Storia · capitolo 7

VI. LA TERRA DEL NULLA

I Cavalieri di Luthy83

Le prime ore del nuovo giorno si affacciarono lente, svogliate, salutando la scomparsa di quello vecchio. Merenir si alzò con nessuna luce all’orizzonte: la notte cresceva minacciosa sopra le ombre delle persone. Il buio s’allargava quasi solido, impenetrabile, e copriva quel vago chiarore indefinito, che tentava di farsi strada tra il confine del cielo e la terra grigia. Le città erano avvolte dalle tenebre e tutt’intorno un silenzio stressante, sfidava la pazienza degli uomini. Una pletora di figure umane si addensava in ogni cittadina: ma solo i soldati arruolati e i signori delle città dell’ovest, incitavano la popolazione a procedere. Le città dell’ovest e Lancestra furono le prime a mettersi in marcia. La loro destinazione non era Tornio, ma i confini occidentali di Merenir. Si muovevano adagio, quasi strisciando, come se avessero avuto timore di essere scoperti da nemici fantasma. L’est e il centro tranne la città di Lancestra ancora attendevano.

 

Federico avanzava con prudenza per raggiungere le porte di Durkhania. Era montato in groppa al suo cavallo e precedeva la folla, afferrando con vigore la lancia. Si girò verso suo zio, il quale gli era accanto e osservava taciturno le sue azioni, come se avesse voluto privarsi di qualsiasi nuova emozione. Dal giorno in cui Darribar lo aveva ammonito durante la riunione dopo la sua nomina, lo zio sembrava meno propenso a dargli il suo appoggio. Avvilito, Federico si discostò dalla figura apatica e si mosse verso la popolazione. La gente lo fissava con un’espressione rapita, come se il fine fosse stato quello di imprimersi ogni singola parola nella mente. Egli percepiva in loro una fiducia incondizionata, nonostante avvertisse negli animi un forte terrore. Era come se per il popolo egli fosse stato in grado di condurli verso una situazione prospera e finalmente pacifica. Ma nemmeno lui sapeva come sarebbe apparso il futuro, nemmeno lui era così certo se esistesse da qualche parte una vita migliore. Benché nel profondo del suo cuore avvertisse ancora una grossa perplessità, il suo volto cercava di nasconderla. Non desiderava più mostrarsi debole davanti al pubblico, almeno era ciò che si era ripromesso di fare.

 

Dietro di lui, marciavano i suoi cavalieri. Tra essi, Darribar lo seguiva come una figura nebulosa avvolta nell’ombra. Rimuginava nei suoi stretti pensieri e le sue preoccupazioni, non smettevano di torturarlo. Il fatto che Federico fosse riuscito in così breve tempo ad accaparrarsi il consenso del pubblico, non lo convinceva affatto. Non aveva più smesso di meditare sulla sera prima, da quando il ragazzo dinnanzi alla gente, si era permesso di rifiutare i suoi consigli. Egli aveva più esperienza, come aveva potuto respingerlo? 

Prima di oltrepassare i cancelli, Federico diede un’ultima lunga occhiata alle sue spalle. Le case della città gli sembravano così nere, tristi, come avvolte da una nebbia scura. Poi spostò il viso alla volta del cielo. Scorse un tenue bagliore in lontananza, un barlume di un bianco sporco. Ma non sembrava la luce del giorno, non proveniva dall’orizzonte. Era a tratti gialla, opaca, troppo spettrale per essere l’alba. Poi si voltò verso i cittadini e questa volta si lasciò scappare un’espressione dubbiosa. ‘ Non dobbiamo temere le tenebre’ pensò. Ma un grosso cane, sbucò abbaiando da un vicolo nascosto. Per poco Federico non sobbalzò. Non era un animale rabbioso, le persone sorrisero non appena lo videro. Questi correva scodinzolando verso un uomo, il quale aveva spalancato le braccia per accoglierlo festosamente. Ma, nel momento in cui l’animale attraversava la lunga fila di gente, un cavallo s’impennò senza motivo e in una frazione di secondo, lo travolse con i suoi zoccoli. Accadde tutto troppo velocemente perché Federico potesse fare qualcosa. Ci fu un urlo feroce che risuonò nell’aria come il tonfo secco di un oggetto inanimato. L’uomo si lanciò verso la bestia piangendo:

“Ercole! Noo!”

