CAPITOLO 11
Era finalmente giunto il mese di luglio e con esso il sedicesimo compleanno di Amabel. Alla grande festa per celebrare quell’evento così importante avrebbero preso parte le sue più care amiche e anche alcune compagne di scuola, sia sue sia di Elisabeth. Amabel aveva insistito perché fosse organizzata presso la pista di pattinaggio del Cheam Club.
Dylan sarebbe tornato il pomeriggio stesso, dopo aver frequentato il terzo anno di Scienze Biologiche all’università di Calgary, la stessa a cui aveva deciso di iscriversi anche lei, seppur in una differente facoltà, per seguire le orme di suo padre adottivo.
Mancavano soltanto pochi anni anche alla realizzazione del sogno di Dylan, quello di far rinascere Soulsavers e portarlo a nuova vita, e lei desiderava tanto far parte di quel sogno, diventando una veterinaria in grado di aiutarlo.
I tre anni successivi al matrimonio erano trascorsi serenamente, anche se Amabel era sempre stata consapevole del fatto che il ranch non navigasse in buone acque nonostante il continuo impegno da parte di Matthew e dei lavoranti. Il sovraintendente precedente era stato licenziato anni prima, dato lo scarso rendimento, e non avevano ancora trovato un sostituto.
Con il passare del tempo il ranch stava cominciando a mostrare segni di declino; molti recinti andavano sostituiti, le stalle avrebbero dovuto essere rimodernate già da anni, per non parlare della parte riguardante gli allevamenti. Le sfide economiche sembravano essere un ostacolo insormontabile per il recupero completo del grande ranch. Tuttavia ci furono anche giornate allegre, gite fuori porta, serate passate davanti al camino in inverno o in giardino durante l’estate, i tornei di hockey di Dylan all’università, le esibizioni di pattinaggio su ghiaccio di Amabel che facevano sempre emozionare Jane e Matthew, nonché i deliziosi dolci di Elisabeth.
Dopo la prima lezione con Dylan, Amabel si era letteralmente innamorata di quel meraviglioso sport qual era il pattinaggio e si era iscritta immediatamente a un corso per principianti. Le sue allenatrici, colpite da tanta innata tecnica e grazia, l’avevano spronata in breve tempo a iscriversi a una scuola agonistica. In quegli anni, il suo rapporto con Jane si fece più profondo, fino a divenire in tutto e per tutto quello tra una madre e una figlia, nonostante Jane non avesse mai ufficialmente adottato la figlia del suo secondo marito. Tra Amabel ed Elisabeth l’affetto e la complicità crebbero sempre più e loro si sentivano una vera, grande, bellissima famiglia.
Il rapporto con Dylan invece, non ebbe modo di svilupparsi granché, anche per il fatto che lui, frequentando un’università piuttosto lontana, tornava a casa poche volte durante l’anno. Il ragazzo mantenne sempre il suo carattere solitario e taciturno, soprattutto con Amabel, ma il suo sguardo riprese pian piano la serenità della fanciullezza. Quando tornava a Soulsavers per le vacanze, passava più tempo con la famiglia e soprattutto con Matthew, affiancandolo nel suo lavoro e aiutando i mandriani più esperti. Sovente trascorreva le serate con il suo miglior amico Dave, a parlare della vita, delle loro aspirazioni, dei loro sogni, ma anche andando a qualche concerto o a farsi una sana bevuta insieme. Erano due ragazzi estremamente diversi, ma si completavano a vicenda. Dave era uno di quegli amici con cui Dylan poteva essere se stesso, senza filtri o maschere. Amabel lo aveva conosciuto appena arrivata al ranch, in occasione del matrimonio dei genitori, essendo il figlio della più cara amica di Jane e aveva da subito apprezzato la sua simpatia e la sua grande capacità di ascolto. Qualche volta era stato proprio lui a darle lezioni di equitazione, soprattutto quando Matthew non era disponibile, o Justin, il mandriano più anziano ed esperto, era impegnato con qualche lavoro all’interno del ranch.
E così, con il passare degli anni, il pattinaggio e i cavalli, erano diventati le due più grandi passioni di Amabel. Aveva definitivamente accantonato il grande amore per la moda e il disegno. Non perché non le piacessero più, ma perché le riportavano alla mente ricordi ed emozioni ancora troppo dolorosi. Anche la macchina da cucire, ultimo regalo di Laurette, era stata riposta in soffitta. Ora passava interi pomeriggi a volteggiare sul ghiaccio oppure a correre tra i prati con Nam. Ormai aveva acquisito una notevole abilità in entrambe le discipline e sapeva muoversi con estrema sicurezza sia sulle piste sia in groppa allo stallone.
