Storia · capitolo 11

CAPITOLO 10

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

Erano passate poche settimane dal suo arrivo a Soulsavers, quando Elisabeth si presentò raggiante in camera di Amabel.

«Sei pronta per andare a pattinare sorellina? Forza, Dylan ti sta già aspettando. Sono certa che ti piacerà da impazzire e ti divertirai moltissimo. Vedrai, ti insegnerà tutto quello che c’è da sapere e tu diventerai una bravissima pattinatrice in men che non si dica. Pattina da quando aveva tre anni ed è davvero abilissimo. Non hai nulla da temere e poi è davvero un ottimo insegnante. Se è riuscito a far stare in piedi me, su quei terribili aggeggi, può farcela davvero con chiunque! Come vorrei venire anch’io con voi...»

«Tu non vieni?» chiese Amabel sorpresa, accorgendosi solo allora, che la ragazza indossava ancora il pigiama.

«No, la mamma dice che devo studiare dopo il risultato disastroso del test di matematica,» rispose Elisabeth grattandosi la testa.

«Dai, andiamo!» le disse poi prendendole la mano e scendendo le scale per dirigersi verso le stalle dove Dylan stava sellando Nam, il suo purosangue arabo dal lucente manto grigio.

Amabel rimase senza parole, sarebbe dovuta salire lì sopra con lui… Non lo aveva assolutamente immaginato prima, quando le avevano detto che sarebbero andati alla pista di pattinaggio, non aveva pensato l’avrebbero raggiunta a cavallo, ma con il pick up del ranch. Quella situazione le procurò un forte imbarazzo, oltretutto non riusciva a comprendere perché la vicinanza con Dylan la mettesse sempre a disagio. Probabilmente, pensò, è perché in fondo lo conosceva appena, anzi, a essere sinceri non lo conosceva affatto.

«Sei mai andata a cavallo?» le chiese a un tratto senza distogliere gli occhi da quello che stava facendo.

«Ehm, io… sì con Matthew.»

«Bene, almeno non dovrò insegnarti anche come si sta in sella, oltre che a pattinare!» Strinse forte le cinghie e controllò per l’ultima volta che tutto fosse in ordine, poi prese le briglie e condusse il cavallo fuori dalla stalla aspettando che Amabel lo seguisse. «Lui è Nam, è un cavallo molto docile e ubbidiente, ma anche molto veloce,» disse, accarezzando il collo dell’animale.

«Ciao Nam, io sono Amabel,» farfugliò avvicinandosi al muso del cavallo sorridendogli con timidezza. A quella vista lo sguardo di Dylan si rabbuiò, mentre lo stallone sembrò accettare di buon grado la presenza della ragazzina, tant’è che le strofinò il muso sul dorso della mano.

«Il solito ruffiano...» mormorò tra sé. «Forza, saliamo in sella, non ho di certo tutto il giorno da dedicarti!»

«Oh, sì certo, scusami…»

Dylan montò agilmente e allungò un braccio verso di lei per aiutarla. Una mano forte e decisa prese la sua sollevandola da terra senza alcuno sforzo apparente. Quello fu il primo contatto tra loro da quando i rispettivi genitori si erano sposati. In pochi secondi si ritrovò seduta dietro di lui arrossendo fino alla punta dei capelli, più impacciata e insicura che mai, a causa della scarica elettrica che quella breve stretta le aveva provocato in tutto il corpo.

«Reggiti forte, l’idea di dovermi fermare per raccoglierti da terra non mi garba per niente!» furono le uniche parole che le rivolse, prima di partire al trotto.

Il cavallo iniziò a muoversi e il vento scompigliò i lunghissimi capelli neri di Amabel che cominciarono a danzare liberamente al ritmo della cavalcata. Percorsero un breve tratto sulla strada sterrata che conduceva al limite della fattoria, poi si allontanarono attraversando campi e pascoli, finché lei non riuscì più a scorgere la casa. Mentre galoppavano il paesaggio circostante si svelava in tutta la sua bellezza e il mondo intorno a lei sembrava sfumare in un insieme di colori e suoni. Campi verdi si estendevano all’orizzonte, punteggiati da fiori colorati che danzavano al vento. L’odore della natura e il suono dei ruscelli rendevano l’esperienza ancora più magica.

Era fine agosto, mancavano soltanto una manciata di giorni all’inizio del nuovo anno scolastico e alla partenza di Dylan per Calgary, ma il sole era ancora molto caldo, le colline erano d’un verde acceso e gli alberi si mostravano in tutta la loro rigogliosa bellezza; tutto ciò le piacque moltissimo e scoprì che adorava cavalcare insieme a lui. Le volte che era salita a cavallo insieme al padre, questi era sempre stato molto attento a non superare mai l’andatura del trotto, mentre ora, Dylan spronava il cavallo ad andare sempre più veloce come se volesse scappare da qualcosa o da qualcuno. La connessione tra lui e il suo magnifico destriero era incredibile, come se fossero un’unica entità in perfetta armonia. La velocità aumentava, il suono ipnotico degli zoccoli che battevano sul terreno si mescolava al battito accelerato del cuore di Amabel. Il paesaggio sfrecciava intorno a loro, in un caleidoscopio di colori e movimenti veloci.

