CAPITOLO 27
Il calore della cucina sapeva di tè ai frutti di bosco e legna che scoppiettava nella stufa, un contrasto quasi fastidioso con il gelo che Amabel sentiva ancora addosso dopo il pomeriggio passato al palazzetto del ghiaccio di Chilliwack. Jane era ferma davanti alla finestra, lo sguardo rivolto verso le cime innevate che incorniciavano Rosedale. Nonostante ciò, la ragazza notò nella donna una strana eccitazione che la lasciò alquanto perplessa.
«Tesoro, ho appena incontrato all’emporio Christine, la zia di Kim, te la ricordi?» esordì Jane.
«Certamente,» rispose Amabel mettendosi già sulla difensiva, sua madre aveva gli occhi che le brillavano, sicuramente aveva in mente qualcosa che non le sarebbe affatto piaciuta.
«Tra una chiacchiera e l’altra, mi ha raccontato che suo figlio Andrew è tornato da New York. Ha vinto un premio per un’inchiesta universitaria ed è qui per un reportage sulle comunità rurali della Fraser Valley. Domani sera dovrà partecipare alla serata inaugurale della nuova mostra al Chilliwack Cultural Centre,» continuò la madre sempre più entusiasta.
Amabel si sfilò i guanti, sentendo la trappola scattare. «Buon per lui,» ribatté, sollevando un sopracciglio mentre si chiedeva dove la donna volesse andare a parare.
Jane le si avvicinò con un sorriso compiaciuto. «Beh, ho pensato che potresti accompagnarlo tu...»
«Non so, mamma. Mi sembra così strano. Non potrebbe farlo lei?» domandò abbassando lo sguardo al pavimento.
«Quale ragazzo poco più che ventenne vorrebbe uscire la sera con la propria madre?»
«In effetti non hai tutti i torti…» ammise Amabel controvoglia.
«Forza ragazza mia, sono certa che ti divertirai, e poi potrebbe essere un’occasione anche per te, per vedere qualcosa di diverso.»
L’idea di partecipare a un evento artistico la attirava, e l'idea di poter discutere d’arte con qualcuno che la faceva sul serio le sembrava una boccata d’aria fresca.
Alla ragazza non rimase altro da fare che annuire e quando Jane si fu allontanata, estrasse il cellulare dalla tasca dei pantaloni per chiamare Dylan e spiegargli la situazione. Digitò in fretta il numero, ma il suo telefono, anche dopo diversi tentativi, risultò sempre spento.
Fu quindi costretta ad aspettare di parlargli faccia a faccia.
Le ore trascorsero con una lentezza snervante e Amabel aveva gironzolato per la casa senza pace. Era quasi decisa ad andare a letto quando, finalmente, sentì la porta di casa aprirsi e richiudersi con un tonfo secco. La tensione che l’aveva accompagnata tutto il giorno si fece ancora più intensa. Si affacciò al corridoio con il cuore martellante e vide Dylan salire le scale a due a due. Aveva lo sguardo scuro e i suoi movimenti erano piuttosto rigidi, i vestiti ancora sporchi dopo aver lavorato nelle stalle. Probabilmente aveva aiutato i manovali fino a quell’ora, dimenticandosi persino della cena.
Amabel si fermò a metà delle scale, incerta se proseguire. «Dylan, devo dirti una cosa...» esordì, con un nodo in gola.
Lui si bloccò a metà passo, alzando appena la testa. Una mano scivolò tra i suoi capelli spettinati, come se si preparasse a sentire qualcosa di spiacevole. «Che succede, Am? Hai l’aria preoccupata.» La sua voce era calma, ma un velo di tensione aleggiava tra loro.
Amabel si morse il labbro. «Domani sera... uscirò con qualcuno.»
Dylan rimase in silenzio per un istante, il volto si irrigidì e la mascella si contrasse. «Qualcuno chi?» chiese, il tono più duro di quanto volesse.
«U-un ragazzo…» farfugliò lei, incapace di sostenere il suo sguardo.
La reazione di Dylan fu immediata. Gli occhi gli si infiammarono all’istante. Con pochi passi fu davanti a lei, il volto a pochi centimetri dal suo. «Di che cazzo stai parlando?» ringhiò. Il suo tono non prometteva nulla di buono.
«N-non ti arrabbiare, ti prego…» balbettò Amabel, facendo un passo indietro.
«Ah, no? E dimmi, che cosa dovrei fare? La mia ragazza mi informa che uscirà con un altro e io dovrei stare tranquillo? Magari vorresti anche che vi augurassi buona serata o che ti sorridessi chiedendoti se hai già scelto che vestito metterai per il tuo appuntamento?! Cristo, Amabel, mi stai forse prendendo per il culo? Perché ti giuro, non trovo niente di divertente in questa merda!» La sua rabbia era sempre più palpabile.
