Storia · capitolo 30

CAPITOLO 29

I'LL MAKE YOUR HEART SMILE di Frances Gore

La palestra del centro sportivo di Chilliwack era immersa in un brusio costante, fatto di rimbalzi, passi e risate che si rincorrevano tra le pareti alte. Amabel cercava disperatamente di aggrapparsi a quel rumore, lasciando che coprisse il tumulto che si portava dentro. Si concentrava sul ritmo regolare della palla che colpiva il pavimento, sul movimento ripetitivo delle mani, su qualcosa di semplice, prevedibile, tutto ciò che potesse zittire l’eco delle parole sussurrate a Dylan la sera prima.

Nel tentativo di distrarsi, aveva infatti deciso di invitare Cherilyn a passare il pomeriggio insieme. Non erano lì per allenarsi davvero, più per muoversi, occupare il tempo, fingere che tutto fosse normale. Cherilyn, come sempre, compensava ogni mancanza di tecnica con un entusiasmo travolgente. Rideva per ogni tiro sbagliato, commentava a voce troppo alta chiunque passasse, e nel giro di un’ora si era già “innamorata” almeno mezza dozzina di volte.

Amabel la seguiva, lasciandosi trascinare da quell’energia leggera. Per un po’, funzionò. Tra una battuta e l’altra, tra un tentativo maldestro e una risata condivisa, riuscì quasi a dimenticare. O almeno, a mettere distanza tra sé e tutto ciò che non voleva affrontare.

Ma bastava un attimo di pausa perché il pensiero tornasse.

Quando il sole era ormai calato e l’aria fuori si era fatta più fredda, lasciarono il centro sportivo con i borsoni a tracolla. Le luci della strada si riflettevano sull’asfalto umido, e il mondo sembrava improvvisamente più quieto.

Camminarono fino alla fermata del pullman senza fretta.

Fu allora che lo sguardo di Cherilyn si posò fermamente su di lei.

«Okay, basta, Amabel. Cosa c’è che non va? Mi sembra di parlare con un muro da ore. So che qualcosa ti sta tormentando...» le disse senza troppi preamboli. «Ti ho osservata per tutto il pomeriggio cara e, nonostante i tuoi tentativi di sorridere, sei sempre stata sul punto di piangere.»

Gli occhi di Amabel si riempirono immediatamente di lacrime mentre si buttava tra le sue braccia aperte. «Oh Cheryl, sono così triste.»

«Per quale motivo?»

«Ho avuto una tremenda lite con…» mormorò in un soffio appena udibile, senza riuscire a terminare la frase.

Cherilyn le sollevò dolcemente il mento con la mano, guardandola negli occhi. «Dylan,» disse con tenerezza.

Amabel annuì, mordendosi il labbro. «Quella sera nella mia stanza, quando mi hai chiesto se lui mi piacesse, ci avevi visto giusto. Me ne sono innamorata perdutamente. Stiamo... insieme, Cherilyn. Da un anno ormai. E nessuno lo sa, tranne Dave e te, adesso.»

«Questo lo avevo capito da un sacco di tempo...» ammise. Non c’era ombra di rimprovero o giudizio nella sua voce. «Stavo solo aspettando che tu trovassi il coraggio di dirmelo.»

Amabel la fissò, colpita dalla sua calma. «E non sei... sconvolta? O disgustata?»

Cherilyn sorrise e le diede un leggero colpetto sulla spalla. «Amabel, ti conosco meglio di quanto tu creda. Se vi siete innamorati, chi sono io per giudicare?»

«È tutto così complicato. Inoltre abbiamo litigato pesantemente perché sono uscita con il cugino di Kim e, successivamente, per il braccialetto che ho ricevuto. Non mi parla più da giorni.»

«Sono sicura che gli passerà presto. L’amore non segue sempre i percorsi più agevoli, a volte deve superare qualche piccola tempesta, ma lui è davvero pazzo di te e non mi sorprenderebbe affatto sapere che già questa sera avrete fatto pace,» le disse con un sorriso sincero.

Amabel tirò un sospiro di sollievo, sentendo il peso nel petto alleggerirsi. «Non sai quanto mi fa bene sentirtelo dire... È solo che ora ho paura di aver rovinato tutto. Abbiamo discusso e... non so come rimediare.»

«Non ti preoccupare, si aggiusterà tutto, ne sono certa. Devi solo avere pazienza.»