Un silenzio di morte viaggiò sopra le loro teste. Nessuno fiatò per qualche minuto. Poi il gruppo di cavalieri corse verso il disgraziato, il quale si era chinato sul corpo senza vita e continuava a carezzarlo. Essi lo aiutarono ad alzarsi:

“Coraggio buon uomo, venite. Non potete restare qui.”

“Qualcuno o qualcosa ci vuole morti e riuscirà nel suo intento.” sibilò impaurito un vecchio canuto appoggiato ad una verga.

“Vi prego, aspettate. Desidero dare sepoltura al mio cane.” supplicò l’altro liberandosi dalla stretta.

Federico per un istante rimase immobile e non reagì alla scena inquietante. Proprio ciò che aveva sempre temuto, ritornò a galla: il terrore ricominciò a divorargli l’anima e bloccò ogni suo tentativo di riprendere il controllo. In segno di dispregio, Darribar non prestò ascolto alla voce del vecchio. Ordinò invece ai soldati di rimettersi in marcia. Il vecchio Conte Darnio non trovò la forza di replicare e lo lasciò fare. I soldati ripresero il cammino esortando i cittadini ad agire altrettanto. Ma il popolo non si mosse. Federico allora, come colpito da un violento scossone, si parò loro davanti indignato e s’incamminò verso il disperato. Con parole di conforto, gli permise di sotterrare il cane.

“Cosa state facendo Conte? Non possiamo indugiare.” lo apostrofò Darribar preoccupato, poi si voltò verso i cavalieri e i soldati e li istigò a procedere.

“Basta, Darribar! È Federico il Conte. Anche se siete solo un gradino sotto di lui, la legge non vi consente di scavalcarlo, ma di consigliarlo. Se dice che quest’uomo ha diritto di seppellire il suo animale, voi dovete ascoltarlo! Lasciatelo un momento in pace, per carità. Bisogna avere rispetto per tutti.” esclamò un cavaliere adirato e con voce ferma.

Nei pochi minuti che seguirono, i due uomini si fissarono gravemente negli occhi. Poi Darribar desisté e scostò lo sguardo corrucciato. Nella sua mente desiderò ancora una volta di sollevare il giovane Conte dalla sua carica.  

Dopo che la bestia venne sepolta, i cittadini di Durkhania si ripresero pian piano dallo spavento. Una breve calma apparente ritornò a inondare le loro menti. Anche Federico ritrovò il suo equilibrio interiore e disse quasi come a sé stesso:

“Non dobbiamo restare bloccati qui ancora per molto. Andiamo ai confini occidentali.”

La gente di Durkhania ricominciò a camminare e ora procedeva silenziosa come un’unica macchia informe sotto la falsa luce del mattino.

 

 

Lungo le strade polverose della città di Natantapia, un numero ragguardevole di uomini camminava con passo indeciso. Parevano simili a tremanti colonne di marmo poggiate orizzontalmente. Molti si muovevano a piedi nudi: indossavano una semplice tunica bianca sprovvista di ornamenti; altri erano coperti dalle loro armature pesanti e un nero mantello posto sulle spalle. Le case abbandonate con le porte serrate, sembravano grossi blocchi di pietra ammassati sul terreno bruno. Li osservavano andar via, come figure imprecise all’orizzonte quasi non sentissero più la loro mancanza.

Il Conte Nadar gridava con voce stentorea:

“Forza! Più svelti! Tra poche ore dobbiamo raggiungere il confine ovest di Merenir.”

