guardò il Conte con aria contrita: “Mi dispiace,” aggiunse.

 

 

A Berefast, il torrido sole del primo pomeriggio disseccava le strade.

Le strette vie, lastricate di pietra bianca, sembravano sgretolarsi sotto i suoi raggi cocenti.

Anche le piccole case bruciavano di quella luce bianca e si fondevano in un unico insieme come un manto che avvolgeva la città.

Un via vai di gente girava per la città, facendosi largo tra le grida e il baccano. Dall’alba le piazze erano state arredate con meravigliosi addobbi colorati e sui muri delle case era stata dipinta un’atmosfera di serenità. Il tumulto si spargeva nelle strade con incredibile velocità. Centinaia, migliaia di scarpe lasciavano piccole o grandi impronte sul terreno. I ragazzi giocavano con palline colorate, ostruendo la via alla fretta dei passanti. C’era una gran confusione nella piazza del mercato. Oltre le bancarelle, si scorgeva la punta del grande orologio. Maestoso e imponente. Dominava Berefast da molte generazioni. Molti urlavano, voci acute cercavano di sovrapporsi ad altre, come se fosse stata una gara di chi era il più forte. Tutti apparivano con la gioia stampata sul volto e sembravano pronti per l’evento più importante dell’anno non lasciando trasparire alcun dubbio o incertezza.

Poi, il potente suono dei tamburi risuonò per la città, annunciando la prima sosta pomeridiana per richiamare un momento di notevole attenzione.

Il baccano si acquietò lentamente e con decisa indolenza, forse perché nessuno desiderava veramente fermarsi. C’era ancora voglia di pregustare l’ultimo spicchio di quella piena vitalità.

Il suono cessò.

Gli uomini che vagavano ancora per le strade rallentarono il loro passo incerto, dando una sensazione di un brivido gelido di svogliatezza.

Berefast fu avvolta a poco a poco, da un quieto silenzio.

Il riposo sarebbe stato breve e la gente già pregustava il momento di ricominciare a preparare grosse porzioni di cibo o decorare le strade, per la festa poco prima del tramonto.

 

Al di là della strada principale, il vecchio castello grigio sorgeva sulla bassa collina bruna. Misterioso, imponente. Le torri massicce si affacciavano verso il fondovalle e sorvegliavano l’intera città. Ai lati, dominavano due grandi alberi spogli.

Il conte Burton come ogni anno aveva ordinato ai suoi servi di portare le vivande alla piazza del mercato ed esporle sulle bancarelle. Le stanze e gli angoli del cortile formicolavano di gente: i cuochi preparavano le zuppe in grosse pentole e infornavano le carni e le verdure. I domestici versavano il miele in vasi di terracotta importato dalla regione alleata di Danaccort. Al conte deliziava condividere con ogni persona, i piaceri della tavola e del divertimento. Tutti gli anni, avvertiva sempre quella stessa euforia, come un piccolo nodo sullo stomaco. Poi quella sensazione svaniva e al posto di quell’euforia, un sentimento strano, nuovo.

Aspettava la riunione di Tornio, a volte si allenava con la sua spada, a volte perlustrava a cavallo il sentiero che dal castello scendeva fino alla piazza principale. Lì, il grande orologio sull’alta torre lo riempiva di dolci ricordi. Da bambino, quando suo padre non era impegnato a combattere o a occuparsi di affari, lo portava a passeggiare in quel luogo magico. In quel momento lui era come rapito da quell’orologio così grande e il rimbombo dei rintocchi, lo intimidiva. Qualche lacrima allora scendeva. Ora da lontano ne udì il richiamo profondo.

Il Conte osservò l’erba gialla che brillava sotto la luce abbagliante del primo sole pomeridiano. 

Rammentò il Conte Norton della lontana città di Nantur nel territorio di Danaccort. Da qualche tempo, non c’erano state molte buone notizie da Nantur ed egli desiderava esserne più coinvolto così come l’intera Merenir. Non aveva idea di quando, ma sperava di poter partire un giorno, raggiungere e aiutare l’amico in difficoltà.

Abbandonò le sue confuse fantasie e lasciò che la realtà prendesse il sopravvento. La preoccupazione sembrò disciogliersi. Allora sorrise.