«Grazie, sei davvero un’amica meravigliosa. Ti voglio un mondo di bene,» disse Amabel abbracciando l’amica e nascondendo il viso tra i suoi folti capelli.

«E io a te. Adesso però devo proprio andare a cena a casa dei miei nonni, altrimenti chi li sente? Fammi sapere se ci sono novità con Dylan, mi raccomando.»

 

Una mezz’ora più tardi, entrando in casa, Amabel notò che sembrava deserta. Matthew era ancora al lavoro nel ranch e Jane era probabilmente andata a prendere Elisabeth di ritorno dalla gita sulla neve.

Triste e sconsolata cominciò a salire le scale per dirigersi in camera sua ma, non aveva fatto che un paio di gradini, quando una mano l’afferrò per il polso costringendola a deviare il suo percorso. Alzò gli occhi dal pavimento giusto in tempo per vedere Dylan spingerla dentro al ripostiglio e chiudersi la porta alle spalle.

«C-che cosa stai facendo?» chiese, cercando di asciugarsi le lacrime con il dorso della mano.

«Smettila di piangere e guardami, principessa.»

Principessa… Quella sola parola fu sufficiente a bloccare le sue lacrime. Alzò di colpo il viso e mise a fuoco il volto sorridente di Dylan. Il sorriso di lui arrivava fino a quei profondi occhi neri, capaci di leggerle fin dentro l’anima.

«Ti amo,» le disse osservandole le labbra in modo estremamente eloquente. Quella dichiarazione procurò ad Amabel un lungo brivido sulla pelle, mentre le gambe le si facevano di gelatina.

Il ripostiglio era assai angusto e quasi al buio, solo una piccola grata permetteva alla luce dell’esterno di penetrare. All’interno si sentiva soltanto il sibilo dei loro respiri, ma in quel momento, ad Amabel sembrò il posto più romantico dell’intero universo. Dylan, se possibile, le si avvicinò ulteriormente, appoggiando le mani contro al muro, ai due lati della testa, imprigionandola con un gesto che la fece arrossire fino alla radice dei capelli. Un istante dopo si chinò su di lei baciandola appassionatamente.

Quando parlò, le loro labbra erano ancora attaccate. «Perdonami, amore mio, sono stato folle di gelosia, il solo saperti con un altro mi ha fatto perdere la testa.»

«Oh, Dylan, è stata una serata tremenda e me ne sono tornata a casa in taxi.» Proseguì descrivendogli ciò che era accaduto in quella serata a dir poco disastrosa.

«Ti avevo anche mandato un messaggio pregandoti di venirmi a riprendere, però tu non lo hai mai letto.»

«Mi dispiace principessa, ma ero talmente ubriaco quella sera che devo averlo inavvertitamente cancellato. Mi ricordo poco e niente di quelle ore. Quando mi sono svegliato la mattina dopo, ero nel ranch di Dave con un mal di testa colossale,» le disse sorridendo imbarazzato.

«Ora capisco tutto, non volevo credere che avessi ignorato deliberatamente la mia richiesta di aiuto.»

«Non lo farei mai, amore mio. Devi credermi. D’ora in poi, ogni volta che avrai bisogno di me, io ci sarò, sempre. Anche tra dieci o vent’anni, se mi chiamerai io verrò da te correndo.»

«Grazie,» disse Amabel con il cuore traboccante di gioia. «Mi sento così fortunata ad averti nella mia vita.»

«Grazie a te. Ieri sera sei corsa via prima che potessi riprendermi dall’emozione che le tue parole mi avevano provocato e questa mattina eri già uscita di casa quando mi sono alzato. Perdonami per averti rattristata, non mi ero reso davvero conto di quanto fossi importante per te e di quanto mi amassi. Sappi che per me è lo stesso. Ti amo più della mia stessa vita. Devi avere pazienza con me, tu sei così bella e io così geloso…»

«Non credo di essere mai stata più felice di così in vita mia.»

In tutta risposta, Dylan l’afferrò per la vita e l’attirò delicatamente a sé. «La tua bellissima bocca mi fa venire una voglia matta mangiarti di baci...»

«Sei affamato?» Le sfuggì dalle labbra mentre si avvicinava a lui con un sorriso eloquente.

«Sto morendo, credo di aver proprio bisogno di assaggiarla, subito,» le tracciò il contorno del labbro inferiore con la punta del pollice. «Hai davvero una bocca stupenda.»