Amabel si sentì schiacciata dal peso delle sue parole. «Non è quello che pensi, io…»
«E allora spiegamelo, perché non riesco a capire. Prima ti trovo in macchina con quel bastardo di Chad e ora mi vieni a dire che hai un appuntamento con un altro? Cosa diavolo pretendi da me, Amabel? Rispondimi, cazzo!» sbottò Dylan, la voce ora quasi un ruggito. La sua frustrazione era palpabile e Amabel si sentì come se stesse per essere travolta da un’onda gigantesca.
«Come puoi rinfacciarmi quello che è accaduto con Chad? Sai benissimo come sono andate le cose! E poi questo appuntamento l’ha organizzato la mamma… è il figlio di Christine, la zia di Kim.»
«Non mi frega un cazzo di chi diavolo sia figlio, avresti dovuto rifiutarti!» gridò ancora Dylan, la voce piena di amarezza.
«Ti prego non urlare, qualcuno potrebbe sentirti!»
«Allora è meglio che me ne vada, perché non credo di riuscire a trattenermi in questo momento!» Era davvero fuori di sé, gli occhi scuri ridotti a due fessure ora la stavano guardando con rabbia. Allontanandola bruscamente nel tentativo di passarle oltre, la fece urtare contro la ringhiera della scala, provocandole un dolore pungente al fianco sinistro.
Amabel trattenne a stento le lacrime, ma lui non parve nemmeno accorgersene, la sua mente era totalmente offuscata dalla gelosia.
«Mi dispiace Dylan…» disse sentendo i suoi occhi pizzicare.
«Come puoi pensare che creda a queste tue scuse banali? Ho per caso scritto in fronte coglione?» ringhiò.
La distanza tra loro sembrava crescere istante dopo istante.
«Non voglio più ascoltare una sola parola da te, non riesco nemmeno a guardarti in faccia!»
«Cosa significa? Che cosa stai dicendo?» chiese con voce tremante ascoltando quelle parole così dure e categoriche. Amabel sentì il suo cuore spezzarsi in mille frammenti, mentre Dylan si allontanava lungo il corridoio lasciandola sola con la sua disperazione.
Appena si fu chiuso la porta alle spalle, nella sua testa rieccheggiò la voce di Kim che lo aveva chiamato al telefono quel pomeriggio, informandolo che il cugino, un tizio di nome Andrew, era riuscito a strappare un appuntamento ad Amabel. All’inizio non aveva voluto crederci, illudendosi che fosse una delle tante sciocchezze che uscivano dalla bocca di Kim, ma dopo aver parlato con Amabel pochi istanti prima, aveva dovuto ammettere che era tutto vero. Sentì un temendo nodo allo stomaco e l’insana voglia di prendere a pugni qualcuno.
La sera seguente, Amabel si preparò per l’uscita con il figlio di Christine con un’aria da funerale. Quando Andrew arrivò, puntuale e impeccabile nel suo cappotto elegante, lei aveva già la sensazione che quella sarebbe stata una serata interminabile. Dopo le presentazioni di rito lei salì riluttante in auto. Seduta sul sedile del passeggero, cercò di nascondere la propria tristezza e la propria mancanza di entusiasmo sotto un sorriso forzato.
Durante il tragitto Andrew parlò quasi senza fermarsi, raccontandole della vita a New York, del premio vinto e dei suoi progetti futuri. Amabel annuiva distrattamente, guardando i campi bui scorrere oltre il finestrino. Il suo pensiero tornava continuamente a Dylan e alle parole dure che si erano scambiati la sera prima.
Parcheggiarono in uno spiazzo poco illuminato e scesero dall’auto senza dirsi una sola parola. Amabel fissò i suoi stivali per tutto il tragitto e quando notò che lui si era fermato, sollevò finalmente lo sguardo.
Si trovavano davanti al Chilliwack Cultural Centre. Le grandi vetrate proiettavano lame di luce calda sul cemento bagnato, ma l’edificio, che di solito ad Amabel appariva come un rifugio di creatività, quella sera le sembrava una prigione.
«Non male per essere in mezzo al nulla, vero?» commentò Andrew, sistemandosi il colletto del cappotto con un gesto studiato. «Certo, dopo aver visto le gallerie di Chelsea, questo sembra... pittoresco. Quasi commovente nella sua semplicità.»