I cittadini lo ascoltavano tentando invano di mantenere la sua andatura. Forse il panico o l’ansia crescente, li trattenevano lì il più a lungo possibile. Il Conte Nadar diede di nuovo uno sguardo fugace al paesaggio immobile. Il sole non era ancora sorto. La luce che fino ad un minuto prima si aggirava fievole tra i muri e gli angoli delle strade, si era fatta più forte benché non desse alcuna sensazione piacevole. Ma tutto questo ancora non lo spaventava: egli conosceva poco la paura. Per tutta la vita si era sempre chiesto se ciò era dovuto a causa di una strana malattia che gli impediva di provare a fondo quell’emozione. Qualche volta aveva desiderato avere paura, qualche volta cercava ancora la paura. Corrugò la fronte e tra le pieghe delle sue folte sopracciglia, la sua espressione interrogativa si tramutò in una più severa. Uno spiffero di vento gelido sfiorò le teste delle persone e poi scomparve, lasciando che un’aria densa e calda rispuntasse dall’infinito. I suoi lunghi capelli castano chiaro, si mossero leggermente e ricaddero subito sulle spalle larghe. Sotto la folta barba, le sue labbra si contrassero.

Ma non era per il terrore.

Vedeva negli occhi della gente, richieste incondizionate di aiuto. L’intenso bagliore proiettava colori freddi in un ambiente cupo: si accendeva e si spegneva ricoprendo il cielo piangente. Ma nemmeno allora, egli rabbrividì. 

Ad un tratto, sui muri delle abitazioni, apparvero gradualmente dei segni: erano come cerchi rossi tagliati nel mezzo, da una linea verticale zigzagante.

Sotto gli sguardi attoniti delle persone, dapprima le figure restarono intorbidite, poi divennero impresse e ben visibili, creando degli strani caratteri. Il Conte Nadar si avvicinò per capire cosa fossero e quando le raggiunse, si accorse che erano delle scritte. Notò che erano perfettamente incise sulle pareti, come se fossero nate con esse. Un soldato gli chiese di che si trattasse ed egli rispose:

“Sembra una richiesta di aiuto. No, aspettate. Sembra che dicano…<Hemli> credo… Che significa? Pare il nome di qualcuno o di una città.”

“Siamo maledetti!” gridò una donna stringendo al petto il suo bimbo spaurito.

Nadar tornò a guardare il muro. Poco più in basso, quasi cancellate dal tempo, altre due parole erano incise nella pietra:

Chi ha ucciso.

“Moriremo qui, tra le macerie!” urlò un giovane con il viso pallido.

“E’ un segno di sfortuna!” disse un altro.

Il conte Nadar non disse nulla, accennò con il capo un gesto d’assenso tenendo un’espressione corrucciata sul volto. Meditò per un istante, si grattò la punta del mento e quando girò nuovamente lo sguardo verso le incisioni scarlatte, si riebbe quasi all’istante. Si voltò e prima ancora che qualcuno formulasse un nuovo commento fugace, egli fece cenno di proseguire.

 

 

Quella mattina Epo era in attesa. La contessa Ella spiegava agli abitanti con voce altisonante, che poche ore dopo avrebbero incontrato a Tornio le altre città. Il vento dapprima calmo e placido, si innalzava poi in lunghi sbuffi di vapore acqueo e un’aria più fredda, fluttuava infilandosi tra le ombre delle persone. Ognuno si preparava a partire tra l’indecisione di vivere e quella di morire e gli animi restavano come ghiacciati, senza un’apparente voglia di combattere. Concluso il suo breve discorso, Ella si sistemò il cappuccio grigio sulla testa, fece per montare a cavallo quando udì un suono nell’aria. Sembrava un fischio lungo tra l’infinito e l’immensità che si librava nel cielo opaco come fosse trasportato da lontane terre infuocate.

Poi improvvisamente svanì come era arrivato, in un soffio di fumo grigiastro. Pensò di esserselo sognato, allora salì in groppa all’animale ma pochi secondi dopo il suono ricomparve. Si voltò nella sua direzione per cercare di capire cosa fosse, da dove venisse ma era troppo indefinito perché potesse intuirne la provenienza. Una giovane donna circondata da un notevole gruppo di persone alzò il viso e anche lei tese l’orecchio per ascoltare.