«Anche la tua non è male e io non desidero altro che sentirla sulla mia, da giorni e giorni...» bisbigliò.

Dylan la strinse ancora di più a sé e lei non poté non notare la sua eccitazione. Durante quel bacio appassionato, le fece delicatamente aprire le labbra assaporando la dolcezza della sua bocca, mentre la mano di Amabel, priva di ogni controllo, scivolava audacemente sui suoi pettorali coperti dalla pesante camicia di lana.

Un guizzo gli illuminò lo sguardo e le sue labbra scesero più giù, sul collo, lasciandosi dietro un’interminabile scia di brividi infuocati. Si baciarono a lungo, mentre le loro mani non smisero per un solo attimo di toccare e di toccarsi. Amabel gli slacciò i primi bottoni della camicia e respirò profondamente il suo inebriante profumo, gli baciò il mento e poi la gola pulsante. Si interruppero bruscamente nel sentire il rumore di un’auto che si fermava nel vialetto.

«Accidenti, Am, mi ha fatto di nuovo perdere la testa. Per quanto sia doloroso litigare con te, fare pace in questo modo è davvero… meraviglioso. Adesso devo purtroppo scappare perché ho un appuntamento già fissato in precedenza. Ci vediamo tra un’oretta, principessa,» le disse poggiandole le mani sulle spalle. Aprì lentamente la porta del ripostiglio sporgendo la testa per controllare che nessuno fosse nei paraggi.

«Via libera,» disse, ma prima che Amabel facesse in tempo a muovere un solo passo, la sua bocca si avventò nuovamente su quella di lei in un ultimo bacio che lasciò entrambi senza respiro.

 

In realtà di ore ne passarono molte di più e il resto della famiglia era seduta sul divano intenta ad ascoltare i racconti divertenti di Elisabeth sulla sua vacanza quando, a un tratto, Dylan entrò sbattendo la porta e, senza salutare nessuno, salì in camera sua.

Elisabeth alzò le spalle. «Che cos’ha Dylan?» domandò quando il fratello si fu allontanato.

«Secondo me ha litigato con la sua ragazza,» rispose la madre.

«Dylan ha una ragazza? Che cosa mi sono persa? Sono stata via soltanto una settimana! Mi ha detto Kim che stasera si sarebbe vista con lui…» sorrise Elisabeth divertita, mentre il cuore di Amabel sembrava uscirle dal petto. Era dunque quello il motivo per il quale era rientrato a casa così tardi e con lo sguardo furioso?

«Caro, perché non provi a parlarci tu? Magari tra uomini…sai, potresti capirlo meglio e cercare di…» Jane si fermò, indecisa su come continuare. «… aiutarlo a superare questo momento difficile,» concluse, dopo qualche secondo di esitazione. Sapeva che Dylan aveva bisogno di parlare con qualcuno e pensava che Matthew, con il suo carattere pacato e gentile, sarebbe stato la persona giusta per lui.

L’uomo annuì. «Ci provo,» disse dirigendosi verso le scale.

«Grazie,» sospirò Jane, sollevata.

           

«Dylan,» disse Matthew bussando alla porta. «Posso entrare?» A un cenno affermativo fece un passo all’interno della stanza e trovò Dylan con lo sguardo perso nel vuoto, come se cercasse di mettere ordine a quello che stava accadendo nella sua vita.

«Ti va di parlare un po’?»

Nessuna risposta.

«Che cosa è successo?» domandò ancora, dopo aver atteso in silenzio per qualche istante che Dylan parlasse.

«Non so cosa fare,» disse il ragazzo a un tratto.

«Riguardo a che cosa?»

«Come si fa a sapere quando una persona mente oppure è sincera?»

Matthew sospirò, quella era una domanda difficile anche per un adulto come lui, figuriamoci per un ragazzo poco più che maggiorenne. «La risposta non è affatto semplice, ci sono dei segnali che possono aiutarci a capire se una persona sta mentendo, ma non sempre sono affidabili…»

«Già… conosco persone che mentono e lo fanno in modo molto convincente.»

«Temo che tu abbia ragione,» disse Matthew. «La verità è che non esiste un modo sicuro per sapere quando una persona sta mentendo. L’unica cosa che puoi fare è ascoltare attentamente quello che dice, osservarne il linguaggio del corpo e notare se quando parla ti guarda dritta negli occhi oppure sfugge il tuo sguardo e, soprattutto, usare il tuo buon senso e il tuo cuore. Si tratta di una ragazza, vero?»