Al secondo rullo dei tamburi, la città si rianimò.

 

 

Il vento ancora ardente abbracciava a fine giornata la desta città di Flanders.

Gli ultimi spicchi del sole disegnavano sul largo orizzonte, una larga striscia arancione.

Il piccolo corso d’acqua che bagnava la città scorreva lento e opaco all’imbrunire. Al riflesso della luce, appariva d’un verde bruno. Era come se desiderasse rilassare chiunque si soffermasse ad osservarlo.

Flanders era una città tranquilla appena a sud di Berefast.

Il castello del Conte di Flanders era cinto di mura con torri angolari e sovrastava la valle sottostante.

Improvvisamente il ponte levatoio si abbassò di colpo e una figura lo attraversò. Il Conte Famer discese adagio la pendenza del sentiero e raggiunse il cuore della città. C’era aria di festa. L’odore della gioia correva nei vicoli. Immagini colme di felicità si disperdevano come il vento e vagavano senza fermarsi.  

Egli cavalcò lentamente per le vie gremite di gente. Ai suoi occhi, quella sera Flanders sembrava quasi diversa, più vivace di come l’aveva sempre considerata. La gente camminava vicino a lui come in un sogno, un’illusione piacevole che non desiderava essere dimenticata. Il Conte Famer si sentiva soddisfatto e sorrise leggermente sostando pochi minuti ad osservare la vita, l’allegria di chi rideva e danzava.

C’erano molti piccoli gruppi musicali che giravano per le strade e le piazze: eseguivano allegre melodie portandosi dietro la folla festante. I musicisti avevano lunghi mantelli e cappucci rossi e i cittadini indossavano larghe tuniche verde bottiglia. C’erano tanti ragazzini che si tenevano per mano in cerchio e saltellavano: erano come rapiti dal dolce suono del flauto.

Il Conte Famer rimase a contemplare e ad ascoltare quella melodia.

Sorrise di nuovo nel notare con quanta cura e devozione, tutti si dedicavano a mantenere negli anni quella ricorrenza.

Riprese il cammino.

Il conte camminò fino a che suonatori e cittadini non lo accompagnarono per un tratto. Oltrepassò le porte della città e voltandosi sorrise per la terza volta. Li salutò con la mano aperta. Il portamento era naturalmente composto e come sempre flemmatico, con uno sguardo sicuro. Essi gli risposero festosamente ed egli finalmente scomparve, lasciandosi alle spalle il largo orizzonte.

Percorse vasti campi di frumento e sentieri acciottolati.

 

D’un tratto, finalmente, scorse Berefast in lontananza. Il sole era quasi invisibile e per pochi secondi la città venne illuminata dal riflesso dei raggi lunari.

 

 

 

La folla tumultuosa di gente si riversava nella grande piazza della città di Lancestra. Benché l’oscurità fosse già discesa, un’aria calda e penetrante si propagava ancora nell’atmosfera. Ballerini e attori professionisti si esibivano, recitando la parte dei Conti al castello di Tornio. Simulavano la lettura della Legge Aiuva e il giuramento di fedeltà al suo contenuto. Molte torce accese illuminavano la piazza; danzatori volteggiavano come farfalle per allietare i cittadini; cavalieri s’inchinavano alle dame e fingevano un combattimento con i loro rivali in amore.

Il conte Lavinio in partenza per Tornio, si fermò ad ammirare i giochi e le rappresentazioni in atto: era particolarmente lieto, quella sera. Una ciocca dei suoi lunghi capelli castani gli cadde un tratto sulla fronte liscia. Appariva così nera sopra il mantello grigio e si confondeva con la notte buia.

I colori del cibo, sembravano mescolarsi al tenue riflesso della luce delle torce così come agli abiti degli abitanti.

Il Conte allora smise di osservare e andò per la sua via. Appena lo vide, la gente gli sorrise e lasciò attorno a lui un varco per il suo passaggio. Camminava adagio.

Le strade pietrose della città erano state allestite con la prima lettera della Legge. Alcuni tenevano in mano lunghe pergamene con la figura del castello di Tornio e le iniziali della Legge Aiuva scritte a caratteri cubitali.

Lavinio restò a guardare un istante in più i muri delle case.

