Storia · capitolo 10

CAPITOLO 9

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

Il mattino seguente si alzarono tutti, o quasi, di buon ora per terminare gli ultimi preparativi in occasione del matrimonio. L’aria era carica di eccitazione, Amabel ed Elisabeth erano impegnate ad acconciarsi i capelli, indossavano dei graziosi abiti di chiffon che arrivavano poco sotto al ginocchio, lilla per la prima e verde acqua per l’altra. Jane si stava infilando il morbido tailleur in seta color avorio aiutata dalla testimone di nozze, nonché sua migliore amica, Katherine. Matthew era già pronto e passeggiava per il soggiorno con un sorriso radioso sul volto, ansioso di cominciare quella nuova fase della sua vita insieme a Jane e ai loro rispettivi figli.

L’unico a non essere ancora uscito dalla propria stanza era Dylan. Non aveva nemmeno partecipato alla colazione che Amabel e Lily avevano preparato per festeggiare il matrimonio, né tantomeno era andato a congratularsi o a salutare la madre in quel giorno così importante. La sua assenza non sfuggì a Jane, la quale sperava con tutto il cuore che il figlio mantenesse la sua promessa di starle accanto.

Decise di bussare alla sua porta per sincerarsi che tutto andasse bene. La tensione nel cuore e l’ansia si facevano sentire, mentre attendeva una risposta. Dopo un breve momento di silenzio, si udì una voce sommessa che la invitava a entrare. Con passo esitante, varcò la soglia e si trovò di fronte al figlio che, seduto sul letto, aveva lo sguardo fisso sul pavimento e le grosse cuffie bluetooth attorno al collo. Indossava un elegante completo scuro e una candida camicia bianca che sottolineavano il suo fisico atletico, mentre il suo volto mostrava un groviglio di amarezza e diffidenza. La donna gli si sedette accanto posandogli una mano sulla coscia in gesto di conforto.

«Caro, va tutto bene? Mi dispiace vederti così, non era davvero mia intenzione ferirti. Non ti sto chiedendo di accettare tutto immediatamente, ma spero che col tempo potremo costruire un legame forte e duraturo come famiglia. Sarebbe davvero la mia più grande gioia.»

«Mi ci vorrà un po’, ma prometto di cercare di essere più partecipe e ben disposto.»

Jane sorrise con affetto e lo abbracciò. «Ti ringrazio per aver fatto questo passo avanti.»

«Sei davvero bellissima, mamma. Il tuo viso è radioso come quando papà era ancora con noi.»

«Grazie, tesoro mio, non sai quanto le tue parole mi rendano felice. Significa molto per me sentire il tuo sostegno e il tuo amore in questo giorno speciale,» disse Jane, commuovendosi per le parole del figlio. «Ora andiamo a unirci al resto della famiglia,» aggiunse prendendogli la mano. «Abbiamo un matrimonio da celebrare.»

Stavano per uscire dalla stanza quando entrambi notarono Amabel fuori dalla porta, ferma al centro del corridoio. La ragazzina non aveva resistito alla curiosità. Avendo visto la porta della stanza aperta, si era avvicinata silenziosamente.

Nell’esatto istante in cui i loro occhi si incrociarono per la prima volta, il corpo di Dylan si irrigidì, costringendolo a fermarsi. Le guance di Amabel si fecero di fuoco, un misto di timidezza e sorpresa che la fece sentire vulnerabile. Non sapeva cosa aspettarsi da lui, ma la tensione palpabile nell’aria le fece immediatamente capire di non essere la benvenuta.

«Non essere imbarazzata piccola mia, non stavi facendo nulla di male. Lui è Dylan e da oggi sarete fratello e sorella,» disse Jane con dolcezza.

«Io ho già una sorella,» borbottò lui di rimando. Le mani gli affondarono nelle tasche dei pantaloni, mentre il suo sguardo si faceva scostante. Poi, quasi controvoglia, fece qualche passo in direzione della porta. Gli occhi blu di Amabel incrociarono i suoi per una seconda volta, giusto una manciata di secondi, ma tanto bastò perché lei sentisse un tiepido calore diffondersi nel petto, una specie di nodo allo stomaco, una sensazione mai provata prima. Era un misto di nervosismo e curiosità, un richiamo inspiegabile verso quel ragazzo che sembrava così distante. Il modo in cui la fissò, confermò ad Amabel che lui non era affatto contento di quel matrimonio e della sua presenza nella loro casa.

Ma allora perché Jane e suo padre non ne avevano mai fatto parola? Infinite domande le frullarono nella mente, facendola sentire più confusa e vulnerabile che mai, mentre il suo cuore di appesantiva come un macigno. Il pensiero di un legame fraterno che iniziava sotto i peggiori auspici, la atterriva.