Amabel chiuse gli occhi e iniziò a volare con la fantasia, immaginandosi di galoppare attraverso campi e foreste con il vento che le accarezzava il viso. Sognò di cavalcare fino all’orizzonte, dove il cielo incontrava la terra e di vedere tutto ciò che il mondo aveva ancora da offrire. Per un momento, si dimenticò di tutto, del suo passato, del suo presente e del futuro. Si perse nella magia del momento e si sentì, finalmente, di nuovo viva.

Ad un tratto però, quei pensieri furono interrotti dalla voce di Dylan. «Tutto bene?» le chiese voltandosi verso di lei.

Il cavallo, mentre era persa a sognare, aveva rallentato la sua corsa senza che se ne fosse accorta. Alzò gli occhi verso di lui, ancora un po’ sorpresa dalla sua domanda improvvisa. «Sì, grazie per avermelo chiesto. Non ho mai provato niente di simile.»

Per la prima volta da quando viveva con lui, vide Dylan sorridere e il respiro le si mozzò in gola. In quel momento notò quanto i suoi occhi fossero scuri, così profondi da sembrare infiniti. Amabel si sentì persa in quella profondità, ma subito distolse lo sguardo. Un nodo le si formò alla gola. Per un momento, le sembrò che il cuore le battesse più forte del solito, come se quel contatto visivo avesse in qualche modo risvegliato qualcosa dentro di lei. Ma non capiva cosa fosse, né cosa stesse cercando in quegli occhi così intensi e misteriosi. Desiderava però dirgli che le dispiaceva di essere entrata nella sua vita in modo così improvviso, che capiva il dolore che stava provando per la morte dell’amato padre. Avrebbe voluto rivelargli tutto quello e molto di più, ma non lo fece, si limitò a sorridergli timidamente. Lui non la ricambiò, abbassò invece lo sguardo, diede una leggera pressione sul fianco del cavallo utilizzando il tacco dello stivale e Nam riprese il suo cammino.

«Siamo quasi arrivati alla pista di pattinaggio,» le disse dopo qualche minuto di assoluto silenzio.

«Grazie Dylan e scusami se la mamma ti ha fatto perdere tempo costringendoti ad accompagnarmi, avrei potuto farmi insegnare anche da qualcun altro.»

Non ottenne alcuna risposta da lui, ma Amabel, in fondo, non si aspettava che lo facesse. Era perfettamente a conoscenza della sua riluttanza ad accompagnarla.

 

Appena entrarono nel palazzetto del ghiaccio Dylan andò al bancone a pagare per l’utilizzo della pista e in seguito cominciò a spiegarle come era organizzato il tutto; dove erano gli spogliatoi e gli armadietti per riporre le cose personali e dove avrebbe potuto sedersi per infilarsi i pattini. Amabel, del tutto inesperta, seguiva attentamente le sue spiegazioni. Si accomodarono su una delle panchine messe a disposizione e lo osservò allacciare i pattini senza sforzo, le belle mani che si muovevano con dimestichezza e precisione. Le mostrò la tecnica corretta, spiegando ogni passo in dettaglio, sottolineando l’importanza di fissare i lacci in modo aderente, ma non troppo stretto per garantire il comfort e la mobilità della caviglia. Amabel infilò con cura i piedi nei pattini, assicurandosi di seguire le istruzioni, ma quando si trattò di allacciarli, le sue dita cominciarono a tremare per la tensione e le stringhe si ingarbugliarono tra loro.

«Non così!» esclamò Dylan inginocchiandosi ai suoi piedi e togliendole i lacci dalle mani.

«Stai guardando quello che faccio?» le chiese qualche istante dopo con un leggera nota di impazienza nella voce. Notando che lei non rispondeva, alzò lo sguardo e la trovò a fissarlo in volto. Leggermente sorpreso, fu il primo a distogliere lo sguardo, con un movimento rapido, quasi irritato. «Non è difficile, puoi farlo da sola,» disse velocemente, mentre finiva di legare il secondo pattino e si alzava.

Amabel si sentì improvvisamente imbarazzata, il cuore che continuava a batterle forte.

«Sei pronta?»

«Sono pronta…» rispose titubante.

Dylan offrì ad Amabel una mano, lei la prese con una leggera esitazione, ringraziandolo mentalmente per la sua pazienza. Insieme, si diressero verso il bordo della pista, dove il ghiaccio scintillava sotto le luci brillanti dei riflettori. Notando la leggera agitazione di Amabel, le posò gentilmente una mano sulla spalla. «Va tutto bene» le disse senza alcun sorriso sul bel volto. «È normale essere un po’ nervosi quando si pattina per la prima volta. Prenditi il tuo tempo e vai al tuo ritmo.» Le sue parole rassicuranti ebbero l’effetto sperato su Amabel che respirò profondamente e cercò di calmarsi. Iniziò quindi a spiegarle alcune tecniche di base del pattinaggio, dimostrando come scivolare e spingere con i pattini. Le assicurò che all’inizio avrebbe potuto sentirsi un po’ traballante ma che con la pratica avrebbe acquisito fiducia e trovato l’equilibrio.