“Che cos’era quel suono?” disse una vicina che provava ad indicarne l’origine.

La melodia era dolce e sembrava un sovrapporsi di voci diverse, infantili. Una ragazza abbozzò un sorriso:

“Sembrano…bambini.”

Le voci si fecero più insistenti e si trasformarono.

“Bambini che cantano.” continuò la ragazza.

Le voci mutarono ancora ma non parevano più trasmettere gioia, erano lamenti lontani.

“Ora stanno piangendo!” la ragazza si portò le mani alle orecchie tentando di bloccare ciò che sentiva, perché ora erano come delle grida strazianti. Le voci divennero improvvisamente stridule, risa agghiaccianti, poi ritornarono i lamenti e ancora le risa. Catturarono la folla simili ad una grande ruota che girava su sé stessa avvolta da un turbine di vento. Un coro di voci strozzate, che si alternarono sempre più acute e rimbombarono senza sosta costringendo la maggior parte dei presenti a tapparsi gli occhi e le orecchie. Una vecchia si prese il volto tra le mani assumendo un’espressione terrorizzata ma non rispose alla ragazza che la chiamava spaventata. Il terrore ormai aveva invaso ogni cittadino.

La Contessa Ella ancora incredula e disorientata su ciò che stava assistendo, appoggiò il palmo destro sul petto e gridò:

“Basta vi prego! Che finisca questo orrore.”

E all’improvviso ogni suono cessò.

 

 

Il Conte Hotto pronunciò il nome dei soldati del suo esercito e li invitò ad esortare la popolazione. Era già passata l’alba ed egli si stava preparando ad uscire dalla città di Ham con la sua schiera di civili disorientati. Gruppi di donne, uomini e bambini accompagnati dai soldati, trascinavano a fatica i piedi verso le mura esterne. Avvertivano disperati crampi d’orrore. Quel futuro infame che da un giorno all’altro si era affacciato insidioso nella loro vita. Ma era impossibile resistere pensando a ciò che li aspettava. Evidentemente il destino di tutti era quello di essere sopraffatti da una sfiducia incontrastata e da una fine abominevole.

Alcuni cavalieri raggiunsero il conte a cavallo e camminarono al suo fianco.

Egli allora trasse la sua spada dal fodero e disse:

“Gente, a me!”

Migliaia di teste puntarono nella sua direzione.

“Siete pronti? Abbiamo una meta da raggiungere entro il primo pomeriggio, perciò non voglio sentire che siete stanchi e che volete fermarvi. Mi sono spiegato?”

Un coro di voci annuì prontamente.

“Bene, possiamo metterci in viaggio.”

 

Presero a procedere stavolta ad andatura sostenuta e nessuno osò voltarsi indietro una seconda volta. Ad un tratto, il Conte si immobilizzò: poco più avanti, di fronte alla sua vista in un gioco incerto di luce e colori, qualcosa si mosse. Sembrava la sagoma di qualcuno, una persona. Si concentrò e serrò le palpebre, sicuro che fosse stata una sua fantasia, causata dalla stanchezza delle ultime notti insonni. Invece quando le riaprì era ancora lì, ferma davanti a lui nell’attesa di un non so che, un segno. Ma che cos’era? Su questo egli di sicuro non ne aveva idea, ma sapeva anche che non desiderava scoprirlo; almeno quella era la sua sensazione. C’era qualcosa in quella figura che non lo rallegrava affatto. Gli dava un senso di apparente inquietudine, un ostacolo che portava dolore, una tristezza che non lasciava tregua. Il Conte Hotto si sentì gelare il sangue nelle vene e un brivido gli percosse la schiena: e se fosse stata la morte che era venuta a prenderlo?

Qualcuno gli appoggiò una mano sulla spalla. Egli sussultò, come se si fosse improvvisamente destato da un sogno tormentato.

“Vi sentite bene, Conte?” gli domandò il cavaliere che lo aveva appena richiamato alla realtà.

