Storia · capitolo 14

CAPITOLO 13

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

Nonostante il vento che spazzava le strade attorno al ranch, Amabel non aveva intenzione di rinunciare alla sua consueta cavalcata serale. L’aria estiva era comunque piuttosto gradevole e lei, in groppa a Nam, aveva mille cose a cui pensare. Da quando Dylan l’aveva trovata nella doccia, nuda e in lacrime, non era più riuscita a sostenere il suo sguardo. Si sentiva tremendamente in imbarazzo e sperava soltanto che, con il tempo, sarebbe riuscita a dimenticare quell’incresciosa serata.

Tra qualche settimana sarebbe ripartito per Calgary e anche per lei sarebbe ricominciata la scuola. Avrebbe frequentato il terzo anno del liceo pubblico di Chilliwack ed era felicissima di essere ancora nella stessa classe di Cherilyn come per il biennio precedente. Elisabeth avrebbe invece frequentato la classe parallela avendo scelto un indirizzo più classico rispetto alle due amiche che avevano optato per un percorso più scientifico.

Guardandosi indietro, oltre i vasti campi del ranch, notò che le sue riflessioni l’avevano portata a una notevole distanza dalla fattoria. Si inoltrò comunque all’interno del fitto bosco di conifere in cui i raggi del sole morente filtravano a malapena, creando giochi di luce e ombra sul terreno ricoperto di aghi. Il vento aveva acquistato intensità e ora faceva sussultare vistosamente i rami degli alberi. Il silenzio era interrotto soltanto dal canto degli uccelli e dal rumore dell’acqua che scorreva in un ruscello vicino.

Ad un tratto Nam scartò di lato, spaventato da qualcosa alla sinistra dello stretto sentiero. Amabel sentì la tensione nei muscoli del cavallo che si era immobilizzato. Aveva le narici dilatate e gli occhi fissi e lei intuì che qualcosa non andava. Gli accarezzò il collo con gesti rassicuranti e gli parlò con voce dolce, nel tentativo di tranquillizzarlo.

«Calmo, Nam, calmo,» sussurrò piegandosi verso le orecchie dello stallone. «Non c’è nulla da temere, sono qui con te.» Erano più o meno le stesse parole che, tanti anni prima, le aveva rivolto il padre quando si era spaventata nel trovarsi un furetto nel letto.

Scese lentamente dalla sella e, tenendo Nam per le briglie, si avvicinò alla fitta vegetazione sul bordo sinistro del sentiero. Quel tratto sembrava oscuro e impenetrabile; i raggi del sole, ormai quasi scomparsi non sarebbero comunque riusciti a infiltrarsi fin lì. Estrasse il cellulare dalla tasca della sella e accese la torcia per farsi un po’ di luce.

«Vediamo cosa c’è laggiù, Nam.» Le sue parole erano un misto di calma e determinazione. Con passo cauto, avanzò lentamente verso un folto cespuglio, mantenendo una mano sul collo di Nam per garantirgli la sua vicinanza e il suo sostegno. Quando i suoi occhi si posarono su di un ammasso indefinito di piume, tirò un sospiro di sollievo e il suo cuore ricominciò a battere a un ritmo più tranquillo.

«Non ci posso credere, Nam. Te la sei fatta sotto per un povero uccellino spelacchiato.» Il cavallo nitrì rumorosamente, sembrava quasi offeso dall’osservazione della ragazza. Amabel si avvicinò a quel piccolo esserino con cautela, sembrava essere caduto dal nido per il forte vento e non avendo ancora il piumaggio adatto, non era stato in grado di volare. Con gesti delicati, si chinò per esaminare più da vicino la situazione e pian piano stese la mano verso l’uccello. La creatura sembrava spaventata, ma non ferita. A guardarlo bene, date le piccolissime dimensioni, si trattava quasi certamente di un gufo pigmeo, con grandi occhi gialli e la testina arrotondata e, con tutta probabilità, non aveva più di un mese di vita. Dato che nei paraggi non si vedeva alcun segno della madre, probabilmente era volata via dal nido in cerca di qualche preda.

Amabel sollevò lo sguardo verso l’alto, scrutando tra i rami degli alberi nella speranza di individuare il nido del piccolo gufo. Con attenzione, ne cercò qualche indizio e, finalmente, proprio nel maestoso acero accanto a lei notò una profonda fenditura nel tronco, doveva essere proprio quello che stava cercando.

