Storia · capitolo 16

CAPITOLO 15

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

L’autunno era giunto lentamente, o almeno così era sembrato ad Amabel. Lei ed Elisabeth avevano ormai da tempo ricominciato il liceo mentre Dylan aveva posticipato il rientro a Calgary di qualche settimana, poiché era stato occupato a sistemare le recinzioni ormai deteriorate di alcuni pascoli. Due dei lavoratori avevano recentemente avuto degli infortuni e loro non potevano permettersi di assumere altri manovali. Ne aveva parlato con sua madre e con Matthew, che avevano accettato a malincuore il suo aiuto a discapito dell’università. Dylan era stato fermo nella sua decisione e nell’ultimo mese aveva lavorato quindici ore al giorno nel tentativo di risolvere il problema al più presto.

Amabel era invece spesso impegnata con lo studio e con gli allenamenti sulla pista di pattinaggio. Non mancavano però anche le sue escursioni a cavallo dalle quali talvolta tornava con questo o quell’animale da curare. Scovare e rimettere in forze le piccole creature sembrava essere un’altra delle sue doti naturali. Aiutava il padre e lo seguiva con passione ed entusiasmo nelle attività quotidiane dentro e fuori il ranch.

           

Era giustappunto appena tornata da una delle sue gite intorno alla proprietà quando si diresse in bagno per farsi una lunga doccia calda e prepararsi per la festa di Halloween di quella sera. Aveva accettato di parteciparvi controvoglia e solo perché Elisabeth aveva tanto insistito che l’accompagnasse. Il loro liceo aveva infatti organizzato un party e lei vi avrebbe preso parte insieme alla sorella e all’immancabile Cherilyn. Per quella sera aveva scelto di vestire i panni del Mietitore, ispirandosi al personaggio di Lee Dong-wook in Goblin, uno dei suoi drama preferiti. Ma se il mietitore della TV era cinico, moderno e spesso esilarante, Amabel aveva preferito una versione più classica: una tunica nera dal cappuccio profondo che le celava interamente il viso e l’inconfondibile falce dalla punta affilata. Aveva già deciso che non avrebbe indossato alcuna maschera, limitandosi a truccarsi il viso con un maquillage bianco, il rossetto nero e un paio di lenti a contatto rosse, che avrebbero reso il suo sguardo inquietante. Doveva ammettere che quel costume le avrebbe conferito un certo alone di mistero, esattamente l’effetto che sperava di ottenere per la festa, alla quale non aveva alcuna voglia di partecipare. Con quel travestimento, infatti, avrebbe potuto nascondersi tra la folla e, soprattutto, evitare di dover interagire con chiunque.

Già dalla mattina si era svegliata con un mal di testa atroce e a nulla era servita la lunga passeggiata rilassante, né l’aver preso due compresse di antidolorifico. Si sentiva come se il mondo le girasse intorno, e ogni piccolo suono sembrava amplificato, causandole un’ulteriore tensione.

Dopo la doccia, iniziò a prepararsi. Si asciugò i lunghi capelli scuri e li lisciò con la piastra, lasciando qualche ciocca cadere in modo disordinato intorno al viso. Indossò con cura il suo costume, un abito dal taglio elegante e austero che metteva in risalto la sua figura. I tessuti leggeri e scuri avvolgevano il suo corpo con grazia. Si assicurò che ogni dettaglio fosse perfetto e, guardandosi allo specchio, sorrise soddisfatta del risultato. Sembrava appena uscita da un mondo fantasy.

Il mal di testa non accennava a diminuire anzi, le sembrava che stesse addirittura peggiorando e, quando fu quasi ora di salire in macchina con Elisabeth e la madre, decise di assumere altre due pastiglie del farmaco.

 

«Ciao ragazze, divertitevi e mi raccomando non bevete nulla che non sia servito dagli insegnanti. Vi verrà a prendere Molly a mezzanotte. Ci vediamo più tardi, un bacio a tutte,» disse Jane salutando le ragazze dal finestrino dell’auto.

Già dal parcheggio antistante la palestra, si poteva udire il fragore proveniente dagli altoparlanti posizionati all’interno della struttura.

Il party era già in pieno svolgimento e, appena le due ragazze vi misero piede, incontrarono Cherilyn che le stava aspettando vicino al guardaroba, allestito appositamente per l’occasione.

