CAPITOLO 26
Cherilyn, davanti allo specchio, si era infilata un paio di pantaloni neri aderenti, ai piedi portava degli stivali dal tacco alto, mentre Amabel indossava un reggiseno colorato e un paio di mutandine di pizzo abbinate. Aprendo le ante dell’armadio osservò i propri vestiti senza decidersi a scegliere qualcosa da mettersi. Era il pomeriggio del trentun dicembre e stavano finendo di prepararsi per la festa dell’ultimo dell’anno alla quale erano state invitate. Entrambe ancora struccate, stavano provando gli ultimi abbinamenti tra vestiti e accessori.
«Come sto?» chiese Cherilyn titubante.
«Sei strepitosa!»
«Grazie...» rispose con uno sguardo di ammirazione in direzione dell’amica, mentre quest’ultima stava infilando le braccia nelle maniche del morbido abito in lana color verde petrolio che Dylan le aveva regalato il giorno di Natale. Allacciati con cura i bottoncini sul fianco, Amabel si guardò allo specchio con aria soddisfatta.
«Wow, tesoro, quel colore è fantastico su di te! Ti sta da Dio,» esclamò Cherilyn, ammirando il risultato.
«È proprio comodo e mi piace un sacco. Dylan ha davvero buon gusto!» Si guardò un’ultima volta allo specchio, ma la sensazione di essere osservata con insistenza da Cherilyn la costrinse a girarsi verso l’amica. «Perché mi stai fissando? Ho forse qualcosa di strano in faccia?»
Cherilyn esitò per un momento, soppesando se fosse il caso o meno di affrontare l’argomento. Alla fine, decise di proseguire. «Mi piacerebbe farti una domanda, ma non so se sarai disposta a rispondermi.»
«Ma figurati, chiedimi pure tutto quello che vuoi, sei la mia migliore amica insieme a Lily e tra noi non ci sono segreti,» disse Amabel convinta, mentre si sedeva sulla sedia della scrivania in attesa di farsi truccare dalle abili mani di Cherilyn.
«D’accordo allora… lui, ti piace?» La domanda di Cherilyn fu come una secchiata d’acqua fredda. Il calore della stanza sembrò evaporare all’improvviso.
«Lui chi?» le chiese Amabel fingendo indifferenza.
«Dylan,» rispose Cherilyn, osservando attentamente la reazione dell’amica.
Amabel non rispose, tentando in tutti i modi di rifuggire lo sguardo dell’amica. «Dylan è… lui è… noi siamo una famiglia, viviamo insieme, come ti viene in mente una cosa del genere?»
«Vedi, lo hai fatto anche stavolta.» Cherilyn la incalzò, senza cedere di un passo.
«Fatto cosa? Spiegati!»
«Non sei riuscita a dire che è tuo fratello nemmeno adesso. Perché?»
Amabel rimase impietrita per qualche secondo, il cuore in gola e il respiro strozzato. Tentò di alzarsi dalla sedia ma l’amica la bloccò afferrando entrambi i braccioli con le mani. «N-non è assolutamente come dici tu…»
«Guardami negli occhi Amabel, non hai appena detto che fra noi non ci sono segreti? Allora perché non mi guardi negli occhi e mi dici che non sei innamorata di lui?» le domandò afferrandola per il mento.
«Scusami, credo di aver sentito Elisabeth chiamarmi,» sbottò Amabel cercando nuovamente di alzarsi, ma l’amica non si era spostata di un solo centimetro. «Lasciami andare Cheryl, smettila di fissarmi, mi stai davvero facendo arrabbiare!» urlò quindi spazientita.
Cherilyn si allontanò di qualche passo dandole la possibilità di uscire dalla stanza per alcuni minuti. Quando tornò, Amabel aveva ritrovato una parvenza di tranquillità e sperò vivamente che l’argomento fosse chiuso.
«Perdonami, Amabel. Non avrei dovuto forzarti per costringerti a rispondere.»
«Non preoccuparti, va tutto bene, mi è già passata.»
«Lasciami dire un’ultima cosa e poi non tornerò più sull’argomento. Anche se tu non vuoi ammetterlo, volevo farti sapere che io l’ho capito.»