Egli lo fissò un momento ma prima di rispondere, guardò nuovamente in quella direzione: la figura era scomparsa.

Il Conte allora posò lo sguardo sull’uomo e gli sorrise:

“Si. Era solo frutto della mia immaginazione ma mi era parso di scorgere qualcosa in lontananza, stretta da una densa ombra scura.” il suo sorriso opaco fraternizzava con la luce fiacca del cielo piangente. Restò in silenzio per un momento e sospirò, come a cercare un fresco sollievo: “non importa.” disse infine “andiamo avanti e non perdiamo altro tempo.”

 

 

Anche ad Ilac la luce era ovattata dallo spento grigiore dell’etere. Una strana barriera di nuvole lo aveva cinto in uno stretto abbraccio e formava una massa nera e compatta come stormi di uccelli in cerca di prede. Il Conte Ilario a capo delle file fissava con occhi stretti la gente che avanzava: pareva un insieme di sparuti esseri, avvinghiati da fasce ingiallite. ‘ Sembrano morti che vagano sulla terra pensò ‘ eppure forse lo diventeranno sul serio.’ ghignò lievemente divertito e quel suo fugace pensiero venne subito sepolto nella mente. Dopotutto non poteva essere scettico su ciò che Wihelm diceva: in passato egli aveva spesso avuto ragione. Solo pochi giorni prima era stato reso partecipe a quella riunione che ancora non riusciva a considerare del tutto reale. Eppure, l’immagine dello sguardo grave di Wihelm, non lo distoglieva dalla testa. Respinse di nuovo quel pensiero, stavolta con maggior determinazione; non aveva voglia di riascoltare dentro di sé, rimbombi di storie assurde che gli erano state raccontate.

Non erano vere. Erano solo frutto di una distorta immaginazione. Eppure, file e file di individui lo seguivano da dietro le spalle. Cosa avrebbe dovuto loro spiegare? Forse la verità. Ma quale verità? Non sapeva nemmeno lui qual era la migliore o quella giusta. Forse andava via solo per il dovere verso Merenir o forse perché anche nel più remoto angolo del suo inconscio sapeva che Wihelm non era un ciarlatano.

D’un tratto, una coltre di nubi rosse, inondò il cielo di un colore scarlatto rendendo l’atmosfera, di una luminosità spettrale. Le case, i muri e persino i sassi come pezzi di carta ammucchiati sul suolo, emanavano chiari riflessi gettando ombre ben definite. Le nuvole avanzarono veloci e non si fermarono all’orizzonte, addensandosi strette l’una accanto all’altra. Una pioggia fitta cominciò a scendere e il Conte Ilario sentì bagnato sulle guance. Scoprì con agghiacciante stupore che l’acqua non era trasparente. Era rossa, d’un rosso scarlatto. ‘ È un sognò pensò e soltanto quando sorrise si rese conto di essere rimasto impietrito per un istante. ‘ La pioggia non può essere rossa, non lo è mai stata. Dev’essere qualche strano scherzo della natura mai accaduto in tanti secoli. Qualche inusuale fenomeno può capitare.’ L’orrore, il terrore: il Conte Ilario li sentiva crescere nei cittadini e il loro sangue ribollire fino a risalire tra le pieghe del cervello. Tutti cercavano di capire cosa stava effettivamente accadendo lì attorno mentre il cielo improvvisamente da rosso divenne giallo. Uomini, donne e bambini guardavano verso l’alto ed erano inorriditi per la fosca immagine che si presentava loro davanti.

 

Per un breve secondo si aprì uno squarcio: il mucchio di nuvole scarlatto si era spalancato e infine si era richiuso con la stessa naturalezza di come si era allargato. Poi lentamente, lasciò che il vago chiarore del mattino, si disperdesse sull’infinito sporco. Ogni cosa tornò al suo posto. Il Conte Ilario si autoconvinse che quella era stata solo una stupida illusione, rimase aggrappato all’idea dell’illusione. Nessuno fiatò più. Allora, con un gesto della mano, incitò la gente a procedere.