Erano state dipinte le immagini dei Conti di Merenir disposti attorno ad un tavolo. Le figure pronunciavano il solenne giuramento di fedeltà e impegno verso tutte le discipline trascritte. Il signore di Tornio la sottoponeva all’attenzione dell’intero consiglio. Accanto, c’erano delle scritte in alto: “Dai tempi antichi, la Legge fu approvata dal re Adiuvo nell’imminenza di una guerra contro i suoi nemici.” poi altre recenti più sotto che raccontavano il presente:Da allora, dei Conti rappresentano e proteggono ciascuna città. Essi dimorano nel castello e il loro potere è ereditario.” lesse trattenendo il fiato.

Uscendo, il Conte si voltò ancora una volta a condividere la gioia e la felicità del popolo. Infine, sparì tra le tenebre.  

 

Giunto a Berefast, il Conte Famer si guardò intorno. Una figura a cavallo uscì dalle porte, seguita da un gruppo di persone. Il Conte Burton gli si avvicinò lentamente e lo salutò, infine partirono verso Tornio. Davanti a loro, il cielo pareva toccasse il terreno e nel buio il lontano orizzonte, era circondato da un paesaggio nero.   

 

A Tornio, nell’oscurità della sera, le mura s’innalzavano minacciose.

Il Conte Famer e il Conte Burton raggiunti anche dal Conte Lavinio, attendevano di entrare.

Finalmente, le porte di Tornio vennero spalancate di colpo e una folla di gente si riunì attorno a loro. In groppa ai loro cavalli, i tre Conti avevano un aspetto solenne. Le case a torre delle grandi famiglie, si ergevano nel centro della città. Strade ricurve, aderenti alla pendenza del terreno, formavano sbocchi che si univano a vicoli nascosti. C’erano graziose abitazioni in pietra con piccole finestre. Gradini pietrosi si arrampicavano fino alle piccole abitazioni.

Proseguendo lungo le strade, i Conti notarono che tutta la città, e in particolare la piazza, era illuminata da innumerevoli fuochi. Si fermarono a contemplare la gente che si accalcava per ammirare i giochi dei cavalieri. Accompagnati dal loro seguito, questi sfilavano in pubblico portando sopravvesti ricamate, poi indossavano armature e si sfidavano tra loro. Secondo l’usanza, il vincitore con il punteggio più alto, riceveva in regalo il tessuto di una stoffa preziosa e aveva anche il privilegio di scegliersi la sua dama preferita.  Chi perdeva, si univa invece ad una compagna scelta solo dal pubblico e con ella trascorreva tutta la notte.

Uomini dalle tuniche larghe, leggevano ad alta voce su grandi pergamene la storia di Merenir, le imprese e le battaglie del passato, compiute dal vecchio re Adiuvo. Alcuni raccontavano strane leggende di uomini valorosi o di aspetto meraviglioso, che avevano combattuto negli anni sanguinose guerre per difendere il loro popolo. Musiche e buffi giocolieri attiravano bambini di tutte le età.

I tre Conti cavalcarono lungo la strada principale e avvicinandosi al castello, guardarono in alto verso il cielo nero. Poterono vedere chiaramente l’alta torre che sovrastava la città.

Alle porte del castello, si arrestarono.

Il ponte levatoio era già abbassato ed enigmatiche figure a cavallo lo stavano attraversando. Il Conte Burton e il Conte Famer riconobbero il Conte Nadar di Natantapia e il Conte Ilario di Ilac, i quali li accolsero con un cenno. Nei pochi minuti che seguirono, altri dieci uomini raggiunsero l’ingresso e l’oltrepassarono. L’aria era calda e nonostante il sole fosse già tramontato da alcune ore, era difficile respirare a pieni polmoni.

Le tenebre ricoprivano il castello e la valle brulla sottostante. Nuvole di vapore acqueo fluttuavano sull’etere e il paesaggio si presentava come il dipinto di un vecchio artista di strada.

Lasciati i cavalli a riposare, raggiunsero il cortile interno.

I servitori li precedettero e fecero loro da guide dirigendosi alla Grande Sala.