«Capito cosa?» chiese Amabel nuovamente in preda al panico.
«Che sei innamorata di lui. Lo vedo da come lo guardi, da come ti agiti quando ti si avvicina,» le disse l’amica in tono calmo. «Non devi vergognarti dei tuoi sentimenti e, di certo, non con la sottoscritta.»
Amabel si morse il labbro inferiore, le parole dell’amica la fecero tremare come una foglia; se lo avevano notato lei, e Kim diversi mesi prima, allora anche qualcun altro avrebbe potuto farlo. Quella constatazione la turbò profondamente.
Scosse la testa con un sorriso teso, cercando di nascondere il battito accelerato del cuore. «Non so di cosa tu stia parlando, Cheryl. Non c’è niente da capire.»
«Va bene, va bene, non ti tormenterò più. Ma se mai volessi parlarne, sai che ci sarò sempre per te, ok?» le disse l’amica alzando le mani in segno di resa.
Amabel annuì, grata che l’argomento fosse chiuso, almeno per il momento.
La stanza rimase in silenzio per lungo tempo e solo il leggero fruscio dei pennelli di Cherilyn ne interrompeva la quiete. Poi l’atmosfera tesa tra le due ragazze venne interrotta dalle voci di Dylan, Elisabeth e Dave dal piano di sotto, che intimavano loro di sbrigarsi o le avrebbero lasciate a casa.
Nonostante la discussione avuta con Cherilyn poche ore prima, Amabel si stava proprio divertendo al party di fine anno anche se, come sempre, non riusciva a togliersi dalla testa Dylan. Con un certo fastidio si accorse che da un pezzo ormai non lo vedeva da nessuna parte. Aveva notato che si era allontanato da lei appena erano arrivati al Chilliwack Cultural Centre, elegantemente allestito per l’occasione. Da diversi minuti si chiedeva dove potesse essere finito e cosa lo stesse trattenendo. Immaginando che si trovasse in compagnia di Dave e dei loro amici, non se ne preoccupò ulteriormente. Dopo aver ballato per diverso tempo con Elisabeth e Cherilyn decise di andare in bagno a rinfrescarsi. Ne approfittò per guardarsi nuovamente intorno alla ricerca di Dylan, spostandosi da un gruppo di ragazzi all’altro, ma di lui ancora nessuna traccia.
Pensò allora di chiedere ad alcuni amici comuni se lo avessero visto e uno di loro le disse di averlo notato dirigersi verso il giardino giusto qualche minuto prima. Deviò la sua direzione e dal bagno si incamminò verso le porte scorrevoli che davano all’esterno, vi era quasi arrivata, quando, disgraziatamente sentì la voce di Kim avvicinarsi. In una frazione di secondo si nascose dietro una sporgenza della parete, non voleva assolutamente incrociarla. Perché diavolo quella perfida vipera si trovava sempre nelle vicinanze ultimamente? Kim e un capannello di altre ragazze dagli abiti uno più scollato dell’altro, si fermarono davanti a un grande specchio, rimirandosi e tenendosi a braccetto.
«Kim, sei davvero tremenda, non ti sei fatta sfuggire nemmeno Dylan stasera. Dai, raccontaci tutto, ti prego! Moriamo dalla voglia di sapere se te lo sei fatto!» disse una ragazza dai lunghi capelli rossi strizzando l’occhio all’amica.
«Sì, Violet, proprio dietro la serra del patio ed è stato bellissimo, estremamente eccitante,» rispose Kim con un enorme sorriso malizioso. «E poi… non ho mai visto un ragazzo tanto dotato in vita mia!» concluse con facendo un gesto inequivocabile.
«Ma stai scherzando? Non lo avrei mai detto, evidentemente lo nasconde bene,» esclamò una mora dalle labbra troppo truccate.
«Penso che prima della fine della serata mi farò anch’io un giro sulla giostra Lee, sono certa che dato il suo fisico possente e i suoi muscoli allenati non avrà alcun problema a ripassarci tutte quante prima della fine della nottata.» L’intero gruppetto scoppiò a ridere rumorosamente, continuando a fare battute volgari ed estremamente esplicite.