Dylan annuì.

«Vedi ragazzo, l’amore può essere la cosa più bella del mondo, ma a volte ci rende vulnerabili. Prendi me per esempio. Amavo Laurette più della mia stessa vita e quando si è ammalata ho fatto di tutto per aiutarla. Poi ho scoperto che mi stava mentendo sul suo reale stato di salute. Era molto più grave di quanto mi avesse fatto credere, stava morendo e non me lo aveva detto perché non voleva che mi preoccupassi. Non voleva che io e Amabel soffrissimo a causa sua. Certe volte le persone mentono per proteggerci. So che non è giusto e che in una relazione si dovrebbe sempre dire la verità, ma può darsi che la tua ragazza ti abbia mentito in buona fede, solo per non ferirti.»

Dylan ascoltava in silenzio, non aveva mai pensato a questa eventualità. Per come era fatto lui, per il suo carattere, le cose erano o bianche o nere, non c’era una via di mezzo, non l’aveva mai contemplata.

«La cosa migliore che potresti fare in questo momento è parlare con lei. Tenersi tutto dentro è peggio, credimi,» disse Matthew alzandosi in piedi. «Spero di esserti stato d’aiuto, figliolo.»

«Grazie, Matthew» ammise Dylan alzandosi a sua volta.

«Figurati» concluse Matthew dirigendosi verso la porta. «Non sarò tuo padre, ma sono sempre qui per te, ricordatelo.»

 

Pochi minuti dopo Dylan entrò in cucina e, rivolgendosi alla madre che stava finendo di apparecchiare la tavola, chiese come se nulla fosse: «Cos’hanno preparato di buono stasera le tue manine d’oro?»

La donna si voltò verso il figlio con un sorriso affettuoso. «Stasera abbiamo cucinato il tuo piatto preferito, Mandu² di carne al vapore. Siediti, la cena è pronta.»

Dylan si sedette come suo solito di fianco a Elisabeth, mentre quest’ultima stava palesemente sghignazzando. «Perché stai ridendo piccola rompiscatole?»

«Io e la mamma pensiamo che tu abbia litigato con la tua ragazza in questi giorni, lo abbiamo chiesto anche ad Amabel, ma lei non ha voluto sbilanciarsi. Allora dicci, come si chiama la sfortunata?»

Dylan lanciò un’occhiata ad Amabel che gli stava seduta di fronte, scorgendola nell’istante in cui si stava stringendo le braccia al petto.

«Allora?» lo tampinò la sorella.

«Faresti meglio a farti gli affari tuoi se non vuoi finire nei guai.»

«Dylan per favore, non parlare così a tua sorella. E tu, signorina, invece di punzecchiarlo sempre, perché non ci racconti delle tue vacanze?» intervenne Jane a quel punto.

«Sì, saputella, perché non racconti a tutti di quanti ruzzoloni hai fatto prima di riuscire a stare in piedi sugli sci per più di cinque secondi?»

«Non è vero, non è andata così!»

«Oh, sì. È andata esattamente così. Lo raccontano tutti nel raggio di cento chilometri. Il secondo giorno il tuo istruttore ti ha detto che eri una schiappa cosmica.»

«Bugiardo! Stai mentendo!»

«Devi accettare la verità, spazzaneve. Non vali una cicca sugli sci.»

«Tu sei solo invidioso perché sono comunque più brava di te! Ricordo ancora quella volta, con lo snowboard,» cominciò la ragazza, mentre il fratello tentava di tapparle la bocca con la mano. «Hai fatto una discesa talmente epica che è dovuto venire Dave a staccarti dall’albero che avevi centrato in pieno,» continuò Elisabeth mentre tutti scoppiavano a ridere. «Eri talmente ricoperto di neve che alcuni bambini ti scambiarono per un pupazzo.»

«Finiscila!» disse Dylan senza però riuscire a smettere di sorridere a sua volta.

Erano state poche le volte, nel corso degli anni, in cui Amabel lo aveva visto ridere in quel modo e non poté far altro che rimanere a fissarlo affascinata. Dimenticò persino che avrebbe voluto chiedergli del perché, solamente un’ora prima, fosse rientrato a casa sbattendo la porta, desiderava soltanto che lui fosse sempre felice come lo era in quel momento. Non resistendo all’impulso, prese il cellulare e gli inviò un messaggio:

 

“Sei così bello quando sorridi.