Dylan rimase immobile sotto l’arco della porta poi, con passo incerto, si voltò verso la madre. Il suo viso, per un attimo, rivelò un’emozione che Amabel non riuscì a leggere, ma che sicuramente non era felicità.

«Che c’è, Dylan?» chiese Jane con una dolcezza che cercava di attenuare la tensione del momento. «Forza caro, saluta Amabel e dalle il benvenuto,» lo incoraggiò infine.

Lui non disse nulla, come se non avesse sentito una sola parola, rimase invece in silenzio, gli occhi neri spenti e la fronte più corrugata di prima. Avanzò di qualche passo fino a trovarsi nel corridoio, Amabel lo guardò nuovamente e sussultò nel notare sul suo volto un pallore preoccupante, le mani cominciarono a tremarle leggermente e si sistemò una ciocca di capelli dietro le orecchie nel tentativo di ritrovare la calma. L’espressione dei suoi occhi la sconcertò, vi era, in quel momento, un vuoto immenso che la indusse a distogliere in fretta lo sguardo. Percepì il suo dolore con limpida chiarezza e non poté fare a meno provare una profonda empatia per lui. Capiva benissimo cosa significasse perdere uno dei genitori. Un paio di anni prima aveva perso Laurette e ancora sentiva la sua mancanza. Il padre di Dylan era scomparso soltanto l’anno precedente e immaginava quanto questo potesse turbarlo ancora profondamente. I due erano stati legati da un profondissimo affetto reciproco e si erano adorati fin dalla nascita del ragazzo. Erano stati davvero inseparabili e avevano trascorso insieme ogni momento libero. Jong Woo aveva trasmesso al figlio la passione per l’allevamento, i cavalli e i bovini. Gli aveva insegnato ad amare le immense praterie e le verdi colline che caratterizzavano la loro terra. Proprio in ragione di quel legame così speciale, per Dylan, la morte del padre era stata un vero trauma e lo aveva segnato fin nel profondo dell’anima, portandolo a chiudersi sempre più in se stesso. Il suo carattere già piuttosto sfuggente e solitario, lo aveva inoltre condotto a trascorrere lunghe ore guardando le campagne del British Columbia in compagnia solo di se stesso. Quelle sconfinate distese, una volta luoghi carichi di gioia e significato grazie alle lezioni e all’amore paterni, erano ora impregnate di un senso di vuoto e di solitudine, diventando una sorta di rifugio per il suo sconforto.

Dylan era un ragazzo dalla notevole intelligenza, capace di comprendere le complessità del mondo che lo circondava senza mai dover passare ore sui libri. Le sue doti lo avevano portato a essere accettato in una delle più prestigiose università di Calgary, un traguardo che avrebbe dovuto riempirlo di orgoglio. Eppure, l’emozione di quell’ammissione si era dissolta come neve al sole. Settembre si avvicinava a grandi passi, e così anche il giorno in cui avrebbe lasciato il ranch per trasferirsi all’università.

La sua grande sensibilità gli aveva permesso, nel corso degli anni, di sviluppare una profonda connessione emotiva con gli animali che venivano allevati all’interno della tenuta. Passava ore a osservare i cavalli e i bovini, trovando conforto nella loro presenza costante e nella semplicità di quella vita.

Ma, nonostante il suo isolamento, Dylan era consapevole della responsabilità che aveva ereditato dal padre e avrebbe fatto di tutto per trasformare la sua passione in una professione redditizia. Per anni, quando Jong era ancora vivo, il ranch era stato molto proficuo e fiorente, un luogo che risuonava di vita e di risate. Ora, con il peso della gestione ricaduto completamente su di un semplice sovraintendente, le cose non andavano affatto bene e Dylan, troppo giovane e inesperto, non aveva ancora le capacità per mettersi alla guida di un’attività di così grande portata. Sperava soltanto che, una volta laureato, per Soulsavers non fosse troppo tardi.

Jane provò a prendere Dylan a braccetto per farlo avvicinare ad Amabel, ma lui, con un movimento di stizza, scrollò la mano che lo tratteneva, allontanandosi lungo il corridoio. La madre allora lo seguì, raggiungendolo a metà della scalinata e, nonostante la distanza, Amabel riuscì comunque a udire la loro discussione.

«Fermati un attimo, per favore. Comprendo tutto figliolo, ma non l’hai nemmeno salutata, non è così che ti ho educato! Tua sorella Amabel…»

Dylan la interruppe perentorio. «Avrai anche sposato suo padre, ma quella ragazzina non è, e non sarà mai, mia sorella, nemmeno tra un milione di anni!» sbottò allontanandosi e scendendo i gradini due alla volta.