Amabel strinse i denti, ma non rispose. All’interno, l’atrio era affollato. Andrew si muoveva tra i presenti con la sicurezza di chi è abituato a essere al centro dell’attenzione. Ben presto vennero raggiunti da Marcus, un fotografo collega di Andrew al giornale universitario, che iniziò a scattare foto per documentare il “ritorno alle origini” del giovane giornalista.
«Vedi quella serie di quadri laggiù?» Andrew la condusse verso un angolo appartato, ignorando i suoi tentativi di mantenere le distanze. «Parla di isolamento. È lo stesso che provo io qui. Tu non ti senti soffocare, Amabel? Una ragazza con il tuo sguardo... restare qui è come spegnersi lentamente.»
Mentre parlava, Andrew si sporse verso di lei, quasi a volerle sussurrare un segreto all’orecchio e, proprio in quel preciso istante Marcus colse l’attimo e fece scattare l’otturatore. Dallo schermo della macchina fotografica, il loro sembrava un segreto condiviso, un momento d’intimità rubato tra la folla.
Finita la serata, fuori dal centro culturale, Andrew si accese una sigaretta. «C’è un party privato in un loft ad Abbotsford. Niente di provinciale, solo gente che conta. Marcus e io andiamo lì. Vieni con noi, Amabel?»
Lei lo guardò negli occhi, vedendoci solo un’arroganza gelida. Ma questo da dove diavolo è uscito? si chiese sconfortata. Faceva davvero il paio con sua cugina.
«No, Andrew, grazie. Ho già chiamato un taxi, ti auguro un buon proseguimento,» disse risoluta.
Andrew non si scompose. Sorrise, un gesto freddo che non coinvolse gli occhi. «Come vuoi, allora… arrivederci Amabel…»
Appena lo sportello del taxi si chiuse, Andrew gettò la sigaretta a terra, schiacciandola con la punta della scarpa lucida. Marcus si avvicinò, facendo scorrere velocemente le immagini sul piccolo display digitale della fotocamera.
«Questa,» disse Andrew. «Guarda l’inclinazione della testa. Sembra che stia per baciarmi.»
Marcus sogghignò, sistemando il contrasto dello scatto. «È perfetta. La ragazza ha del potenziale, peccato sia così...provinciale.»
Andrew non rispose. Estrasse il cellulare e inoltrò il file a Kim.
In quello stesso lasso di tempo, Dave si trovava alle prese con un Dylan completamente ubriaco che stava russando rumorosamente con la testa appoggiata al finestrino della sua macchina. Lui e Dylan erano amici fin dall’infanzia, i ranch dei rispettivi genitori distavano tra loro soltanto poche decine di chilometri. In tutti quegli anni si era abituato a gestire il carattere a volte scontroso e solitario dell’amico, ma dovette ammettere che non lo aveva mai visto ridotto in quelle condizioni. Dylan non era assolutamente il tipo da ridursi in quello stato a causa dell’alcol, anzi, non ne aveva mai abusato in vita sua. Per essersi scolato tutto quel veleno doveva davvero aver perso il suo ferreo autocontrollo e lui aveva una vaga idea di cosa lo avesse spinto a bere così tanto.
Aveva ricevuto la chiamata di Steve poco dopo l’ora di cena. Il proprietario del pub sulla statale lo aveva informato che, un Dylan piuttosto alticcio, stava cercando rogne con un gruppo di forestieri. Dave era montato sulla sua auto sportiva e aveva raggiunto il pub appena in tempo, giusto poco prima che si scatenasse una rissa.
Quando aveva aperto la porta del bar, lo aveva trovato aggrappato a un tavolo come se non fosse stato in grado di reggersi in piedi da solo e, nonostante quello, continuava ad abbaiare contro un paio di energumeni, se non proprio alti quanto lui, grossi almeno il doppio. Aveva quindi offerto un giro di birra a tutti gli avventori del locale e si era portato via Dylan quasi caricandoselo sulle spalle. A giudicare dal suo sorriso ebete quando finalmente era riuscito a farlo sedere in auto, ci aveva proprio dato dentro con l’alcol quella sera.
«Ehi, vecchio mio, sembri proprio in forma stasera!» gli aveva detto, una volta seduto al posto di guida, cercando di non scoppiare a ridere.
«Dave, mio caro, hai presente quella bottiglia di tequila che avevamo nascosto nel magazzino da ragazzini?»
«Ah, certo e scommetto che l’hai ritrovata proprio questa sera!»
«Era la mia unica compagna di bevute. Ma a un certo punto mi ha tradito!»
«In che senso?»
«Se ne è andata, puff, sparita… così come ha fatto Amabel,» aveva risposto Dylan biascicando le parole. «Quindi sono andato da Steve a cercarle entrambe, ma ho trovato solo la bottiglia.»