Ad Amabel sembrò di sprofondare in un orribile incubo. Socchiuse gli occhi e scosse la testa come per svegliarsi da un brutto sogno, ma quando li riaprì le ragazze erano ancora lì, a parlare sfacciatamente del suo ragazzo. Si diressero, ancora ridacchiando, verso la sala da ballo, mentre il cuore di Amabel sembrava aver ormai da tempo arrestato i suoi battiti. Un’amara consapevolezza affiorò nella sua mente: Dylan l’aveva tradita. Stavano insieme da poco più di un anno e lui era andato con un’altra. E oltretutto si trattava proprio di Kim, quella maledetta vipera.
Pietrificata in seguito a quella scioccante rivelazione, si diresse sconvolta verso il bagno e, infilandosi in una delle porte delle toilette, se la richiuse silenziosamente alle spalle, ringraziando il cielo che in quel momento il locale fosse deserto.
Sì accovacciò sul pavimento fissando il vuoto davanti ai propri occhi. Passarono alcuni minuti prima che si riavesse e che fosse in grado di alzarsi. Appena si fu ripresa, non pensò ad altro che a fuggire via allontanandosi il più possibile da quella dannata festa.
Stava correndo lungo il marciapiede della strada principale in cerca di un taxi, quando una vettura le si affiancò e il finestrino del passeggero venne abbassato.
«Ciao bella, dove te ne stai andando tutta sola a quest’ora della notte?» Amabel si avvolse il vestito attorno al corpo, non solo per il freddo di quella gelida notte d’inverno, ma anche per il brivido di disgusto che le attraversò la schiena dell’udire quella parlata strascicata.
«Sto andando a prendere un taxi, ma non credo che siano affari tuoi, Chad!»
«Avanti cara, posso benissimo accompagnarti a casa io, perché spendere soldi?»
«Preferirei tornare al ranch strisciando piuttosto che salire in macchina con te. Forse ti sei dimenticato cosa è successo l’ultima volta che ci siamo visti, ma io no!» rispose lei piccata.
«Avanti dolcezza, quella volta ero un po’ alticcio e non sono stato troppo gentile, lo ammetto, ma oggi sono perfettamente sobrio e voglio soltanto accompagnarti a casa.»
«Vai al diavolo, Chad!» gli urlò ricominciando a camminare.
Per tutta risposta il ragazzo scese velocemente dalla macchina e, dopo averla afferrata per un gomito, la costrinse a entrare in auto serrando la portiera con violenza per poi mettersi al volante.
Passarono soltanto una manciata di secondi ed entrambi si voltarono nell’udire lo stridore di una frenata alle loro spalle. Quando Dylan li raggiunse il suo volto era una maschera di rabbia e furia mal contenuta. Spalancò lo sportello del passeggero e ne tirò fuori un’Amabel più che sbalordita.
«Evidentemente non ti è bastata la lezione dell’altra volta, Chad. Vuoi che ti rinfreschi la memoria?» A un cenno negativo dell’altro, Dylan trascinò Amabel fino al pick up e senza troppe cerimonie la scaraventò sul sedile posteriore. Salì a sua volta e afferrandola per il mento la costrinse a voltarsi nella sua direzione. Lei tenne fermamente gli occhi sigillati, per impedire alle lacrime di fuoriuscire.
«Amabel, guardami. Che cosa diavolo ci facevi in macchina con quello?»
«Vattene!» gli disse senza guardarlo, un nodo alla gola le impedì di parlare ulteriormente. Il pensiero di incrociare il suo sguardo le fece annodare lo stomaco e si strinse le braccia attorno al corpo tremante per la disperazione e per il freddo intenso. Lui si tolse la giacca appoggiandogliela sulle spalle, massaggiandola vigorosamente per scaldarle le braccia intirizzite. Nonostante fosse infuriato con lei, non poteva far finta di niente.
«Che cazzo ti è preso, si può sapere?»
«Non sono affari tuoi, lasciami stare,» urlò lei scrollando le spalle per liberarsi della sua stretta.