Dopo essersi fatta una rapida doccia ed essersi asciugata i lunghi capelli di un nero lucente, Amabel si fermò davanti al grande specchio della sua stanza, osservando attentamente la propria figura riflessa. Dovette ammettere che in quell’ultimo anno era davvero cresciuta, finalmente suo padre non l’avrebbe più considerata una bambina, pensò sorridendo.
Aveva un naso minuto e grazioso, le labbra morbide e di un intenso rosa naturale, gli occhi di un blu più luminoso dello zaffiro, circondati da folte ciglia e delle gambe lunghissime. Stava per terminare di frequentare il secondo anno della scuola superiore con ottimi risultati e già da diverso tempo aveva le idee molto chiare riguardo a quale università avrebbe frequentato. Voleva laurearsi in Scienze Veterinarie come il padre Matthew, per poter, un domani, lavorare nel ranch che amava con tutto il cuore. Desiderava ardentemente poter aiutare e curare gli animali, soprattutto i suoi adorati cavalli.
Senza perdere altro tempo si diresse verso l’armadio per scegliere il vestito da indossare. Optò per un abito blu acciaio appena sopra al ginocchio che metteva in risalto i riflessi violacei dei suoi occhi e che le stava d’incanto. A sedici anni era già di una bellezza ammaliante e del tutto inconsapevole.
Preparò il borsone con i pattini, gli scaldamuscoli e tutto quello che le sarebbe potuto servire e uscì saltellando dalla stanza.
Una volta entrati nel palazzetto del ghiaccio, gli invitati si infilarono i pattini ai piedi e si riversarono sulla pista. Amabel si assicurò che nessuna delle sue amiche restasse indietro; aiutava chi barcollava e spronava le più titubanti, ricalcando involontariamente i gesti che Dylan aveva usato con lei anni prima. Le risate e i sorrisi riempivano l’aria mentre tutti si divertivano sul ghiaccio. La luce soffusa e la musica allegra contribuivano a creare un’atmosfera festosa e Amabel si divertiva a vedere le sue amiche e gli invitati di tutte le età godersi il pomeriggio.
«Mabel, Lily, è arrivato vostro fratello, venite a salutarlo,» urlò a un tratto Matthew ai piedi delle gradinate. Il cuore di Amabel le martellò nel petto. Dopo le ultime vacanze primaverili Dylan era finalmente tornato…
Si avvicinò all’entrata della pista e fece un lungo respiro prima di uscire e infilarsi i coprilama. Un brivido improvviso e incontrollabile la costrinse ad appoggiarsi al muretto di protezione. Sbirciando verso la zona allestita per il rinfresco vide Dylan abbracciare la madre e la sorella, i capelli neri e il suo sorriso caloroso erano più luminosi che mai. Smaltito quello strano turbamento, si decise a raggiungere la famiglia, fingendo una calma che era tutt’altro dal provare. Nonostante il tentativo di apparire indifferente la voce le tremò e riuscì soltanto a sussurrare un timido “ciao”.
Dylan si voltò lentamente a guardarla, inchiodandola al suolo con i suoi profondi occhi neri. Non fece alcun gesto di avvicinamento e Amabel non poté far altro che rimanere immobile, catturata dal suo sguardo intenso. Il mondo sparì. La voce dei presenti si affievolì, la pista scomparve e con lei tutto il resto. Non rimase più nulla se non Dylan che la fissava con quei suoi occhi capaci di scrutarle l’anima. L’attimo durò a lungo, poi, così come era venuto, si dissolse. Il palazzetto riapparve, il brusio delle voci riprese e il suo cuore ricominciò a battere.
Elisabeth le disse qualcosa e lei annuì sorridendo. Non aveva la minima idea di che cosa stesse dicendo, forse aveva parlato di fiori o magari di alieni, ma non aveva alcuna importanza per lei. Riusciva a percepire soltanto la tensione sottile nell’aria che correva tra lei e Dylan; intuiva che c’era qualcosa di profondo tra loro, ma ancora non riusciva a decifrarlo. Lui sembrò riflettere su qualcosa, come se stesse cercando le parole giuste da dire. La sua espressione era seria, ma Amabel poté vedere un barlume di emozione nei suoi occhi.
«Ciao Amabel. Siamo atterrati un po’ in ritardo, per questo sono arrivato soltanto ora.»
Lei continuò a guardarlo come ipnotizzata, finché qualcuno nel passarle accanto la urtò malamente; a causa del precario equilibrio dovuto ai coprilama sulla pavimentazione, Amabel si aggrappò istintivamente al braccio di Dylan per riprendere la stabilità. Quel gesto improvviso fece entrare in contatto i loro corpi come raramente era accaduto prima e Amabel poté sentire il tiepido calore del corpo di lui vicino a sé nonostante la gelida aria condizionata presente nel palazzetto. Allontanandosi velocemente da lui cercò di nascondere il proprio turbamento dietro un sorriso, non capiva davvero cosa le stesse succedendo quel pomeriggio.
