CAPITOLO 16
«Eccoci qua! È tempo di trasformare questa casa in un piccolo villaggio natalizio!»
«Ti prego Elisabeth, non esagerare come tuo solito che poi ci costringi a fare lo slalom tra tutte le decorazioni che tiri fuori dagli scatoloni,» la supplicò Amabel ridendo.
«Tua sorella ha ragione Lily, ti ricordo che lo scorso anno ci abbiamo impiegato più di un mese a raccogliere tutti i brillantini,» incalzò la madre.
Elisabeth scosse la testa arrossendo, conscia della sua propensione a esagerare con le decorazioni natalizie.
«Scommetto che ci metterai almeno una settimana solo per appendere tutte le palline all’albero. E comunque questa volta tocca a me scegliere la prima decorazione da mettere,» continuò Amabel iniziando ad aprire uno dei numerosi scatoloni che avevano portato giù dalla soffitta proprio quella mattina.
«Ehi, guardate questa stella! È splendida. Da dove l’hai scovata, Lily?»
«L’ho trovata in un negozio di antiquariato lo scorso anno. È fatta a mano e ha un design unico.»
«Fantastico! Che ne dite se l’appendiamo in cima all’albero?» chiese Jane entusiasta.
Mentre le risate e i classici di Natale riempivano l’aria, le tre si dedicarono con dedizione a trasformare ogni angolo in un magico villaggio natalizio. Non mancarono i battibecchi scherzosi, specialmente quando Elisabeth, con un entusiasmo quasi incontenibile, iniziò a invadere il salone con una quantità spropositata di decorazioni.
Alla fine, quando l’albero fu completamente addobbato e illuminato si fermarono per ammirarne il risultato.
«Che ne dite? Non è il nostro albero di Natale più bello di sempre?» chiese Elisabeth.
«Lo dici ogni anno,» risposero in coro le altre due.
Amabel e Jane si guardarono sorridendo, accettando il fatto che, nonostante tutto, il Natale nella loro casa avrebbe avuto sempre un tocco speciale grazie all’euforia contagiosa di Elisabeth.
Un paio di settimane dopo, a seguito di una mattinata passata con la testa china sui libri di scuola, Amabel decise che si meritava una pausa. Quell’anno l’inverno era cominciato prima del solito e sembrava volesse essere molto più rigido dei precedenti. Quale scelta migliore per sgranchirsi un po’ le gambe se non quella di farsi una bella pattinata rilassante?
Dopo quella prima volta assieme a Dylan, Amabel ne aveva fatte molte altre, ma mai più in sua compagnia. Erano ormai passati anni da quel giorno e lei, grazie alla sua bravura, aveva partecipato a diverse gare distrettuali e provinciali ottenendo egregi risultati ma, nonostante i ripetuti inviti delle sue allenatrici a diventare pattinatrice professionista, non aveva mai avuto intenzione di intraprendere quella carriera preferendo rimanesse solo un hobby. Non voleva passare la vita a ripetere infinite volte questo o quel salto, per lei pattinare era una sorta di liberazione dallo stress della vita quotidiana.
Uscendo di casa, Amabel si diresse con passo deciso verso le stalle, il freddo dell’inverno le pungeva la pelle, ma che al tempo stesso la rinvigoriva. La neve era caduta abbondante durante la notte e ricopriva il terreno di un manto bianco e morbido, trasformando tutto in un paesaggio fiabesco. Il cielo, di un grigio pallido, dava la sensazione che il mondo fosse sospeso in un silenzio ovattato. Una volta raggiunta la stalla, Amabel aprì lentamente la porta facendo entrare una ventata d’aria fredda. All’interno, l’atmosfera era calda e accogliente e la vista di Coco, che la stava aspettando con pazienza, la fece sorridere. Amabel l’adorava. Non ci era voluto molto prima che tra lei e Coco nascesse una sintonia perfetta. La cavalla appaloosa, con il suo manto bianco macchiato di marrone, sembrava perfetta per quel paesaggio invernale. Le sue macchie, che normalmente spiccavano sotto il sole, ora erano più sottili, quasi come ombre morbide che si mescolavano al candore della neve. Il suo corpo snodato e muscoloso si muoveva con grazia mentre scuoteva la testa, facendo tintinnare i finimenti. I suoi occhi, scuri e profondi come la notte, brillavano di una luce serena mentre osservava Amabel con dolcezza.