 

 

A Tornio Wihelm era in preda a un incubo. I suoi movimenti erano bloccati e non riusciva ad urlare: le parole erano ferme nella gola, il respiro sembrava essersi improvvisamente arrestato. Le labbra non emettevano più alcun suono. Vide un braccio scarno che dal nulla era comparso silenziosamente e lentamente si avvicinava alla sua gola. E non aveva alcuna intenzione di arretrare. Si sentì ghermire da una forza estranea. Distinse con orrore occhi gialli che lo esaminavano sogghignando e una risata malvagia echeggiò nel buio. Poi, d’un tratto, nelle tenebre fitte scorse una tenue luce e in fondo alla luce uno strano disegno.

Il disegno appariva come un grande quadro appeso su una larga parete di una stanza. Ma la figura del dipinto era offuscata ed egli non era in grado di individuare cosa in esso fosse ritratto. La cosa bizzarra era che il senso di inquietudine che lo aveva investito fino a un minuto prima, ora si era come attenuato e anche se non aveva idea di cosa ci fosse in quel quadro, sapeva che non doveva averne paura. Ma gli occhi gialli non ricomparvero e al loro posto, un volto privo di lineamenti, spuntò all’improvviso in mezzo ad una fitta nebbia. 

‘Svegliati Wihelm!’ ebbe infine la forza di gridare a sé stesso ‘è un incubò’. Scivolò, sprofondò in un pozzo nero e il mondo intero turbinò via. L’ultima forma impressa nella mente era ancora quel viso opaco, privo di contorni. Poi udì il suono del vento ma non riuscì a capire perché lo colpiva in piena faccia.

 

Aprì gli occhi e vide il soffitto della sua stanza. Rimase immobile aspettando che la realtà riprendesse il dominio fino in fondo. Ma quello non era stato solo un sogno. Nemmeno quella volta. Il ricordo lo scosse tanto da farlo saltare a sedere in mezzo al letto. Si toccò la fronte: la testa gli pulsava terribilmente e i capelli biondi erano fradici come tutte le altre volte. Si girò a guardare la finestra: nonostante quella mattina fosse aperta e le tende già scostate, il cupo colore del cielo attraversò la stanza, nascondendo per l’ennesima volta il bagliore del sole. Un’aria fredda insistente entrava indisturbata dall’esterno. Ora sapeva da dove arrivavano quegli spifferi. Pian piano il dolore alla testa diminuì e il ricordo svanì.

La porta si spalancò di colpo e lui vide uno dei cavalieri del Conte fermo sulla soglia. Era lì, con lo sguardo severo ma Wihelm ancora scosso, non indovinò subito cosa fosse venuto a fare. L’uomo teneva gli occhi fissi su di lui. Allora Wihelm respinse le coperte e posò i piedi a terra. Una sensazione improvvisa gli balenò la mente: ‘La riunione’ bisbigliò e fu allora che il pensiero di quel sogno tornò a raggelargli la mente. Ricambiò l’espressione del cavaliere e annuì con la testa restando a guardarlo dopo che questi, voltatosi, si allontanò correndo.    

Si vestì velocemente, si avviò verso lo scalone e cominciò a scendere. Man mano, udiva la forte voce del Conte che preparava i cavalieri e i soldati alla partenza.    

Attraversò i corridoi e varcò la porta della Grande Sala. Il Conte Tarra non appena lo vide, smise di parlare e lo salutò con un cenno. La discussione a Wihelm pareva piuttosto movimentata.

 

“Noi non possiamo aspettare troppo a lungo le altre città. Rischiamo l’incolumità del popolo, Conte.” Disse un cavaliere mettendosi le mani sui fianchi.

“Questo lo so, ma dobbiamo pazientare poiché ho dato la nostra parola che questo pomeriggio partiremo insieme.” Rispose Tarra risoluto.

“Non dovrei dirlo, ma ho una paura terribile.” La voce gli tremò.