Il conte Tarra non si fece aspettare troppo a lungo e vestito con una tunica rossa, li ricevette nel corridoio. Il suo viso appariva strano, come stravolto. Tuttavia, con garbo strinse la mano ad uno ad uno e li salutò con un profondo inchino. Gli altri nel vederlo, si mostrarono meravigliati e qualcuno avvertì una spiacevole sensazione. Ripresero infine il cammino, preceduti dal Conte. Le grandi finestre alle pareti catturarono la loro attenzione: fuori, la notte era così nera che sembrava penetrasse all’interno per ghermirli e farli scomparire lontano. Lo sguardo, infine, si spostò sulle molte figure in legno o in pietra che si appoggiavano al pavimento; sembrava guardassero nella loro direzione come a dare loro un nuovo benvenuto. 

 

Tutti i signori delle città entrarono. Wihelm era in piedi, al centro della Grande Sala. I larghi arazzi dietro alle sue spalle sembravano brillare, ma il loro bagliore era una fredda luce cupa. La notte, attraverso le finestre spalancate, lasciava la sala in penombra. Il tavolo rettangolare era stato posto addossato alla parete; le sedie collocate a metà della stanza formavano sul pavimento di pietra, un ampio semicerchio. Il conte Tarra fece loro cenno di prendere posto e il consiglio ebbe inizio.  

 

“Benvenuti a Tornio, conti di Merenir. Mi rallegra la vostra presenza nel mio castello, stasera.” fece una breve pausa. Tutti gli occhi erano puntati su di lui.

“Tuttavia, mi addolora comunicarvi che quest’anno la riunione non sarà incentrata solo sull’unica Legge del nostro paese.” Si bloccò ancora, come se cercasse i commenti dei Conti ma nessuno rispose. Allora continuò:

 “Il suo nome però non verrà in alcun modo ignorato. Oggi è necessaria la presenza di Wihelm ed io mi farò da parte per concedere a lui la parola.” disse.

Ci fu un mormorìo di disapprovazione. Voci si sovrapponevano le une con le altre: tutti confabulavano tra loro creando un forte brusìo di sottofondo.

Il conte Burton balzò in piedi mettendo fine al chiasso:

“Che significa la partecipazione di Wihelm a questo consiglio? Si tratta di una premonizione? Dovremmo aspettarci l’arrivo di un popolo invasore? Una nuova battaglia? Parlate, dunque!”

Wihelm inizialmente non rispose, si diresse al gigantesco tavolo della Sala e si voltò verso di loro. Fece un respiro profondo e finalmente parlò:

 “Ci saranno presto tempi bui. Scorgo immagini nel futuro indefinite ma anche irrimediabilmente cupe.” disse con un’espressione grave del volto e proseguì:

“Ho visto Merenir ricoperta da una coltre di nubi nere: non riuscivo a scorgere alcuna casa, strada o castello, ma nemmeno alcuna anima.

Ho visto la gente piangere, ho visto Merenir sparire nel nulla dell’infinito, ho visto Merenir distrutta.” si portò le mani al viso lentamente poi le ritrasse: per un attimo sembrò andare in trance ma si riprese subito e fissò i conti con uno sguardo tetro. Il suo autocontrollo non cedette.

“Quando Merenir verrà distrutta? E da chi?” intervenne il Conte Burton. Il colorito del suo viso si fece paonazzo e un’improvvisa collera mista ad ansia invase il suo cuore.

“Accadrà ahimè molto presto ma non sono riuscito a vedere quando. Da alcune notti sogno una presenza non umana che vuole la nostra morte. Il Conte Tarra, ne era già al corrente. Ho preferito parlarvene solo ora, perché volevo essere veramente sicuro di ciò che avevo percepito. Io non so né da dove provenga né cosa voglia da noi ma il mio protettore, mi ha avvertito della sua esistenza. Non possiamo combatterla per adesso. Per questo non dobbiamo affrontarla ora. Dobbiamo mettere in salvo il popolo e trovare il modo di avere più tempo.” rispose Wihelm serio.   

 “Tutto questo non è possibile! Non possono esistere gli spiriti!” gridò il conte Ilario alzandosi anch’egli di scatto dalla sedia.