«Nam, credo che abbiamo trovato il nido,» disse indicando l’albero con il dito. «Dobbiamo riportare il piccolo lassù e sperare che la madre ritorni presto.» Lo stallone non parve molto interessato, preferendo continuare a brucare l’erba fresca.

«Sei sempre il solito, vieni qui e aiutami invece di fare il finto tonto, siamo in questa situazione a causa tua!»

Cercò di arrampicarsi salendo in groppa a Nam e attaccandosi ai rami più bassi ma ancora non era riuscita a raggiungere il nido. L’impresa si stava rivelando più difficile del previsto e oltretutto, l’altezza da terra, era più di quella che le era parsa in un primo istante. Guardando in basso la distanza dal terreno le sembrò triplicare e un leggero senso di nausea cominciò ad assalirla. Aveva sempre avuto paura dell’altezza, ma non pensava che potesse manifestarsi in maniera così intensa anche in quell’occasione, in fondo non si era arrampicata per non più di due, forse tre metri, eppure il suo cuore batteva all’impazzata.

«Devo farlo per il piccolo gufo,» si disse, cercando di superare la sensazione di vertigine. Con un misto di paura e determinazione, continuò il suo tentativo, aggrappandosi con forza ai rami e cercando di ignorare il vuoto sotto di lei.

Finalmente raggiunse la fenditura e aiutandosi con la torcia del cellulare, constatò che si trattava proprio del nido di una piccola famigliola di gufi pigmei. Altri due esserini stavano infatti uno vicino all’altro, guardandola con i loro grandi occhi.

Appoggiò il gufo vicino agli altri due facendo attenzione che non la beccassero e ritirò con cautela la mano. Come le aveva insegnato il padre molti anni prima, bisognava muoversi con lentezza e calma quando si era in presenza di animali che non si conoscevano e, a maggior ragione, quando si trattava di fauna selvatica come in quel caso.

«Bene,» disse rivolgendosi più a se stessa che a Nam. «Non mi resta altro da fare che scendere.» Ma appena volse lo sguardo verso il basso una vertigine la colse più forte delle altre e cominciò a sudare freddo.

L’altezza le sembrava ancora più grande da lassù, il terreno iniziò a fluttuarle davanti agli occhi e il cellulare le cadde sparendo tra le fitte foglie del cespuglio. Si mise una mano davanti alla bocca trattenendo la nausea che le era salita dalla bocca dello stomaco, la paura stava prendendo il sopravvento. Forse intuendo il suo malessere, il cavallo si era avvicinato al tronco dell’albero e ora la guardava con occhi attenti. Amabel rimase immobile, incapace di muovere un solo arto, sospesa a cavalcioni su di un grosso ramo.

Dopo un breve nitrito, Nam partì al galoppo e lei si sentì di colpo abbandonata. Lo chiamò più volte ma lo stallone non interruppe la sua corsa.

 

            «Che cosa ci fa Nam nel bel mezzo del giardino? Amabel deve essersi dimenticata di chiudere il chiavistello del box,» disse Elisabeth guardando divertita fuori dalla finestra del salone.

«Come hai detto?» le chiese il fratello avvicinandosi e scostando la tenda per osservare a sua volta all’esterno.

«Lo vedi? Nam, proprio lì, a fianco della fontana. Sembra anche abbastanza contento di essere in giro a spassarsela, guarda come trotterella avanti e indietro.»

«Non è contento, è agitato. Dov’è Amabel?» le disse Dylan facendosi immediatamente serio.

«Io non l’ho vista rientrare, probabilmente si è fermata nella stalla.»

«Tu vai a controllare in camera sua e nel resto della casa, mentre io vado a vedere se è davvero nella stalla e intanto rinchiudo Nam nel suo box.» Si infilò gli stivali che aveva lasciato sul portico in attesa di essere lucidati e si diresse con passo svelto verso lo stallone.

«Allora, vecchio mio, che cosa ha combinato questa volta quella ragazzina?»

Il cavallo cominciò a nitrire e a scalciare vistosamente come se volesse comunicare qualcosa al suo giovane padrone, rifiutandosi di entrare nella stalla.