«Non sei niente male travestita da Malefica, ma come hai fatto a nascondere i tuoi immensi boccoli sotto a quelle corna?» le chiese Elisabeth appena la vide.

«Non me ne parlare, mia madre ha dovuto usare uno dei suoi collant preferiti per mettermelo in testa. Comunque anche tu stai benissimo nei panni della moglie di Dracula,» rispose Cherilyn.

«L-la moglie di Dracula? Ma stai scherzando vero? Io sono Akasha, la regina dei dannati, non ne hai mai sentito parlare?» allo sguardo perplesso dell’amica, Elisabeth continuò: «È la madre egizia di tutti i vampiri, protagonista del romanzo omonimo di Anne Rice. Ma che razza di amica hai, Amabel? L’ho sempre detto che guardare tutti quei drama sdolcinati, come fa la mamma, vi avrebbe rovinate!» Dettò ciò si voltò verso Amabel e, nel notare la sua espressione decisamente sofferente, a discapito del cappuccio che le copriva quasi interamente il viso, le chiese se fosse tutto ok.

«Solo un forte mal di testa, ho preso due compresse di antidolorifico, mi auguro che passi alla svelta.»

«Oh, tesoro, mi dispiace tanto, già non eri molto propensa a partecipare, figuriamoci ora che non stai nemmeno bene,» le disse Cherilyn preoccupata.

«Amabel, perché non me lo hai detto? Sarei potuta venire da sola.»

«E me lo dici ora che avrei potuto rimanermene a casa? Dopo avermi pregato ininterrottamente per oltre una settimana di non lasciarti sola?» domandò Amabel cercando di sorridere nonostante il martellare incessante alle tempie.

Poco dopo, le tre ragazze si guardarono intorno e rimasero sorprese dalla moltitudine di addobbi utilizzati per la decorazione del locale. Le pareti erano state ricoperte di ragnatele finte e, qua e là, vi erano impigliati grossi pipistrelli e piccole zucche intagliate. Le luci erano state abbassate e creavano un ambiente misterioso e intimo allo stesso tempo. Ad ogni angolo vi erano posizionati grossi scheletri in plastica fluorescente e appesi al soffitto si potevano notare svolazzanti fantasmi realizzati con lunghi teli bianchi. In uno degli spogliatoi era stato allestito una sorta di bar che serviva soltanto bevande analcoliche e piccoli stuzzichini a tema.

 

Con il passare delle ore, ad Amabel sembrò che la musica risuonasse sempre più forte e, mentre i suoi compagni di scuola ballavano e si divertivano senza sosta, fu colta da improvvisi capogiri. Non se la sentiva di rovinare la festa alle sue amiche così decise di rifugiarsi all’esterno, sedendosi su di una panchina posizionata nel parcheggio della scuola. A quella distanza, la musica proveniente dalla festa era appena udibile e Amabel respirò a pieni polmoni nel tentativo di riprendersi. Il dolore alle tempie era sempre più forte, come se qualcuno si stesse divertendo a martellarle il cranio. Un giramento di testa più intenso degli altri la costrinse a sdraiarsi sulla panchina, si sentiva debole e stordita e aveva difficoltà a respirare. All’improvviso le sembrò di vedere tutto nero e un brivido ghiacciato le attraversò la schiena. Un attimo dopo, una mano decisa le afferrò un gomito e la sorresse prima che potesse cadere.

«Stai male?» le chiese una voce familiare ma che lei non riuscì a riconoscere a causa dello stordimento.

«Io-io credo di non sentirmi troppo bene,» rispose Amabel con un filo di voce.

«Hai per caso bevuto o qualcuno ti ha dato qualcosa? »

«No, niente del genere, almeno non mi sembra. Forse ho esagerato con gli antidolorifici, ho la testa che mi scoppia.»

«Coraggio cupa mietitrice, ti porto in ospedale,» disse il ragazzo cercando di rimetterla in piedi.

«N-non ce n’è bisogno, tra un attimo starò meglio.»

«Non si discute, tu adesso vieni con me!» sbottò facendola alzare con fermezza dalla panchina. Fecero qualche passo ma Amabel avanzava barcollando pericolosamente, quindi due braccia forti e muscolose la sollevarono, trasportandola verso le auto parcheggiate. Amabel sentiva il cuore del ragazzo battere regolarmente sotto il suo orecchio e quel suono costante sembrò calmarla. Le braccia di quello sconosciuto la stavano stringendo con una delicatezza che stonava con la loro evidente forza, facendola sentire protetta, nonostante la situazione inconsueta.