«Non sono affari miei? Sei la mia ragazza e ti ho trovata in macchina con un altro a quest’ora della notte. Dimmi tu che cosa diavolo dovrei pensare!» sbraitò lui rischiando di perdere anche l’ultimo brandello di pazienza che gli era rimasto.
Lei non rispose e allora lui continuò appoggiando la schiena al sedile. «Ti ho vista correre fuori dal Cultural Centre come se ti stesse rincorrendo un mostro! Il tempo di liberarmi e di prendere la macchina per venirti a cercare e ti trovo così.»
Amabel aprì gli occhi che ora brillavano decisamente inviperiti e si allontanò da lui. «Sì, stavo scappando proprio da un mostro, uno di quelli della peggior specie, un maledetto traditore.»
«Di che stai parlando? Dannazione, Am che ti passa per la mente? Sei tu quella che era con un altro, non io!»
«Ah no? Eppure ti hanno visto uscire in giardino e guarda caso anche lei si trovava lì e poi l’hanno sentita lodare le tue capacità amatorie.»
«Lei chi?»
«Non fare il finto tonto, con me perché non attacca e sai benissimo di chi cazzo sto parlando! Vai, tornatene pure da lei, sono certa che ha da offrirti molto più di quello che ti ho dato io fino a ora!» disse lei incrociando le braccia.
«Non sono stato con Kim,» le disse intuendo a chi si stesse riferendo. «Qualunque cosa tu abbia sentito dire, non l’ho fatto. Ci siamo scambiati gli auguri insieme ad altre persone, non sono mai rimasto solo con quella, te lo posso assicurare!» ribatté prontamente con il viso a un soffio da lei.
La sua mano delicata le percorse dolcemente un fianco al di sotto della giacca, risalì lungo la schiena e infine l’attirò a sé, facendo aderire il suo morbido corpo contro al proprio, il suo respiro sulla guancia.
«Ma ha detto che…» cominciò Amabel con un filo di voce.
«Ha mentito spudoratamente.»
«Mi aveva appena costretta a sedermi nella sua auto quando sei arrivato, fosse stato per me sarei arrivata strisciando fino al ranch,» confessò lei a sua volta.
Un lasso di dieci minuti, tanto era durata la sua agonia. Un tempo insignificante nello schema degli eventi. La gente perde decine di minuti ogni giorno, milioni di minuti in una vita, sprecandoli banalmente, ma per lei erano sembrati un’eternità cupa e desolante. Nel cuore di quei dieci minuti, la sua mente era stata tormentata da immagini dolorose di Dylan insieme a un’altra, ogni secondo era stato pervaso da un senso di angoscia e disperazione. Dieci minuti che erano stati segnati dalla consapevolezza della fine imminente della loro storia. L’impatto di quella manciata di minuti avrebbe potuto continuare a riflettersi nella sua vita per molto tempo, se lui non l’avesse seguita in strada.
A volte, pensò Amabel, in determinati frammenti di tempo, può accadere qualcosa che si ricorderà tutta la vita o qualcosa che potrebbe cambiare per sempre il corso della nostra esistenza. E lei avrebbe ricordato per sempre la sincerità che lesse nei profondi occhi neri di Dylan mentre le confessava che lei era l’unica che avesse mai amato e che avrebbe amato per tutta la vita.
«Baciami…» le uscì dalle labbra prima che potesse fermarsi.
Un tenero sorriso apparve sul bel volto di Dylan e, pochi istanti dopo la sua stretta si fece ancora più forte, più appassionata e la tristezza di Amabel volò via, mentre le sue labbra si abbassavano a cercarle la bocca.
Senza più curarsi di nulla, Dylan le catturò le labbra. La sua bocca era fredda, ma allo stesso tempo morbida e dolcissima e in pochi istanti le fece dimenticare quello che aveva combinato Kim quella sera. Se la fece sedere in braccio a cavalcioni senza staccare la bocca da quella di lei.
«Dylan, mi si sta alzando tutto il vestito in questa posizione,» gli disse qualche minuto dopo. Pensò che non l’avesse affatto sentita talmente era intento a baciarle il collo con il viso affondato nei suoi lunghi capelli profumati. Ma lui l’aveva sentita perfettamente e le sue mani scorsero lungo le cosce fino a fermarsi all’altezza delle natiche.