Dopo averla sellata con abilità, Amabel partì al galoppo in direzione del bosco. Gli occhi le si posarono sul terreno coperto da uno spesso strato di neve fresca che scintillava sotto la luce del velato sole invernale. La lunga strada era fiancheggiata da alti cedri avvolti da uno spesso strato di ghiaccio, mentre la Catena delle Cascate sullo sfondo si stagliava contro il cielo. I rami piegati sotto il peso della neve sembravano sculture naturali e ogni tanto, quando il vento soffiava leggermente tra loro, cadevano piccoli fiocchi di neve dagli alberi. Il silenzio era quasi assoluto, interrotto solo dal respiro di Coco e dal rumore dei suoi zoccoli sulla neve. L’aria era fresca e tagliente, ma Amabel si sentiva viva e libera, mentre attraversava il bosco. «Ogni cosa qui in Canada è gigantesca» mormorò affascinata. «E l’aria è così limpida.»
Arrivò a una piccola cascata non lontano dal ranch, che qualcuno meno sognatore di lei, avrebbe potuto definire poco più di un ruscelletto. Guardò ammaliata lo scenario delle alte montagne, con le cime innevate che sembravano toccare le nuvole, cogliendo di tanto in tanto la fugace apparizione di un ermellino o di un cervo selvatico. Proseguì fino a un laghetto che l’inverno prima Dave le aveva fatto conoscere durante una delle loro passeggiate a cavallo. Smontò dalla sella e si sedette su di una grossa roccia che ne delimitava l’argine, si tolse gli scarponcini e si infilò i pattini allacciandoli come le aveva insegnato Dylan. Cominciò a scivolare con grazia sul ghiaccio lucido del laghetto, tracciando cerchi perfetti. Il freddo pungente dell’aria si faceva sentire nonostante i raggi del sole che, filtrando tra le fronde degli alberi, creavano giochi di luce sulle lastre di ghiaccio.
Era così immersa nella bellezza del momento che non avvertiva né il disagio per la bassa temperatura, né tantomeno la stanchezza, si sentiva solo libera e leggera mentre si muoveva con eleganza e agilità. Le montagne maestose la facevano sentire piccola e insignificante, ma allo stesso tempo le donavano una sorta di pace interiore.
Dopo un po’ si fermò al centro del laghetto e si voltò a guardare il paesaggio circostante. Fu proprio allora che si accorse di una presenza vicino alla roccia dove si era seduta per infilarsi i pattini. Poco distante Nam era legato al tronco di un grosso albero spoglio accanto a Coco. Non aveva assolutamente sentito arrivare il fratellastro, probabilmente perché il suono degli zoccoli dello stallone grigio era stato attutito dalla recente nevicata che aveva depositato un soffice strato di neve sul terreno.
La distanza le impediva di distinguere i tratti del suo volto, ma Amabel poteva quasi percepire la sua tensione. Non aveva bisogno di guardarlo negli occhi per sapere che Dylan era probabilmente furioso con lei per avere cavalcato Coco senza il suo permesso. Lo aveva fatto più volte nel corso degli anni, coperta da Jane e Justin e lui non era mai venuto a saperlo. Pattinando lentamente gli si avvicinò ma, inaspettatamente, non notò alcun segno di rabbia sul suo volto.
«Dylan… quando sei tornato a casa? Non hai detto che saresti rimasto in università fino alla vigilia di Natale? Che cosa ci fai qui… in questo posto?» gli chiese timidamente.
«Quello che ci fai tu. Credevi di conoscere solo tu questo luogo? Ho anticipato le vacanze solo di qualche giorno comunque, sono tornato per festeggiare il mio compleanno a casa,» rispose sedendosi sulla roccia e infilando a sua volta i pattini.
«Il… il tuo compleanno?» chiese Amabel cercando di fare mente locale. Sbigottita si rese conto della data. Quel giorno era esattamente il venti dicembre, il giorno del compleanno di Dylan. Si sentì imbarazzata per non esserselo ricordata e in colpa per non avergli preparato alcun regalo.
«Mi dispiace Dylan, io… » non riuscì a proseguire la frase perché il fratello si alzò in piedi e in pochi istanti le fu accanto.
«Tranquilla, Amabel. Non ti preoccupare, davvero non importa.»
«E invece sì che è importante. Solo una sciocca può non ricordarsi il compleanno del fratello!» disse così furiosa con se stessa, da non notare minimamente il lampo di amarezza che balenò negli occhi di lui.