«Stai tranquilla, sei al sicuro con me,» disse lui in tono carezzevole e Amabel si lasciò trasportare senza opporre resistenza. Non era in grado di vedergli il viso, lasciato in ombra dalla tesa del cappello, ma anche se lo avesse visto, dubitava lo avrebbe riconosciuto talmente era intontita dai farmaci.

«Ti sto creando un sacco di disturbo, m-mi dispiace.»

«Non è affatto un disturbo, credimi. Non per me almeno,» le disse aprendo la portiera dell’auto sportiva e aiutandola ad accomodarsi sul sedile del passeggero. «Resta qui e non muoverti, mentre mi metto al volante.»

Dopo essersi seduto al posto di guida, le si avvicinò e sfiorandole il corpo con il braccio, le allacciò la cintura di sicurezza. Amabel era talmente stordita che non si accorse di come lo sguardo di lui indugiò sul suo bellissimo viso, nonostante fosse coperto dal trucco ormai sciupato, né di come una mano le accarezzò i capelli sistemandoglieli dietro un orecchio.

La strada silenziosa si stendeva di fronte a loro, illuminata solo dai fari dell’auto quando la voce del ragazzo penetrò nella sua nebbia mentale.

«Come ti senti adesso?» le chiese dopo aver guidato per diversi minuti, dandole di tanto in tanto un’occhiata veloce, per assicurarsi che tutto andasse bene.

«Un pochino meglio, grazie. Vuoi portarmi comunque all’ospedale?»

«Credo che sarebbe meglio, in fondo non sappiamo se il peggio è passato,» le rispose lui preoccupato.

Amabel annuì chiudendo stancamente gli occhi.

 

Amabel non seppe quanto tempo fosse passato quando una carezza delicata sul viso la risvegliò.

«Dove siamo?» chiese con voce impastata dal torpore e dal sonno che la stava lentamente abbandonando.

«Davanti al Chilliwack General Hospital, come ti senti?»

Lei si massaggiò le tempie, cercando di scacciare la nebbia che ancora le avvolgeva la mente. «Sono ancora confusa e un po’ intontita, ma il dolore alla testa è finalmente passato.»

«Ne sono davvero contento,» disse lui, il sorriso che rimase sulle sue labbra per qualche istante.

Amabel distolse lo sguardo imbarazzata, sentendo uno strano calore diffondersi sulle guance, alla vista di quella bellissima bocca. Che cosa diavolo le stava succedendo? Era ridicolo: era in auto con uno sconosciuto, a diversi chilometri dal ranch e stava facendo dei pensieri totalmente surreali e turbolenti. C’era qualcosa in quel ragazzo che la faceva sentire a disagio e al tempo stesso attratta.

«Ti ringrazio di avermi portata qui,» disse, cercando di sorridere nonostante il turbamento. «Non so come avrei fatto senza di te.»

«È stato un piacere poterti essere d’aiuto,» rispose lui sinceramente. «Credi di poter tornare a casa o preferisci farti visitare?»

«Io preferirei rientrare. Veramente, sto molto meglio ora, grazie.»

«Ok, allora ti accompagno,» disse lui riavviando il motore.

 

Dopo alcuni minuti, Amabel si rese vagamente conto che lui la stava conducendo esattamente sulla strada che portava al ranch.

«Come fai a sapere dove abito?» chiese, con una punta di inquietudine.

«Io so tutto di te, ragazzina.»

«T-tu chi sei?» chiese a quel punto spaventata.

«Tranquilla, non sono uno stalker, possibile che tu non sia ancora riuscita a riconoscermi?»

Amabel cercò, con grande difficoltà, di mettere a fuoco la figura, ma fu uno sforzo del tutto inutile. Allungò allora un braccio con l’intento di spostargli la tesa del cappello da davanti al viso, ma il ragazzo glielo bloccò con un gesto rapido e deciso.

«No, no! A questo punto credo sia meglio lasciare le cose come stanno,» disse in un sussurro.

«Per favore, dimmi chi sei,» lo supplicò.

«Forse… un giorno… te lo dirò,» mormorò, con una voce ancora più bassa, come se fosse un’intima promessa che nessuno avrebbe mai dovuto sentire. «Forse un giorno ti confesserò tante altre cose, ma ora scendi, siamo arrivati al ranch. E non preoccuparti, avviserò io le tue amiche che sei già rientrata a casa.»

