Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Galaverna di Alba Abies

 La galaverna è quello strato di ghiaccio che ricopre le foglie degli alberi durante le notti invernali, a volte prende la forma di  aghi sottili, a volte ingloba completamente la foglia, creando una scultura di ghiaccio, che si scioglie con il primo calore del  giorno.

 E’ così che ho fatto anch’io, mi sono congelata. L'immagine che mi accompagna da allora è proprio questa: una persona che si accascia, le mani strette intorno alla testa. Sa che sta per arrivare un colpo. Si rannicchia, si prepara, trattiene il respiro.

 Poi, tutto intorno si forma un globo di ghiaccio. Duro, spesso. Quando il colpo arriva, il ghiaccio lo respinge.

 Per questo volli le cure palliative a casa. «Lui resta con me». Cercarono di convincermi con delicatezza. «Ci pensi bene signora, in Hospice suo marito sarebbe seguito continuamente, lo faccia anche per lei…e i suoi figli». «No. Non me lo portate via».

 Così trascorremmo un periodo sereno, i bambini che giocavano e lui che non smetteva di abbracciarli ed accarezzarli, la sera tutti insieme sul divano, un film, massaggini ai piedi, sembrava quasi la nostra solita vita, ma non lo era.

 Ben presto non riuscì più ad alzarsi da solo, lo dovevo cingere con le braccia e sollevare di peso per portarlo in bagno. Un giorno lo trovai lì, a terra, che puliva il pavimento dal suo vomito, non mi aveva chiamata per non disturbare.

 Nel giro di poche settimane, passammo alla morfina, le metastasi erano arrivate alle ossa, poi insieme alla morfina il sedativo, era entrato in uno stato di agitazione e semincoscienza in cui chiamava il mio nome di continuo, ed io ero lì a rassicurarlo.

 Poi arrivò quel momento, sembrava si stesse riprendendo invece spalancò gli occhi.

 Non guardava me, ma oltre, in alto. Teneva gli occhi fissi su qualcosa che io non potevo vedere.

 Non ho mai visto un’espressione così, un volto trasfigurato dallo stupore e meraviglia, un sorriso, il sorriso di qualcuno che lascia un peso, e va via libero.

 Iniziarono le apnee, il respiro s’interrompeva, ed io trattenevo il mio insieme al suo, «respira…dai respira», riprendeva, poi l’apnea si allungava e non ha respirato più, solo un’ultima uscita d’aria.

 E poi niente.

 Arrivò il colpo e non sentii niente, ma rimasi lì dentro imprigionata.

 Mi separai.

 Una parte di me rimase li ferma accanto a lui, a guardare e riguardare quegli ultimi istanti.

 L’altra si alzò in piedi, per telefonare ai parenti, organizzare il funerale e le mille altre cose.

 Accolsi abbracci. Ringraziai. Preparai caffè. Mi dicevano: «Come sei forte…» oppure «Non so come fai».

 Così i mesi successivi, vivevo, ma mi mancava l’altra metà, rimasta intrappolata nel ghiaccio, che urlava ma nessuno sentiva, che prendeva a pugni invano quello strato duro.

 Ero intorpidita e senza forze, spesso la sera crollavo con la testa sul tavolo della cucina senza far mangiare i bambini che si addormentavano davanti la televisione.

 Passarono altri mesi, poi un anno, il mio corpo era cambiato, mangiavo male, o non mangiavo affatto, da tempo sapevo di dover fare un intervento chirurgico, che avevo sempre rimandato, ma ora la situazione era peggiorata.

 Avevo una diastasi addominale. Dopo le gravidanze i muscoli dell'addome non si erano più richiusi. Sentivo i visceri spingere in avanti, senza contenimento, un peso, come se i figli avessero lasciato la loro presenza immaginaria.

 Così mi fermai. Per farmi riparare.

 Una amica mi consigliò un chirurgo, ne avrei dovuti consultare almeno due, ma mi fermai al primo, uno sguardo gentile che mi spiegò l'intervento con poche precise parole, fu fiducia totale all’istante.

 Dopo tre mesi arrivò il giorno dell’intervento.

 Fui portata in sala operatoria e quando lo vidi venirmi incontro sorrisi.

 Un sorriso che, era completamente fuori luogo, stavo per essere operata, avrei dovuto avere paura. E invece sorridevo.

 Lui ricambiò quel sorriso un po' stupito, era teso e concentrato. Gli avevo appena passato un peso, il peso della responsabilità della mia vita, mi sentivo leggera.

 Poi me ne andai.

 Riaprii gli occhi, erano passate diverse ore, avevo l’addome fasciato e piansi per un dolore intenso.

 Mi venne a visitare in reparto, ero venuta da sola, non avevo parenti con me, forse lo notò, mi chiese: «Come sta?», fu attento e premuroso. Tornò per una seconda visita la sera stessa, già cambiato come prima di smontare dal turno.

 Ci fu un’infermiera, che veniva a controllarmi durante la notte, io facevo finta di dormire per non disturbarla, quella della mattina mi aiutò ad alzarmi in piedi ed a lavarmi.

 Ero lì, ferma e vulnerabile, le cure e attenzioni hanno creato calore, la scintilla quel sorriso fuori luogo, l’istante esatto che interrompe una legge della materia, e ne inverte il processo.

 Il fuoco divampò e il ghiaccio iniziò a sciogliersi.

 Tornai a casa e mi lascia aiutare, dovevo stare un mese senza fare sforzi, con una fascia che mi stringeva, avevo dolore anche solo a respirare, ma avevo tempo ed ero li ferma.

 Un giorno chiusi gli occhi.

 Tornai in quella stanza, lui che mi lasciava con l’aria che gli usciva dalla bocca, il silenzio.

 Gli sfiorai il viso e gli diedi un bacio sulla fronte.

 Poi mi voltai e scorsi una figura, era l’altra parte di me che mi stava aspettando, la raggiunsi e tornammo una.

 Quando riaprii gli occhi sentii il mio corpo in modo diverso. Forte e capace di contenere il dolore, capace di portare la sua assenza, con me verso il futuro.

 Nel primo tepore del giorno una goccia cade, poi un’altra, la galaverna lascia la foglia trasformandosi in acqua, in riflesso, in memoria.

.

Altre opere da leggere