«Hai ragione amore, non avevo pensato a quest’eventualità quando ho scelto questo abito per te.» Staccando una mano dai glutei sodi di lei, con un dito prese a tracciarle lenti cerchi sulla pelle delicata dietro al ginocchio.
«Tieni a posto le mani tesoro, o finisce che ci arrestano, meglio se rallentiamo un attimo, siamo in mezzo a una strada e anche piuttosto trafficata.»
«D’accordo principessa. Ma mi piaci così tanto che vorrei tenerti tra le mie braccia per sempre,» le confessò rimettendola a sedere accanto a sé.
L’esplosione improvvisa dei fuochi d’artificio annunciò l’arrivo del nuovo anno. Il cielo si illuminò quasi a giorno e la città si accese di magici colori.
«Buon anno principessa...» disse Dylan, guardandola a fondo negli occhi e baciandola nuovamente con infinita dolcezza.
La mattina di un paio di giorni dopo Amabel era in cucina intenta a preparare una dolce merenda quando, a un tratto, sentì suonare il campanello di casa. Ancora sporca di farina e con le mani impiastricciate di crema, andò ad aprire la porta ritrovandosi di fronte Kim. Come faceva ogni volta, quella dannata ragazza, a superare i cancelli del ranch senza essere vista da nessuno?
Amabel rimase immobile sulla soglia, combattuta tra l’istinto di richiuderle la porta in faccia e il bisogno di mantenere un minimo di cortesia. Kim, con il suo solito sorriso pungente, inclinò leggermente la testa, osservandola da capo a piedi, come se stesse giudicando ogni dettaglio del suo aspetto.
«Mi auguravo proprio che fossi tu ad aprirmi, non mi fai entrare, carissima?» disse con un tono volutamente mellifluo.
Amabel sentì il cuore accelerare, ma si sforzò di mantenere un tono fermo. «Cosa vuoi, Kim?» riuscì a dire, anche se la sua voce tremava leggermente.
«Volevo parlare con te, tesoro.»
«Con me…?» chiese sgomenta.
«Esattamente carina, a quanto pare lo scherzetto di fine anno non ha sortito il suo effetto.»
«Avresti la gentilezza di spiegarmi di cosa stai parlando?»
Kim ridacchiò, portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio in un gesto affettato. «Ah, con piacere. Ti avevo vista venire verso il giardino così io, Violet e le altre ci siamo inventate quella storia su Dylan. Speravo proprio ci cascassi e ti allontanassi definitivamente da lui, ma così non è stato. Chad mi ha detto che invece ve ne siete andati via in macchina e nessuno vi ha più rivisto alla festa,» disse malignamente.
Amabel era ammutolita, il sangue parve fermarsi nelle vene e la sua pelle ghiacciarsi. «S-se hai qualcosa da dire, Kim, fallo chiaramente. Non ho tempo per i tuoi giochetti.»
Kim si avvicinò di un altro passo, invadendo lo spazio personale di Amabel. I suoi occhi brillavano di una crudeltà che non cercava nemmeno di mascherare. «Non credere che non sappia cosa state combinando tu e Dylan. Mi fai schifo. Sono certa che se lo sapessero in giro per te sarebbe la fine, verresti sicuramente additata da tutti come una lurida sgualdrina. È quello che vuoi? Pensaci seriamente.»
Amabel, se possibile, impallidì ancora di più, era come impietrita.
«Puoi contare sul fatto che farò di tutto per allontanarti da lui, sia con le buone sia con le cattive.» La sua voce si abbassò in un sussurro carico di veleno. «Stai attenta misera stracciona, ti farò rimpiangere di esserti messa sulla mia strada! Questo sarà il mio primo e unico avvertimento!»
Detto questo, senza nemmeno aspettare una risposta da parte di Amabel, se ne andò lasciandola sola.
La porta si richiuse con un tonfo, ma Amabel rimase ferma, incapace di muoversi. Dentro di lei si mescolavano rabbia, vergogna e un terrore profondo. Si sentiva piccola e indifesa, ma più di tutto si sentiva disperata.
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