“E non siete il solo, cavaliere. L’importante è mantenere la calma. Se vacilliamo noi, vacilla il popolo. Tenetela a freno e preparatevi.”

Wihelm fissava il Conte e gli altri uomini con non troppa convinzione. La testa era altrove. Non sapeva ancora se fosse opportuno raccontare loro della visione di poco prima. Ma preferì tacere per il momento.  

“Wihelm, a cosa state pensando? Credete che la speranza abbia un senso in tutto questo?”

Wihelm uscì dalle sue riflessioni nebulose in un baleno e mosse il capo come spinto da un violento scossone. “Sì, credo di sì.” Si sforzò di sorridere, ma per quanto intendesse nasconderla, apparve sul suo viso un’espressione di acuto disagio.

“Vi sentite bene? C’è qualcosa che vi turba? Avete visto qualcosa che non sappiamo?” gli chiese il Conte guardandolo perplesso.

Wihelm li squadrò uno a uno. Sembrava che tutto ciò che aveva dentro stesse per rigettarlo da un momento all’altro. Invece, disse semplicemente:

“Non ora” sospirò “ma presto.” È vero, la speranza è ciò di cui abbiamo più bisogno pensò. Però c’era qualcosa di nuovo ora che lo tormentava e non era in grado di collegare: ma cos’era?

La riunione si svolse e si concluse in un tempo ragionevolmente breve e quando Wihelm rimase solo, nella sua mente si depositarono solo rievocazioni di visioni enigmatiche. Attraversando la Sala, si soffermò di nuovo sul grande arazzo dei cavalieri. Perché quell’immagine lo attirava così insistentemente? Aveva a che fare con qualcosa che aveva già visto? Strano, eppure non riemergeva dalla sua memoria nient’altro che quel volto terrificante che aveva invaso la sua mente in quell’incubo. Si portò le mani alla testa e desiderò urlare. Avere un dono non lo rincuorava affatto.

 

 

Il pomeriggio arrivò. Benché finalmente il sole avesse fatto capolino da dietro le grosse nuvole grigie, Tornio appariva come una forma nera, l’ombra di un uomo stanco che si chinava sul terreno bruno e si avvolgeva in un vecchio mantello per coprirsi dal gelo; triste, infelice, solo.

Le città dell’est e del centro giunsero in ritardo, più di quanto il Conte Tarra avesse supposto.  

Per un istante che parve quasi infinito, esse sembrarono dominare l’esterno delle mura. Partirono quasi senza dir nulla. Ma anche in quel momento Wihelm non parlò.

 

Nadar ordinò che era giunto il momento di fermarsi e mentre il resto della gente riposava su un terreno comodo, radunò i conti Federico con Darnio, Hotto, Ilario, Lavinio e la contessa Ella dicendo:

“Cari amici, siamo qui riuniti perché avrei una cosa urgente da rivelare.”

“Mi preoccupate, conte Nadar. Cosa succede?” chiese il conte Lavinio.

“Quando siete partiti da Merenir, siete rimasti increduli di fronte a degli avvenimenti insoliti?” disse il conte Nadar.

“Non mi pare che la mia città sia stata minacciata da forze misteriose, se a questo volete alludere.” rispose Lavinio.

“Non so se siano forze oscure o qualcosa di simile.” rispose il conte Nadar. 

“Io ebbi un certo presentimento prima di penetrare a Nihil.” disse con un sospiro la contessa Ella poi proseguì:

“Non che dovessi guardarmi le spalle, ma percepivo un’atmosfera greve.”

“Parlate dunque, cosa significa?” disse il conte Nadar.

“I miei cittadini si sono spaventati.” rispose la contessa.

“A dire il vero, anch’io ho notato qualcosa di strano. Un cane ha attraversato la strada, uno dei nostri cavalli è impazzito e lo ha investito senza ragione.” disse Federico.

“Ecco. Io ho udito delle voci terrificanti che risuonavano nell’aria come spilli acuminati.” disse d’un fiato la contessa Ella.

“A me è parso di vedere una sagoma nell’ombra tra l’orizzonte e l’infinito.” disse il conte Hotto.