Pochi istanti dopo arrivò Elisabeth di corsa, informandolo che non aveva trovato Amabel in tutta la casa. A quel punto si guardarono entrambi preoccupati e con un unico, fluido movimento Dylan salì in groppa allo stallone. «Portami da lei, Nam.» Senza farselo ripetere due volte il cavallo partì al galoppo, in direzione dei campi a sud del ranch.

 

Il vento gli stava sibilando tra i capelli e lui non sapeva se essere più preoccupato o più arrabbiato. Non aveva idea di cosa le fosse successo e si augurava con tutto il cuore di non trovarla ferita gravemente. Quando Nam si addentrò nel fitto bosco oltre i verdi prati, il cuore di Dylan si strinse in una morsa. Era ormai buio e sapeva che la boscaglia poteva nascondere molti pericoli, specialmente di notte.

Dopo essere avanzato per qualche centinaio di metri lungo il sentiero sconnesso, lo stallone si fermò ai piedi di un altissimo acero rosso, cominciando a scrollare la testa impaziente.

«Dov’è Nam? Non la vedo.»

Il cavallo allungò il collo, puntando il muso verso l’alto e fu in quel momento che Dylan la scorse attraverso le fronde dell’albero. Stava aggrappata al tronco con entrambe le braccia ed era visibilmente scossa. Il sollievo nel vedere che non era ferita gli fece esalare un profondo sospiro che, fino a quel momento, nemmeno si era accorto di trattenere.

Nel trovarselo ai piedi dell’albero Amabel aprì gli occhi: «Dylan, io stavo…»

«Non dirmelo, non voglio sapere per quale stramaledetto motivo ti sei arrampicata su un cazzo di albero quando a momenti soffri di vertigini anche in sella a Nam!» le disse guardandola con un misto di preoccupazione e rabbia mal contenuta e lei fu costretta a distogliere lo sguardo mentre cercava di calmarsi. Il suo tono severo era il risultato della preoccupazione mescolata con un pizzico di frustrazione.

«Ho visto un piccolo gufo che era caduto dal nido e ho pensato di poterlo aiutare. Ma poi... beh, mi sono spaventata a causa dell’altezza e non sono più riuscita a scendere da sola,» gli disse mordendosi il labbro inferiore.

Dylan scosse la testa, incredulo. «Quando la smetterai di metterti in pericolo nel tentativo di salvare l’intera fauna mondiale?»

«Non sopporto di vedere gli animali in difficoltà.»

«Lo so, Amabel, ma devi pensare anche a te stessa. Un giorno o l’altro questo tuo altruismo potrebbe metterti in serio pericolo. E ora vediamo di farti scendere da lì, coraggio.»

 

Dopo alcuni minuti, che ad Amabel sembrarono infiniti, grazie a Dio toccò terra con i piedi. Stava giusto cominciando a rilassarsi dopo il grande spavento che aveva provato, quando Dylan iniziò a rimproverarla duramente. L’aggredì con parole cariche di rabbia e lei, ancora avvolta nel suo abbraccio, non si accorse di aver cominciato a piangere.

«E adesso, si può sapere cosa significa questo?» le chiese esasperato.

«Mi dispiace, davvero. Capisco che per te possa essere frustrante dover ogni volta venire in mio aiuto, ma ti giuro che non lo faccio di proposito. So che da quando sono arrivata nella tua famiglia sono stata un peso per te e che tu non mi hai mai considerata tua sorella, ma ti prometto che d’ora in poi non ti darò più alcun fastidio. D’ora in avanti me la caverò da sola,» gli disse asciugandosi le lacrime con il dorso della mano.

«Quante sciocchezze che stai dicendo, Am. Mi sono arrabbiato perché mi hai fatto preoccupare, non perché ce l’ho con te.»

«È inutile che fai finta di interessarti della mia salute, so bene che stai fingendo!»

Dylan la fissò con uno sguardo penetrante, scuotendo leggermente la testa. «Amabel, non sto fingendo proprio nulla.»

«Dici sul serio?»

«Sul serio,» le disse, appoggiandole delicatamente una mano sulla spalla.

«Mi dispiace di aver combinato un casino ancora una volta,» confessò sciogliendosi dall’abbraccio.

«Non pensiamoci più e torniamocene a casa, sto morendo di fame.» Entrambi scoppiarono a ridere e, salendo in groppa a Nam, si lasciarono velocemente il bosco alle spalle.

Anche l’imbarazzo per quello che era successo nel bagno qualche settimana prima, sembrava essere finalmente svanito.

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