Storia · capitolo 2

Capitolo 1

Alexis di Maddalena Colamedici

Mi risveglio nel bel mezzo della lezione di greco. Non è stata colpa dell’insegnante. Sono solo io. Un incubo? Non ricordo. L’importante è che ora sono sveglio. Non vorrei davvero esserlo. L’aula è in ordine. Tutto come al solito. Manca J. a completare il quadretto di classe modello. Oggi non si è presentato. Strano, non manca mai e ieri stava bene. Forse so’ perché, ma la mia testa non vuole farmelo ricordare. Il mio cervello è contro di me. Indosso gli stessi vestiti del giorno prima, non mi sono cambiato ieri. Non è successo niente, va tutto bene. Non è accaduto nulla. Mi continuo a ripetere nella testa. Non aiuta particolarmente ma almeno posso far finta di starci quantomeno provando. Respiro ad intervalli di tempo regolare anche se forzato. Non riesco più a piangere. Da un po’ ormai. Finisce l’ora e con lei anche la scuola. Esco. Non è successo nulla. Va tutto bene. Se non fosse per la sua mancanza. Perché manca? Perché non sei con me? Sei sparito. E’ colpa mia? Non è possibile. Perché non riesco a ricordarlo? Lo odio? Dei sentimenti contrastanti mi ricordano la sua immagine. Lo detesto, eppure… Eppure lo amo. Perché? Non è successo nulla, è tutto apposto. Sto bene, tutto va bene. L’ho solo immaginato. Questa sensazione, non è possibile… giusto? Passo per il parco davanti al Beccaria. Devo smetterla di farmi domande senza risposta. Questo non sono io. Un fruscio di vento mi sfiora il braccio nudo. Mi risveglio dall’apatia. Devo fare qualcosa per tornare in me. Si diede uno schiaffo sulla guancia ed iniziò a sorridere. Adesso andrò in giro. A cercare e a parlare con belle ragazze. Pensò Alexis. Non sono debole. Non posso esserlo. Si morse il labbro. Quante volte ci si può ripetere la stessa cosa perché diventi reale?

E fu quello che fece. Passò tutto il pomeriggio con le mani nelle tasche dei jeans a passeggiare per Milano. Ogni tanto incrociava lo sguardo di qualcuno ma non gli sembrava abbastanza interessante, e lasciava perdere. Finì in una discoteca, non ricordava neanche come ci fosse arrivato, e venne avvolto dalla folla. Muoveva le spalle a tempo di musica, senza preoccuparsi di chi aveva intorno. Gli si avvicinò una ragazza. Irriconoscibile dalle altre biondine in tiro nella folla, tutte identiche fin dalla prima occhiata. Almeno secondo Alexis. Ma non si fece scoraggiare. “Ehi principessa, hai un nome o ti posso chiamare mia?” Chiese Alexis, passandosi una mano tra i capelli castani. Era una delle frasi più classiche che però aiutavano a capire con che tipo di ragazza si stesse parlando. Se reagiva confusa e diceva di non chiamarsi Mia allora era un no. Stupida ma bella, non il tipo di Alexis. A meno che non fossero innocenti e ingenue. Il secondo tipo rideva. Di una risata calcolata a cui non importa davvero quanto tu sia divertente ma che vuole solo uscire con te per il tuo aspetto. Il terzo… se ne andava. Più chiaro di così. La sconosciuta rise. Alexis sorrise sotto i baffi e le si avvicinò. Come al solito.

E’ davvero necessario dormire? Penso, mentre sto a testa in giù sopra un albero alle due di notte. Mi aiuta la concentrazione. Fare cose che sconcentrano. Cose bizzarre e pericolose. Insomma, è un po’ esagerato dormire ogni singolo giorno, no? C’è.. si perde un sacco di tempo così. Si potrebbero fare tantissime cose in nove intere ore. Il sangue alla testa mi fa venire idee strane. I lampioni illuminano le strade di una luce finta anche se passa raramente una macchina. Mi sento più sveglio, attento e concentrato di quanto non sia di solito in classe. Forse dovrei tornare a casa. Nah

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