Dylan sollevò le spalle come per scrollarsi di dosso qualche pensiero poco gradito, le tese una mano e Amabel l’afferrò senza nemmeno rifletterci, pochi istanti dopo cominciarono a pattinare uno vicino all’altro.
«Allora Am, che cosa hai fatto di interessante in questi mesi in cui sono stato all’università? E non dirmi niente come tuo solito perché non ti credo,» le chiese amichevolmente.
«Nie… nulla di eccezionale davvero… ho studiato, ho passato del tempo con Lily e la mamma, ho aiutato papà al ranch e sono uscita con Cheryl… le solite cose.»
«Quante povere creature hai salvato e curato?»
«Qualcuna,» rispose lei vagamente.
«Esattamente quante?» chiese lui sorridendo.
«Beh… vediamo… ci sono stati quei tre micetti che ho trovato in uno scatolone vicino alla mia scuola, poi un corvo e uno scoiattolo che si era fratturato una zampetta.» Mentre parlava sollevava un dito per ogni animale che nominava. «Ah, sì… un fringuello che si era incastrato in una rete e anche un ermellino mezzo morto di fame.»
«Beh vedo che non ti sei fatta mancare proprio nulla,» le disse scoppiando a ridere.
«E tu invece? Che cosa hai fatto?» chiese curiosa e allo stesso tempo affascinata dal suo sorriso.
Dylan sembrò riflettere per un momento. «Ho trascorso molto tempo a studiare per i test, ma quando avevo del tempo libero, cercavo di sfruttarlo al massimo esplorando la città e i ranch nei dintorni. Ho avuto l’opportunità di lavorare in alcuni di essi durante il mio tempo libero. Sai che ho sempre cercato il modo di migliorare e far rifiorire Soulsavers, vero? Inoltre ho conosciuto molte persone interessanti e fatto nuove esperienze. È stato molto faticoso, ma davvero proficuo.»
«Che genere di persone hai conosciuto?» chiese lei, genuinamente interessata a saperne di più.
Lui sorrise, come se stesse rivivendo con piacere quei momenti nella sua mente. «Studenti brillanti e ambiziosi, con i quali ho condiviso stimolanti lezioni e progetti di gruppo pieni di energia e idee innovative. Poi ci sono stati gli artisti, piuttosto stravaganti direi. E non sono mancati nemmeno gli appassionati di natura, con i quali ho avuto il piacere di fare escursioni negli splendidi paesaggi dell’Alberta.»
Amabel annuì lentamente, immaginando la vivace e stimolante vita universitaria di Dylan, che sembrava così ricca di incontri e avventure. «Mi pare che tu abbia davvero avuto molte esperienze interessanti in tutto questo tempo.»
Dylan annuì a sua volta. «Sì, è stato divertente. Inoltre, come puoi immaginare, ho conosciuto anche un sacco di ragazze affascinanti... alcune delle quali sono state proprio speciali per me, direi che una in particolare...»
«Oh, davvero?» disse Amabel, cercando di dissimulare la sua crescente inquietudine. La voce le tremò appena, tradendo il suo turbamento interiore.
Dylan fece un po’ il misterioso, indugiando sulle sue parole. «Beh, non voglio dilungarmi troppo nei dettagli, ma posso dirti che c’è una persona che ha davvero catturato il mio interesse e la mia attenzione. È brillante, affascinante e, beh, sicuramente molto attraente...» concluse con un sorriso enigmatico.
«Sono contenta per te, ma non capisco perché tu voglia parlarmi così apertamente della tua vita amorosa, quando non l’hai mai fatto prima...» commentò, sforzandosi di mantenere un tono di voce calmo, anche se un nodo le stringeva la gola.
Dylan la guardò con tenerezza e un pizzico di divertimento. «Oh, mio caro bignè alla crema, sei proprio una sciocchina se non ti rendi conto che ti sto solo prendendo in giro!» esclamò, scoppiando a ridere.
Lei rimase senza parole, colta di sorpresa. Non era solo quello che aveva detto, ma il modo in cui lo aveva detto: quel tono dolce e scherzoso, così inusuale per lui. Il cuore le batté più forte mentre cercava di rispondere, ma le mancarono le parole.
«Dylan…» iniziò, ma lui la interruppe ridendo.
«Andiamo principessa, continua a pattinare e non fare quella faccia.»