“Calma, conte Ilario. Sappiamo del dono di Wihelm e che probabilmente riesce a comunicare nel sonno con una figura straordinaria. Ciò che egli prevede corrisponde quasi sempre alla verità. Comunque sia, il popolo prima di tutto.” disse il Conte Nadar.

“Sono d’accordo. Io non metto in dubbio le capacità di Wihelm, solo non credo nell’esistenza di questi esseri. Anch’io però ritengo che dobbiamo pensare a come salvare o proteggere i nostri cittadini.” disse il Conte Lavinio il cui scetticismo non si era affievolito.

Il conte Famer che aveva ascoltato per tutto il tempo, si alzò lentamente dalla sedia. Egli invece aveva sempre ritenuto che dopo la morte, una nuova vita si sarebbe potuta materializzare ancora una volta nel mondo. Aveva il volto corrucciato ma mostrò come sempre un portamento fiero:

“Cosa suggerite di fare allora, Wihelm?” disse guardandolo attentamente. 

Wihelm rimase in silenzio per qualche istante, osservando il timore e l’impazienza che avvolgeva l’atmosfera della Sala, infine disse:

“Dobbiamo partire. Compieremo un lungo viaggio verso est. Noi siamo le guide del popolo di Merenir, il loro punto di riferimento. Attraverseremo un territorio che si chiama Nihil ma lì non vive nessuno, pare abbandonato o dimenticato da tutti. Arriveremo poi in un’altra zona dove ci sono due grandi laghi. I loro nomi sono Sirus e Opitergio. Li attraverseremo. Dall’altra parte due castelli diroccati, uno di fronte all’altro in un terreno secco, bruciato. L’erba non esiste lì. I resti dei castelli appartenevano a due città. Le due città un tempo portavano il nome di Rachela e Jerlasia. Ora sono così isolate e lontane.”

“Io non desidero percorrere quella strada. Ho sempre udito storie terribili giungere da quel luogo. Non so se siano vere o no, ma personalmente non vorrei che mi accadesse qualcosa.” disse uno.

“Neanch’io.” disse un altro.

“Quali storie?” domandò il conte Lavinio con un’espressione divertita del volto.

“Di creature che sono sbucate dal nulla e hanno aggredito qualche viandante, i quali sembra non abbiamo più fatto ritorno.” gli rispose con un tremito il Conte Tarra.

“Io non credo in queste sciocche leggende. I viandanti di cui parlate probabilmente non avevano acqua e cibo a sufficienza e sono spirati in seguito a crudeli sofferenze. In quanto agli strani esseri, beh forse erano degli uomini ricoperti da particolari indumenti e qualcuno li ha scambiati per qualche animale o assurde fantasie.” gli rispose l’altro.

“Ne siete davvero convinto, Conte? Allora avventuratevi in quella direzione e poi tornate per raccontarcelo!” sbottò il Conte Burton alzando la voce. 

Ci fu un vociare sommesso e qualche viso, sbiancò dalla paura.

“Se siete poco convinto di fenomeni irreali, perché allora vi fidate delle parole di Wihelm?” intervenne il Conte Nadar. 

“Ben detto. Vorrei saperlo anch’io!” insistette il Conte Burton.

“Perché lo ritengo un uomo intelligente e capace. Tutto ciò che ha sempre raccontato o predetto non è mai stato smentito.” rispose il Conte Lavinio in tono tranquillo.

“Allora basta! Stiamo divagando.” li interruppe il Conte Tarra. “Wihelm, parlavate di questo luogo che dovremmo attraversare…” disse, volgendo lo sguardo nella sua direzione. Allora egli proseguì:

“Nemmeno io desidero intraprendere quel sentiero, compagni. Ma purtroppo è l’unica via. L’importante è non fermarsi. Se non indugeremo, non faremo brutti incontri. Comunque sia, le mie percezioni per ora mi dicono che lì non esiste anima viva. Anche se è tutto troppo offuscato e non riesco a vedere bene. Poi procederemo e continueremo fino ad una grotta. C’è tanta luce che penetra al suo interno, anche se il fondo è scuro. La Grotta del Risveglio: questo è il suo nome. Lì saremo al sicuro.” con un colpo di tosse, Wihelm fece una pausa.