Lei non sapeva cosa dire. Era disorientata e quando lui le si avvicinò per slacciarle la cintura di sicurezza, il suo aroma agrumato le solleticò le narici. Era una fragranza così familiare eppure così sfuggente e Amabel si agitò sul sedile nel tentativo di richiamare alla mente confusa i ricordi di quel profumo. Per un istante le belle dita del ragazzo indugiarono sulla fibbia più del necessario, e Amabel notò, o forse immaginò soltanto, un lieve tremore in quel gesto.

Poi lui trattenne il respiro, come se stesse combattendo contro se stesso.

«Se non scendi subito,» disse, la voce carica di tensione,  «rischio di fare qualcosa di cui potrei pentirmi per il resto della vita. Ti prego entra in casa immediatamente,» concluse stringendo convulsamente il volante.

Questa volta lei aprì lentamente la portiera senza smettere di fissarlo, cercando di individuare un particolare che potesse aiutarla a riconoscerlo, ma la sua mente era troppo offuscata e ogni suo tentativo di riuscire nell’intento andò a vuoto.

«Entra in casa e bevi dell’acqua, ti aiuterà sicuramente a far passare il senso di stordimento che ancora provi,» le disse, il tono ora morbido, quasi protettivo. «Se dovessi sentirti male, parlane con tuo padre. Saprà sicuramente che cosa fare. A presto, ragazzina.» Detto questo partì sgommando, lasciando dietro di sé una scia polverosa.

Lo sguardo di Amabel seguì l’auto scura che si allontanava, scomparendo nella notte. Aveva già visto quell’auto altre volte. Sì, ma dove?

Non riuscendo a darsi una risposta, si diresse lentamente verso la porta di casa. Andò direttamente in cucina e bevve un paio di bicchieri d’acqua come il ragazzo le aveva suggerito poco prima. Chi era? Si domandò appoggiando il bicchiere sul ripiano del tavolo. Continuava a pensare alla sua bocca, l’unica parte del viso che fosse riuscita a vedere chiaramente e al suo profumo leggermente agrumato, come un abbraccio caldo e confortante. Un odore che la faceva sentire a casa.

Salì le scale reggendosi saldamente al corrimano e aprì la porta della sua stanza cercando di fare meno rumore possibile. Si spogliò con movimenti incerti e dopo essersi struccata alla bell’e meglio, si infilò sotto l’acqua bollente della doccia. Il getto caldo cominciò a dissipare la nebbia in cui era rimasta avvolta la sua mente nelle ultime ore e finalmente anche l’atroce mal di testa che l’aveva colpita quella mattina fu soltanto un ricordo lontano.

Ancora avvolta nel profumo fruttato della doccia, si sdraiò nel letto e chiuse gli occhi, cercando di concentrarsi sulla respirazione, liberando la mente dalle domande senza risposta che vi si stavano aggrovigliando. Le immagini dell’incontro con quel ragazzo si mescolarono con i suoni della notte. Udì il rumore leggero del vento, il canto lontano di qualche animale notturno poi, vinta dalla stanchezza, si addormentò appena si fu infilata sotto le coperte.

 

La mattina successiva Amabel si svegliò tardi e la prima cosa di cui si rese conto è che qualcuno le aveva rimboccato le coperte attorno al corpo. Un lieve profumo di muschio e agrumi aleggiava ancora nell’aria riportandole alla mente immagini indistinte: un ragazzo dalla bella bocca e delle mani gentili che l’aiutavano a salire su un’auto sportiva.

Si stiracchiò e si mise seduta sul letto, stropicciando gli occhi. Doveva essere giorno già inoltrato a giudicare dalla luce del sole che filtrava dalle finestre.

Scese in cucina ancora mezza assonnata e trovò una nota sul tavolo della cucina. L’inconfondibile scrittura disordinata del padre.

 

Mabel tesoro,

siamo andati ad accompagnare Dylan all’aeroporto per prendere il volo per Calgary. Dormivi così bene che non me la sono sentita di svegliarti. Tuo fratello ti saluta tanto e promette che ritornerà per le vacanze di Natale.

 

Rimase a fissare quelle poche righe per diversi istanti, assorbendo lentamente la notizia. Dylan se ne era andato e lei non lo aveva nemmeno salutato.

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