Non volendo farsi turbare da lui e dal suo sguardo, Amabel chiuse gli occhi riprendendo a volteggiare con grazia, continuando però a chiedersi cosa fosse cambiato in lui in quei lunghi mesi di lontananza. Quella luce nei suoi occhi, quella leggerezza nel suo sorriso… Era il Dylan che conosceva? O qualcosa in lui era mutato?
Pochi minuti dopo Dylan, giunto dietro di lei, l’afferrò con una presa sicura sui fianchi, continuando a pattinare alle sue spalle. Amabel mise le mani sopra quelle di lui per mantenere l’equilibrio e trattenne il respiro in attesa di qualcosa che non sapeva decifrare.
«Che ne dici di un farmi vedere un bel salto, principessa?» le chiese con voce carezzevole a un orecchio. Turbata dalla sua inaspettata dolcezza, il cuore cominciò a palpitarle nel petto a un ritmo forsennato.
Poi, come se tutto accadesse a rallentatore, Amabel inciampò nei suoi stessi piedi e le mani di Dylan persero la presa sui suoi fianchi. A nulla servì cercare di riprendere la stabilità, in un istante il suo corpo si sbilanciò pericolosamente all’indietro, finendo addosso a quello di Dylan e infine ruzzolarono entrambi sul freddo ghiaccio lucente. Nel tentativo di proteggere Amabel dalla caduta, Dylan riuscì ad attutire parte dell’impatto con il proprio corpo. I due, sorpresi dall’accaduto, si ritrovarono stesi sul ghiaccio, respirando affannosamente.
«Tutto ok?» chiese Dylan, per assicurarsi che fosse illesa, senza però decidersi ad allentare l’abbraccio con cui la stava ancora stringendo a sé.
«S-sì, penso di sì,» rispose Amabel imbarazzata per la posizione insolita in cui si trovavano in quel momento. Era praticamente sdraiata sopra Dylan, i loro fianchi e le loro gambe strettamente intrecciati. Sentiva il calore e la solidità del suo corpo premuto contro il proprio, in un’inconsueta vicinanza. In quegli interminabili istanti, Amabel rimase ipnotizzata a contemplare il suo bellissimo viso, gli occhi scuri e penetranti, le labbra morbide e leggermente umide, così pericolosamente invitanti. Inutile che continuasse tenacemente a negarlo da settimane, forse anche da mesi... Ormai doveva ammetterlo anche a se stessa, era attratta dal fratellastro come un assetato lo è da un’oasi nel deserto. Lui era come il più dolce dei nettari e lei desiderava assaporarlo con tutta se stessa.
Le sensazioni che stava provando guardandolo, erano un miscuglio perfetto di confusione, felicità e, senza più l’ombra di alcun dubbio, anche di amore. La tenerezza nel suo sguardo le riscaldava il cuore, mescolandosi all’imbarazzo che le accendeva le guance di un leggero rossore.
Lo sguardo di Dylan, attirato dall’insistenza con cui lei lo stava fissando, si posò nel suo con una lentezza quasi esasperante, come se volesse scavarle nell’anima. La profondità di quegli occhi scuri la travolse, avvolgendola in una morsa che sembrava rubarle ogni respiro. Il suo sguardo indugiò sulle labbra socchiuse di lei, e Amabel, pur nella sua ingenuità e innocenza, percepì quel silenzioso desiderio con l’intensità di una fiamma.
Un brivido le percorse la schiena quando il respiro caldo di Dylan le sfiorò il collo, mentre i suoi occhi si soffermavano insistentemente sulle labbra di lui. Il suo incantesimo l’avvolse con innumerevoli spire incatenandola a sé in un abbraccio senza fine. La dolce, ma ferma invadenza di quegli occhi fiammeggianti di passione, la costrinse a chiudere i suoi, nel tentativo di calmare il battito accelerato del proprio cuore.
Le fredde mani di Dylan le sfiorarono le guance già imporporate dall’eccitazione e dall’imbarazzo. Mentre le avvicinava maggiormente la bocca alla sua, Amabel si sentì andare a fuoco, nonostante il gelido inverno. Il contatto tra le loro labbra fu appena più di una carezza, quasi impercettibile, ma sufficiente a farle tremare le gambe. Un istante di silenzio si tese tra loro come una corda pronta a spezzarsi, mentre i loro respiri si fondevano nell’aria gelida. Dylan non si ritrasse, anzi, cercò i suoi occhi come a volerle chiedere il permesso di un altro bacio. La delicatezza della bocca di Dylan non le lasciò via di scampo e Amabel cedette a quel seducente richiamo, premendo la bocca su quella di lui, in un bacio tanto acerbo quanto dolce.