Poco dopo si ritrovarono di nuovo tutti sul ghiaccio insieme a gran parte degli invitati alla festa, a eccezione di Dylan.
L’ambiente era rallegrato da palloncini multicolore, festoni appesi al bordo della pista e fiori sui tavoli ricoperti da tovaglie colorate. C’erano vassoi pieni di finger food, con piccole prelibatezze come pizzette e sfogliatine, insalate di ogni tipo, involtini primavera e nachos con salse deliziose. Infine, in un angolo, spiccava una varietà di dolci irresistibili. C’erano torte decorate con gusto, cupcakes con glasse colorate, biscotti artigianali, una vasta selezione di frutta fresca ricoperta di cioccolato e gli immancabili bignè alla crema, i dolci preferiti della festeggiata. Era un vero paradiso e la varietà di opzioni rendeva difficile non cedere alla tentazione.
Dave e Dylan si sedettero sulla gradinata centrale mentre Amabel, poco distante, chiacchierava con alcune sue compagne di classe che parlavano senza sosta di ragazzi, di cotte adolescenziali e dei loro idol preferiti.
«Che ne pensate dei membri dei BTS? Chi è il vostro preferito?» chiese una ragazza dai corti capelli biondi rivolgendosi alle altre.
«Oh cielo, è così difficile scegliere!» cominciò Cherilyn. «Ma credo che J-Hope sia il mio bias. È così talentuoso e poi balla meravigliosamente!»
Dylan e Dave la scimmiottarono bonariamente ridendo tra loro, mentre gran parte delle ragazze annuiva convinta.
«Ha un carisma incredibile e il suo talento è fuori dal comune. Ma onestamente, sono tutti così fantastici che sono profondamente innamorata di tutti e sette,» aggiunse una ricciolina con gli occhi verdi e delle graziose lentiggini sul viso.
«Il mio preferito è sicuramente Namjoon, è il miglior leader che si possa desiderare,» aggiunse un’altra ragazza piuttosto alta. «E tu cosa ne pensi, Amabel?»
«Senza ombra di dubbio io scelgo Jimin, è un ragazzo davvero perfetto…» rispose lei, sorridendo dolcemente.
Nel sentire quelle parole il viso di Dylan si fece tutto a un tratto serio. «Jimin, il ragazzo perfetto? Ma dai, Amabel, sei seria?»
«Sì, perché no?» rispose lei, un po’ contrariata. «Jimin è un idol, è bello, bravo a cantare, la sua voce è incredibile e quando balla sembra un angelo. Cosa c’è di sbagliato a dire che è perfetto?»
Dylan si strinse nelle spalle. «Non c’è niente di sbagliato, è solo che…» si interruppe e guardò Amabel negli occhi. «Niente, lascia perdere, continuate pure la vostra interessante conversazione,» disse lui alzandosi, seguito immediatamente dall’amico.
«Certo che tuo fratello è proprio un gran figo, Amabel. Potrebbe benissimo essere l’ottavo membro del gruppo!» ammise candidamente una biondina di nome Kim, scoppiando a ridere.
Le ragazze continuarono a condividere opinioni sui membri dei BTS, scambiandosi commenti entusiasti sulle loro canzoni e performance. Era chiaro che il gruppo K-pop aveva un posto speciale nei loro giovani cuori, ma Amabel non si dimenticò tanto presto della piccola discussione avuta con Dylan, le sue parole l’avevano un po’ ferita; era una grande fan dei BTS e Jimin era il suo bias. Era normale che ne parlasse con entusiasmo e non capiva perché Dylan avesse reagito in quel modo.
Alzando gli occhi, lo vide intento a conversare con Dave e, nell’osservarlo, dovette ammettere che se c’era un ragazzo in grado di competere con i bellissimi cantanti coreani, quello era sicuramente Dylan. Nell’istante stesso in cui fece quella constatazione i suoi occhi si spalancarono per lo stupore e sentì le guance accaldarsi. Da quando in qua pensava a lui in quel modo? Si morse il labbro inferiore per cercare di nascondere il proprio turbamento e fu esattamente in quel momento che incontrò gli occhi profondi del fratellastro che le stavano fissando la bocca.
Le luci al neon illuminavano i loro volti, intorno la gente chiacchierava, rideva ad alta voce e si divertiva ma, per un istante, ad Amabel parve che nell’intero palazzetto del ghiaccio ci fossero solo loro due. L’incantesimo si spezzò quando un ragazzo si mise esattamente sulla loro traiettoria.