Facendo un altro respiro profondo, Amabel fece scivolare un piede sul ghiaccio tenendosi fortemente al bordo. Dylan era sempre accanto a lei, pronto a prenderla se fosse inciampata. Fecero così un intero giro della pista e a ogni passo Amabel si sentiva sempre più sicura. Cominciò a rilassarsi e a godersi l’esperienza e Dylan notò che aveva un equilibrio e una grazia innati. La incoraggiò quindi a staccarsi dal bordo e a pattinare senza alcun sostegno e Amabel fu ben contenta di seguire il suo consiglio; pian piano cominciò a scivolare sul ghiaccio finché si accorse, con sua grande meraviglia, che stava pattinando discretamente.

 

Trascorsero un paio d’ore buone sulla pista, quando Dylan le chiese: «Vuoi che ti spinga un po’? Mi sembri stanca.»

«Sì, grazie. Anche se sono felice di essere riuscita a pattinare così a lungo, sento che le mie gambe hanno bisogno di un attimo di tregua.»

Lui le si mise alle spalle afferrandole i fianchi con le sue mani grandi e forti, pochi istanti dopo riprese a pattinare spingendola delicatamente sulla pista. Amabel si lasciò trasportare dal movimento, permettendo alle sue gambe di rilassarsi gradualmente. Frattanto che Dylan la spingeva, si guardò intorno, osservando gli altri pattinatori che si divertivano sul ghiaccio. Il suono delle risate e della musica riempiva l’aria, creando un’atmosfera allegra. Pian piano, il dolore alle gambe iniziò a diminuire e Amabel si sentì più leggera. Il movimento fluido e la sensazione di essere trasportata dal vento le davano un piacevole senso di libertà.

Ad un tratto, forse a causa delle forti emozioni che stava provando, una lacrima bagnò le sue guance. Poi un’altra e un’altra ancora… finché non scoppiò in un pianto dirotto.

«Ehi ma… cosa ti prende? Le gambe ti fanno così tanto male?» chiese Dylan fermandosi di colpo e costringendola a far altrettanto. «Perché stai piangendo?»

«Scusami, non lo so nemmeno io,» mormorò lei, nascondendo il volto dietro i palmi delle mani.

«Appoggiamoci un attimo al bordo, dai vieni,» le disse afferrandole delicatamente un gomito e accompagnandola a lato della pista.

«Scusami, Dylan. Penserai che io sia una sciocca ragazzina,» disse abbassando il capo. Perché si era messa a piangere in quel modo?

«Non c’e bisogno di scusarsi. Lo capisco. Comprendo come tu possa sentirti sopraffatta dalle emozioni a volte. Non hai avuto una vita facile fino ad ora e temi che la felicità che provi adesso possa finire improvvisamente. Ma, soprattutto, non penso affatto che tu sia sciocca,» mormorò lui.

Lo sguardo sbalordito di Amabel si posò sul fratellastro. Possibile che avesse intuito il vero motivo del suo pianto quando nemmeno lei ne era consapevole? Fissò a lungo i suoi occhi nerissimi, incantata dalla comprensione che vi lesse in quel momento. Poi si asciugò le lacrime con il fazzoletto che lui le aveva allungato e provò a riflettere: possibile che quel ragazzo enigmatico e per lei ancora indecifrabile, avesse ragione? Osservò il suo bellissimo volto e arrossì, colta dall’imbarazzo. Cercando di stamparsi un sorriso sulle labbra gli disse con gratitudine: «È solo che… è stato tutto così bello, erano anni che non provavo una gioia così grande. Grazie per avermi insegnato a pattinare, è stata un’esperienza meravigliosa e non avrei potuto farla senza di te.»

Ma lui era già tornato il freddo e scostante Dylan di sempre.

 

Il ritorno a casa fu silenzioso. Entrambi in sella a Nam, procedevano senza scambiarsi una parola, ognuno perso nei propri pensieri. Il rumore degli zoccoli del cavallo e il fruscio del vento erano gli unici suoni a riempire l’aria tiepida del tardo pomeriggio.

Amabel sentiva ancora il peso delle parole di Dylan nella sua mente. Come aveva fatto a capire così tanto di lei, quando nemmeno lei riusciva a capire se stessa? Il suo cuore era più leggero, ma il volto di Dylan, la sua espressione indecifrabile, non la lasciavano in pace. Aveva visto una parte di lui che sembrava così lontana dalla sua solita indifferenza, eppure, ora, sentiva che qualcosa si era spezzato di nuovo.

Quando finalmente arrivarono al ranch, i due ragazzi scesero dal cavallo senza scambiarsi una parola. L’atmosfera tra di loro era strana, come se un filo sottile li legasse ma allo stesso tempo li separasse.

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