Tuttavia, fu proprio lei a interrompere quel contatto, turbata da quanto stava accadendo tra loro. Senza sollevare le palpebre, tentò inutilmente di scostare il viso da quello di lui.
«Non scappare ti prego! Non farlo!» la supplicò Dylan con il volto a un centimetro dal suo. C’era un’intensità disperata nel suo tono, come se avesse aspettato troppo a lungo quel momento per lasciarlo svanire.
«Perché mi hai baciata?» gli domandò Amabel stringendo forte i pugni, mentre provava senza successo di mettersi a sedere. Il respiro le usciva dai polmoni con affanno, ancora incredula per ciò che era appena accaduto. Lo vide abbassare le ciglia, la fronte oscurata da un’ombra e quando poco dopo lui sollevò di nuovo lo sguardo, la luce intensa che lesse nei suoi occhi la costrinse a trattenere il fiato.
«Tu quale pensi che sia il motivo?» le chiese a sua volta invece di risponderle.
«I-io non lo so, non so davvero che pensare.»
Dylan sospirò, avvicinandosi appena di più, finché la sua fronte non sfiorò quella di lei. «Mi piaci, mi piace tutto di te, i tuoi occhi, il tuo viso, il tuo bellissimo sorriso. Mi ci sono voluti anni per accettarlo, ma ormai non posso più mentire a me stesso,» le confidò tutto d’un fiato.
Le sue parole la travolsero e Amabel rimase paralizzata, con gli occhi sbarrati, non era in grado di parlare. «Ma noi… noi…» sussurrò quando riuscì a parlare di nuovo.
Dylan la guardò con infinita dolcezza, mentre lei si torturava il labbro inferiore con i denti, in quel suo modo adorabile, come era solita fare da quando era piccola. «Smettila o ti farai male,» la rimproverò passandole un dito sulle labbra..
«Non me ne ero resa conto,» mormorò lei, poi si lasciò sfuggire un lungo sospiro, cercando di mettere ordine ai suoi pensieri.
Le mani di Dylan si posarono una alla base della schiena e l’altra sulla nuca, con una dolce ma decisa pressione. La stava lentamente attirando a pochi centimetri dalla sua bocca e Amabel non seppe resistere, lasciandosi sfiorare le labbra da quelle di lui ancora una volta.
«No, Dylan, basta,» protestò con voce debole dopo qualche istante. Era così combattuta tra quello che aveva scoperto di provare per lui e l’amore e il rispetto profondo che provava per suo padre, per Jane ed Elisabeth, che era incapace di pensare con lucidità.
«Lasciati andare,» replicò lui in tono basso e vibrante. «Solo questa volta… lasciati baciare.»
«Ma... ma noi siamo fratelli Dylan, i nostri genitori si sono sposati,» sussurrò Amabel al termine di un altro bacio, con le labbra a un soffio da quelle di lui.
«Am, tra noi non c’è nessun legame di sangue e tuo padre e mia madre non hanno mai adottato legalmente i figli uno dell’altra. Noi non siamo realmente fratelli, nonostante tu viva nella stessa casa in cui io sono cresciuto.»
«Capisco che cosa intendi, ma Jane mi considera sua figlia a tutti gli effetti e anche per me è lo stesso.» Si sollevò a sedere sul freddo ghiaccio, poi continuò fissando con lo sguardo un punto all’orizzonte. «Il giorno in cui sono arrivata al ranch e ho guardato tua madre negli occhi per la prima volta, ho capito che ero, finalmente, di nuovo a casa. Aveva nello sguardo la stessa luce intensa che apparteneva anche a Laurette. Un bagliore fatto d’amore e comprensione che mi ha immediatamente illuminato l’anima. Grazie a lei, io e mio padre abbiamo riscoperto la gioia di vivere, dopo anni in cui ci eravamo limitati soltanto a sopravvivere. Lei mi ha fatto sentire amata e accettata, mi ha insegnato a sorridere e a sperare di nuovo. Jane ha dato a me e a mio padre tutto ciò che ci mancava: amore, tenerezza, comprensione, oltre a un futuro tutto da scrivere. Come puoi non capire quanto sia difficile per me? Come posso non sentirmi male al solo pensiero di farla soffrire?»