«Amabel è sparita?» gli aveva domandato preoccupato.
Dylan aveva sbattuto le palpebre un paio di volte per cercare di mettere a fuoco l’immagine dell’amico, nonché di comprendere il significato delle sue parole. «Amabel è sparita?» gli aveva chiesto a sua volta.
«Tu me lo hai appena detto! Oh, Dylan, sembra proprio che tu abbia avuto una serata interessante. Basta tequila però ora.»
Dave era poi riuscito a dissuaderlo dall’andare in giro per i pub della zona cercando di prendersi la più grande sbornia della sua giovane vita e adesso erano lì, davanti alla casa dei suoi genitori e non aveva la minima idea di come avrebbe fatto a trasportarlo fino alla camera degli ospiti, che si trovava al primo piano, senza farsi venire un mal di schiena colossale.
Appena si fu chiusa in camera sua, Amabel si appoggiò ansante alla porta e proprio in quel momento il suo cellulare cominciò a squillare. Lo prese dalla borsa con mani tremanti, sperando con tutta se stessa che fosse Dylan a chiamarla. Quando lesse sul display il nome di Dave, la sua espressione si fece ancora più tesa e preoccupata.
«Ciao Amabel...»
«Ciao Dave…» lo salutò lei, tentando di nascondere la nota di tensione nella voce.
«Mi chiedevo cosa stessi facendo di bello in questa fredda serata,» le chiese cercando di essere il più disinteressato possibile.
«Nulla di particolare, sono appena rientrata a casa. Dave…»
«Sì?»
«Per caso ti ha detto Dylan di chiamarmi? È lì con te?»
«No alla prima domanda e sì alla seconda…» rispose senza aggiungere altro.
«Non vuole parlare con me?»
«Non so se voglia o meno, quello che è certo è che non è assolutamente in grado di farlo in questo momento...» disse guardando il suo più caro amico che giaceva immobile sul sedile del passeggero, sul pianale ai suoi piedi, la bottiglia di tequila praticamente vuota.
«Cosa significa?» chiese deglutendo a fatica.
Dave esitò per un istante, poi rispose con sincerità. «È qui con me, ma non sta affatto bene. Forse è meglio se vi sentite domani.»
«Non mi parla da ieri, dubito che lo farà domani,» gli confidò. Si morse il labbro inferiore, cercando di trattenere le lacrime. Le preoccupazioni per Dylan si mischiavano a una crescente confusione riguardo alla situazione. «Comunque grazie per avermelo detto, spero che si riprenda presto.»
Dave, dal suo lato della linea, sembrava non voler ancora concludere la conversazione. «Amabel, c’è una cosa che devo chiederti...» esitò, cercando di trovare le parole giuste. «Dylan, prima di finire ko, ha menzionato qualcosa riguardo a te. Ha detto che sei sparita. Cosa intendeva?»
Amabel rimase in silenzio per un momento, cercando di decidere cosa dire. Non sapeva quanto Dave sapesse della loro relazione e ora si trovava in una situazione difficile. «Ecco, io… sono uscita con un ragazzo su insistenza della mamma, ma giuro che non avrei voluto farlo.»
«Questo spiega davvero tutto…» rispose serio.
«Ma Dave, lui ti ha mai detto qualcosa riguardo alla nostra… situazione?» chiese senza sbilanciarsi troppo, non comprendendo se l’amico fosse a conoscenza del rapporto tra lei e Dylan.
«Sì cara, Dylan mi parla da anni del suo amore per te.»
«E tu...» si bloccò, senza sapere come continuare.
«Sai che sono legato a Dylan da una profonda amicizia e che non sono assolutamente il tipo di persona che esprime giudizi sulle scelte di vita degli altri, ma voglio dirti soltanto una cosa, tesoro: il mio amico è davvero un uomo fortunato perché sei una ragazza fantastica e nonostante questo litigio, lui ti ama con tutto il cuore. Vedrai che gli passerà presto. Lo avrai compreso anche tu che la gelosia è il tallone d’Achille del nostro beneamato cowboy. Scommetto che, se Nam dovesse guardarti una volta di troppo, potrebbe anche sfidarlo a duello. Già mi immagino la scena in una fredda alba nebbiosa,» dichiarò, con una punta di divertimento.
Amabel non poté fare a meno di sorridere. «Grazie di cuore Dave per avermi rassicurata, sei un vero amico. Ti auguro la buonanotte e... tieni d’occhio il mio… Dylan.»
«Contaci tesoro, sogni d’oro anche a te.»
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