“E voi conte?” chiese la contessa Ella rivolgendosi al conte Ilario.

“Sciocchezze, ve lo siete solo sognato.” egli rispose.

“Non mi dite che non siete stato vittima di nessuna stranezza.” disse il conte Hotto.

“Il cielo si è solo un po’ scurito ma era normale, dato che lo era già. Perciò vi chiedo di terminare questa pagliacciata. Non mi diverto.” disse il conte Ilario.

“Nemmeno per noi è un passatempo questo, conte. Cercate di calmarvi. Stiamo trovando un motivo ragionevole che ha spinto le circostanze a svolgersi in tal maniera.” disse il conte Nadar e riprese:

“Sui muri delle case sono apparsi dei segni. Essi si sono mutati in scritte scarlatte che dicevano <chi ha ucciso> Non so cosa possa significare, ma una donna del popolo ha esclamato che eravamo maledetti.”

“Che essa abbia ragione? Interroghiamola e scopriamo se sa qualcosa in più di noi.” disse il conte Hotto.

“No, ognuno è al corrente di questa cosa. Non turbiamo di più le menti dei nostri vicini. Essi hanno bisogno unicamente di essere tranquilli.” gli rispose il conte Nadar.

“E noi, cosa faremo?” chiese il conte Hotto.

“Porteremo avanti la nostra missione e andremo alle città di Rachela e Jerlasia.” disse il conte Lavinio.

“E se qualcuno di noi inavvertitamente ha scatenato qualcosa?” chiese Federico.

“Tutto è possibile, anche questo.” rispose il conte Nadar.

“Non c’è alcunché da indovinare, messeri. Non vi rendete conto che stiamo sollevando un problema assurdo? Non perdo il mio utile tempo a chiacchierare.” rispose il conte Ilario.

“Vi pare che questa sia una chiacchierata?” si adirò il conte Nadar.

“Tutto ciò è inammissibile, conte Nadar. Ne fate una questione di vita o di morte su una cosa di cui non siete nemmeno certo. Andiamo a casa e risolviamo tutto in un altro modo.” disse il conte Ilario.

“Se rischiate di tornare a Merenir e farvi travolgere, fatelo. Non vi seguo.” rispose Nadar.

Ilario rimase in silenzio e il volto assunse un’espressione di disaccordo.

“E’ assolutamente inutile che ci azzuffiamo tra di noi, non arriveremo a capo di nulla se continuiamo.” disse il conte Lavinio.

“Vi ho già confidato la mia opinione, siete voi che non ascoltate quando parlo.” rispose il conte Ilario in tono sprezzante.

“Abbassate la voce o è peggio per voi.” s’infuriò Hotto.

“Volete darmi ordini? Chi siete voi per farlo?” sentenziò il conte Ilario.

Fu allora che Hotto lo colse di sorpresa scaraventandolo a terra. Prima che l’altro potesse reagire, gli altri misero fine alla disputa.

“Se mi toccate ancora, ve lo farò rimpiangere.” disse il conte Ilario.

Hotto fece finta di non sentire e seguitò la discussione. 

“Dunque, cosa decidiamo di fare?” chiese.

“Vorrei che tutto questo non fosse mai accaduto.” disse Nadar.

“Nemmeno io, ma è fondamentale non abbassare la guardia e non rimanere indifesi.” disse Lavinio.

“Andiamo, raduniamo tutti e proseguiamo.” continuò.

“Sono pronto.” disse il conte Hotto.

“Vedo che il sole sta scomparendo. Facciamo in fretta.” disse Nadar.

 

I conti di Merenir si alzarono e decisero di intraprendere nuovamente il cammino. Gli animi impensieriti dei conti davano ad intendere che fossero in un luogo oscuro, privandoli della leggerezza.    

Avevano appena attraversato Nihil e raggiunto i confini appena sopra i due laghi. I loro occhi parlavano. Camminavano senza sapere che probabilmente non avrebbero più fatto ritorno.     

 

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