Lacrime calde e tumultuose si sovrapposero alle parole e lei si coprì il viso con le mani.
Dopo pochi attimi Dylan, intenerito dal suo dolore, la strinse forte a sé e prese ad accarezzarle dolcemente i lunghissimi capelli, spostando alcune ciocche che le si erano incollate alle tempie, nonostante il freddo pungente che li circondava. La tenne tra le braccia, offrendole conforto e sostegno in quel momento di vulnerabilità e incertezza. Sentiva il dolore di Amabel e sapeva quanto fosse complicato affrontare una situazione del genere. Restò in silenzio per qualche minuto, lasciandole il tempo di calmarsi, poi le sfiorò con le labbra una tempia, inspirando profondamente il suo profumo, un miscuglio delicato di fragola e vaniglia.
«Amabel, non voglio farti soffrire…» sussurrò, «Quello che provo per te non è nato per ferirti o per metterti in difficoltà. È qualcosa che non posso controllare. È come se ogni fibra del mio essere fosse attratta da te, come se tu fossi l’unico punto fisso nella mia vita.»
«N-non è colpa tua, Dylan. Io… io non posso negare che tu sia importante per me, più di quanto avrei mai creduto. Ma non posso ignorare ciò che provo per Jane e Matthew. È più di un legame; è una promessa. Non riesco a immaginare di tradire il loro amore… non dopo tutto quello che hanno fatto per me. Devo capire cosa fare. Ho bisogno di riflettere. Non posso permettermi di mettere a rischio tutto per... per qualcosa che ancora nemmeno riesco a definire. Perdonami, ma devo andarmene da qui, ora.» Si sentiva commossa dalla confessione di Dylan, ma allo stesso tempo, si rese conto che la confusione e la paura le impedivano di prendere qualsiasi decisione. Si districò delicatamente dalle sue braccia rimettendosi in piedi, cercando di riprendersi dalla valanga di emozioni che l’aveva travolta. Era confusa e spaventata, e aveva bisogno di tempo e spazio per riflettere su tutto quello che era successo e per tentare di imbrigliare il suo cuore che stava battendo a un ritmo sfrenato.
Lui annuì, comprendendo perfettamente ciò che lei stava provando, perché erano le stesse paure e gli stessi dubbi che lo avevano accompagnato per lungo tempo. «Ti capisco, Am e non voglio né metterti fretta, né tantomeno in una posizione difficile. E, soprattutto non desidero causare dolore a te o a Jane. Ma, Amabel… come posso ignorare ciò che sento? Come posso fingere che tu sia solo una parte della famiglia e non la persona che fa battere il mio cuore?»
«Anch’io capisco i tuoi sentimenti e apprezzo la tua sincerità, è solo che le cose sono complicate. Ho bisogno di tempo per elaborare, nemmeno io voglio ferire qualcuno,» disse voltandogli le spalle. «Ho bisogno di capire come affrontare la situazione,» ammise, cercando di controllare il tremito nella voce. Si sistemò il cappello di lana sulla testa e scrollò le gocce ghiacciate che le si erano incollate al cappotto, qualsiasi cosa pur di non dover guardare Dylan negli occhi.
Lui la guardò con comprensione, ma anche con una grossa dose di preoccupazione. «D’accordo, Amabel. Prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno. Non ti sto chiedendo di prendere una decisione adesso, ma se c’è una cosa che ho imparato in questi mesi lontano da te, è che non posso più ignorare ciò che sento.»
«E se tutto questo fosse un errore?» chiese, la voce tremante. «Se finisse per rovinare tutto ciò che abbiamo costruito?»
«Ti sto solo chiedendo di non chiudere la porta a ciò che potremmo essere. Di lasciare aperta la possibilità che, un giorno, potremmo stare… insieme.» Le sue parole rimasero sospese nell’aria, come un’eco intrappolata nella neve. «Aspetterò, Am. Perché per te ne vale la pena, indipendentemente da ciò che deciderai,» concluse.
Amabel si allontanò lentamente senza più voltarsi indietro, lasciandolo lì con i suoi pensieri e i suoi desideri. La strada davanti a lei non era facile, ma sapeva che doveva cercare di trovare un equilibrio tra l’amore che aveva capito di provare già da tempo per Dylan e l’affetto e il rispetto che nutriva per la sua famiglia.
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