«Forse, il fatto che io sia qui, non gli piace. Probabilmente non desiderava che una ragazzina e un perfetto estraneo entrassero di punto in bianco nella sua vita,» mormorò Amabel con timidezza, raggiungendo la donna in fondo alla scala.

«Non è così cara, credimi,» la rassicurò Jane. «Sono invece convinta che andrà tutto per il meglio una volta che vi avrà conosciuti. È impossibile non provare simpatia e un profondo affetto per te e Matthew. Sono certa che insieme riuscirete a fargli tornare il sorriso.»

 

Dopo essersi infilata il pigiama ed essersi preparata per la notte, Amabel si sdraiò sotto il fresco lenzuolo, nel meraviglioso letto a baldacchino, con il cuore pervaso da emozioni contrastanti. Da un lato era immensamente felice, Jane ed Elisabeth l’avevano fatta sentire già parte della famiglia, dall’altra le tornavano continuamente alla mente l’espressione corrucciata e gli occhi malinconici di Dylan; quest’ultimo pensiero le impedì di addormentarsi subito. Quel giorno la cerimonia era stata breve e intima, Jane e Matthew si erano scambiati le loro promesse davanti alla famiglia e ai loro amici più cari. Ne era seguito un semplice ricevimento proprio lì, nel giardino adornato di quell’immenso ranch, che Amabel aveva già cominciato ad amare.

Vagò con lo sguardo all’interno della stanza, per l’arredamento e i colori Jane doveva sicuramente aver chiesto consiglio a suo padre, poiché, quella camera rispecchiava appieno i suoi gusti. Le pareti erano state dipinte di un delicato color lilla, mentre le tende erano di una sfumatura appena più scura. Un soffice tappeto turchese occupava gran parte del pavimento in legno di cedro e una scrivania grande e colorata era ricolma di materiali creativi come penne, matite colorate, pennarelli e blocchi di carta di diverse tonalità, tutto quello che lei poteva desiderare. Infine, sul comodino faceva bella mostra una stupenda lampada a forma di unicorno. Amabel sorrise ripensando a quante volte il padre l’avesse presa in giro per la sua smisurata passione per quella magnifica creatura leggendaria.

Fu improvvisamente conscia del fatto che avrebbe avuto di nuovo una madre meravigliosa, come lo era stata Laurette negli anni precedenti e che avrebbe potuto condividere i suoi segreti e le sue gioie con una sorella dolcissima. Prima di abbandonarsi al sonno, l’immagine di quella grande casa, nella quale si sarebbe svegliata ogni mattina della sua vita e dalla quale non sarebbe più andata via per nessuna ragione al mondo, le comparve davanti agli occhi.

 

Quando, la mattina dopo il matrimonio scese in cucina, Amabel trovò la tavola imbandita con una deliziosa colazione, croissant appena sfornati e profumatissimi biscotti al cioccolato la stavano aspettando in colorati piattini a forma di cuore. Appena Elisabeth la vide, le sorrise calorosamente andandole incontro per abbracciarla, mentre Dylan era silenziosamente seduto al tavolo con lo sguardo rivolto al pavimento. Amabel notò che era ancora più pallido del giorno precedente e, con tutto il cuore, desiderò non fosse a causa sua e di suo padre.

Matthew le scompigliò teneramente i capelli e la invitò a sedersi accanto a lui.

«Buongiorno Dylan,» disse Jane amorevolmente. «Che cosa desideri per colazione?»

«Non ho fame,» rispose lui con amarezza. «Sto uscendo,» sentenziò poi a testa bassa, alzandosi e dirigendosi verso la porta.

«Aspetta un attimo, fermati a mangiare qualcosa, ho preparato anche i bignè alla crema,» gli disse Jane speranzosa. «Inoltre ho promesso ad Amabel che l’avresti portata a cavallo in giro per il ranch,» aggiunse posando il vassoio sul tavolo.

«Dato che la promessa è tua, perché non ce la porti tu o meglio ancora, suo padre?» ribatté lui scontroso volgendo lo sguardo all’uomo seduto al tavolo.

«Dylan non ti ricordi già più la promessa che mi hai fatto soltanto ieri?» gli chiese la madre sconsolata.

«Come hai potuto anche solo pensare che mi sarebbe piaciuto fare da balia a una perfetta sconosciuta?» sbottò alzandosi e uscendo di casa come una furia.

Con il cuore stretto in una morsa e lo sguardo triste, Jane rimase immobile a fissare la porta, pochi istanti dopo si sentì stringere in un tenero abbraccio. «Va tutto bene, cara. Devi avere pazienza e dargli un po’ di tempo. Vedrai che le cose si sistemeranno,» le sussurrò Matthew posandole un bacio sulla fronte.

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