«Ciao, Dy, che ne dici presentarmi la tua sorellina?» chiese il giovane con un sorriso che andava da un orecchio all’altro.
«Chi dovrei presentarti?» chiese Dylan brusco.
«La festeggiata ovviamente, è davvero un bel tipino.»
«Scordatelo e togliti quel sorrisetto dalla faccia se non vuoi che te lo faccia sparire io!» Era furioso. «Non te la presenterò né ora né mai, quindi è meglio che ti levi dai piedi, Chad!»
«Ma Dylan, non ho fatto niente di male, non ancora almeno…» sogghignò il ragazzo. «Ho solo detto che è un bel tipo.»
«Lo so cosa hai detto,» rispose Dylan serio. «E non mi piace. Non sono in vena di scherzi quando si tratta di Amabel.»
Chad alzò le mani in segno di resa. «Va bene, va bene, niente presentazioni. Non voglio farti arrabbiare, amico.»
«Meglio per te e non azzardarti ad avvicinarti a lei!» disse allontanandosi. Mentre si dirigeva verso un gruppo di conoscenti, si voltò ancora una volta verso Amabel che, colta alla sprovvista, non poté impedire alle proprie guance di arrossire. Si fissarono a lungo, prima che Dylan si voltasse verso Dave, che nel frattempo lo aveva raggiunto.
Amabel sentì la voce della madre chiamarla e, anche se si trovava a soli pochi passi di distanza da lei, le parole le giunsero come ovattate. «Amabel tesoro, devi spegnere le candeline ed esprimere un desiderio!»
«Forza Mabel, prendi un bel respiro, le candeline cominciano a diventare tante, stai diventando grande bambina mia,» la incoraggiò Matthew abbracciandola teneramente.
Amabel sorrise, solo suo padre la chiamava in quel modo affettuoso.
Cosa avrebbe potuto desiderare di più bello di ciò che aveva in quel momento della sua vita? Era circondata dalle persone che più amava al mondo e dalle quali era amata a sua volta. Guardando il volto sorridente degli amici e della famiglia, pensò che non c’era davvero nulla che potesse volere ancora, se non… Un desiderio sincero e profondo le si delineò chiaramente nella mente nell’istante in cui i suoi occhi si posarono sul bellissimo volto di Dylan. Voleva pattinare di nuovo con lui, ripristinare quella connessione speciale che avevano vissuto quel giorno di tanti anni prima. I suoi occhi brillarono di gioia e di speranza mentre spegneva le candeline tra gli applausi. Tuttavia, per quel giorno, il suo desiderio non si avverò. Per il resto della serata Dylan mantenne le distanze da lei e non mise mai i pattini ai piedi.
A notte fonda, scoppiò un violento temporale estivo e Amabel cominciò a piangere disperatamente. Aveva una paura del tutto irrazionale e incontrollabile per i lampi e i tuoni, un vero e proprio terrore. Rispetto alla stanza dei genitori, la sua camera da letto si trovava dalla parte opposta di quell’immensa casa e dubitava che potessero sentirla da quella distanza. Andare da loro per farsi tranquillizzare e coccolare, era fuori discussione, non lo avrebbe fatto, non alla sua età.
All’improvviso la porta si aprì e Dylan entrò. Indossava solo i pantaloni del pigiama e una canottiera grigia che rivelava i suoi forti muscoli di ventunenne. La raccolse dal rifugio dentro l’armadio in cui si era nascosta singhiozzante e spaventata e si sedette con lei tra le braccia sulla sponda del letto. Le sussurrò dolci parole di conforto, accarezzandole delicatamente i capelli. La tenne stretta fino a quando le lacrime e i tuoni cessarono. Poi, con un tenero sorriso, la fece adagiare sul cuscino. «Va meglio ora?» le chiese.
«Sì, grazie.»
Rimase fermo a guardarla con una strana espressione negli occhi, del tutto simile a quella che aveva avuto solo poche ore prima durante la festa. Amabel si sentiva come paralizzata... Era la prima volta che si trovava sola di notte con lui, per di più nella sua camera da letto. Improvvisamente Dylan si voltò e, con un’imprecazione soffocata, uscì dalla stanza.
Dopo quella notte divenne, se possibile, ancora più freddo e scostante nei suoi confronti. Era come se fosse successo qualcosa mentre si erano guardati così intensamente. Amabel non sapeva che cosa fosse, ma ricordava ancora la sensazione che aveva provato quando gli occhi di lui si erano posati sul suo corpo e avevano indugiato sulle linee del seno, visibili sotto la camicia da notte.
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