“Ho sentito nominare altre volte questo luogo chiamato La Casa del Risveglio, ma personalmente ho sempre creduto che fossero solo sciocchezze.” disse il conte Lavinio.

Wihelm non replicò e fissò le loro facce contornate dal terrore e da una profonda inquietudine, quindi soggiunse: “Non tutti andranno alla Casa del Risveglio o Grotta, come la chiamano alcuni. Qualcuno dovrà percorrere un’altra strada.”

Sopraggiunse un silenzio sepolcrale. I Conti restarono ammutoliti per un tempo indefinito come se fosse loro mancato il fiato. Wihelm fece un altro respiro profondo, poi riprese:

 “La voce nel sonno mi ha detto che c’è una tenue speranza in tutti noi. La speranza è stata riposta in due giovani umani provenienti da un’altra epoca. Attraverso un viaggio nel tempo, arriveranno qui a Merenir non più tardi dell’alba di domani.” Un’immagine gli balenò alla mente: quelle due figure troppo lontane su quell’arazzo e quella strana luce.

“E chi sarebbero questi due umani? Da quale epoca giungono?” sbottò improvvisamente il Conte Ilario.

“La speranza di cui parlate è quella di aiutare noi e il nostro popolo? Come? Loro sono in grado di farlo? Qual è il loro scopo?” intervenne il Conte Nadar.

“Io non riesco a vederlo per adesso. Percepisco una fioca luce in fondo al buio, ma non noto nient’altro. Non lo so. So soltanto che dobbiamo avere fiducia.” disse Wihelm amareggiato.

“Come sarebbe non lo so?! È in gioco la nostra vita, per la miseria!” gli rispose il Conte Burton risentito.

Il brusio che fino a pochi istanti prima era scomparso riapparve nella Sala. Atterriti i Conti guardarono Wihelm come un fantasma. Avevano sentito bene ciò che egli aveva appena espresso? Mille quesiti incombevano nelle loro teste e mille misteri si comprimevano l’uno sopra l’altro.

“Calma calma, signori. Perché questo trambusto?” chiese Wihelm osservandoli corrucciato.

“Mi state dicendo che forse il nostro futuro dipende in gran parte da due umani di cui non sappiamo la provenienza e che potrebbero anche non avere la minima idea di come aiutarci?” gli rispose il Conte Burton incollerito.

Wihelm non replicò e guardò avvilito l’intero consiglio: si rendeva conto del disagio e difficoltà che stavano nascendo, ma la cosa assurda era che non poteva far niente per evitarlo.

“Fantastico!” rispose il Conte Ilario in tono sarcastico battendo con foga il pugno sul tavolo.

“Non ci serve a niente reagire in questo modo, Conte.” lo rimproverò il Conte Famer con un tono fermo ma pacato.

“E che aspetto avrebbero questi umani? Come possiamo riconoscerli?” il Conte Famer cercò di trovare delle domande che dessero delle risposte più precise.

Wihelm si sentì un po’ più sollevato. Non era molto ciò che aveva da dire, ma forse poteva dare una maggiore speranza all’angoscia del gruppo.

“Ho solo una vaga immagine della loro fisionomia. La prescelta è Dafne una giovane donna dai capelli biondi e occhi chiari.  Il prescelto invece è un giovane uomo dai capelli scuri che porta il nome di Alan.”

“E perché sono stati scelti proprio loro? Cos’hanno di così speciale?” intervenne nuovamente il Conte Famer.

“È stato deciso che fossero loro i salvatori, ma il loro futuro ancora non riesco a decifrarlo. Non posso rivelare il motivo perché non sono in grado di spiegarvelo.” disse Wihelm.

“E come faranno ad arrivare qui?” chiese ancora il Conte Famer.

“La presenza che mi ha parlato ci aiuterà. Questa notte verranno trasportati ai confini ovest di Merenir attraverso una nube di vapore rinfrescante. So che è difficile per tutti, ma lo ripeto: dobbiamo cercare di avere fiducia.” 

Molti visi stravolti guardarono in direzione di Wihelm. L’angoscia scavava nei loro animi e vagava indisturbata. Un vento gelido attraversò la Sala e sfiorò loro le menti inquiete.

Wihelm rimase immobile e per un istante nessuno osò più parlare.

 

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