Ti prego non smettere mai.”

 

Con il cuore in gola, lo vide afferrare il telefono che aveva appoggiato sulla tovaglia e leggere il contenuto del messaggio. Non che si aspettasse chissà quale reazione esagerata da parte sua, dato che non erano soli, ma aveva sperato che le rivolgesse almeno uno sguardo o un sorriso e invece non fece nulla di tutto ciò. Si limitò a riappoggiare il cellulare sul tavolo e a proseguire la sua conversazione con la madre e la sorella. Nonostante ciò, la serata proseguì in un’atmosfera leggera e gioiosa, concludendosi a tarda ora.

 

Era quasi l’alba, quando Amabel iniziò ad agitarsi nel letto a causa di un sogno confuso e dell’imperversare della bufera. La sua pelle era attraversata da onde continue di brividi che si attenuarono solo quando il tocco delicato di una mano sulla sua spalla la ridestò. Aprì gli occhi all’improvviso e accanto a lei intravide una figura illuminata dalla flebile luce proveniente dal lampione esterno. Si sedette di scatto sul letto portandosi una mano al cuore spaventata, poi riconobbe il suo profumo, così distintivo rispetto a quello degli altri.

«Cosa ci fai qui?»

La voce di Dylan le giunse come un lieve sussurro: «Ti ho sentita parlare nel sonno e sono venuto ad accertarmi che tutto andasse bene.»

Amabel si stropicciò gli occhi con le dita, lui la stava osservando con il volto serio. «Non mandarmi mai più un messaggio del genere.»

«D-d’accordo,» acconsentì Amabel in preda alla disperazione.

«Non farlo, se non vuoi che ti baci davanti a tutti, principessa,» le disse in un sussurro mentre con le dita prese ad accarezzarle dolcemente il viso. «Che cosa devo fare con te, amore mio? Dimmi come posso fare a toglierti dalla mia testa.»

Amabel fu incapace di dire anche solo una parola, tanta era la felicità che provava, voleva soltanto stargli vicino e godersi quegli attimi di infinita dolcezza.

Le dita di Dylan, tracciarono delicate il suo profilo, scendendo fino al mento e lo inclinarono verso di sé. Nell’incontrare i suoi occhi lucenti, il cuore di Amabel fu scosso da un palpito furioso: dal bisogno di lui… dal desiderio di lui. Quando poi Dylan l’avvolse tra le sue braccia, cingendole la schiena con delicatezza, soffocò a fatica un gemito di piacere e nascose il viso fra i suoi capelli.

«Non lasciarmi mai, ti prego…» sussurrò.

«Non lo farò mai, Amabel. Ti amo e starò accanto a te per il resto della mia vita.»

I loro occhi, in quel momento, furono gli uni dentro quelli dell’altro e, mentre si guardavano senza dire nulla, i loro corpi furono scossi da brividi.

Confortata dalle sue parole e dalla consapevolezza di poter contare per sempre sul suo amore, Amabel si addormentò fra le braccia di Dylan, inebriandosi del suo profumo.

Il respiro di Amabel era diventato regolare, un soffio leggero che gli solleticava il collo. Si era addormentata così, forse sfinita dalle lacrime e dalle spiegazioni, rannicchiata contro di lui come se il corpo di Dylan fosse l’unico porto sicuro in un mondo che aveva appena tentato di affondarla.

Dylan la stringeva a sé, la mano abbandonata tra i capelli di lei, ma i suoi occhi erano sbarrati nel buio della camera. La pace che emanava il corpo di Amabel non riusciva a calmarlo.

Sotto le palpebre, continuava a comparire l’immagine che Kim gli aveva mostrato poche ore prima. La vedeva nitida: la luce calda del centro culturale, la folla sfocata sullo sfondo e Andrew chino su di lei.

A quanto pare ad Amabel piace giocare alla dolce santarellina, quando invece la verità è un’altra… Le parole di Kim gli risuonavano nelle orecchie, precise come gocce d’acqua capaci di scavare nella roccia.

Serrò la mascella, lo sguardo fisso verso il soffitto. Sapeva che Amabel era lì, accanto a lui, ma il dubbio seminato da Kim era una spina rimasta conficcata sottopelle.

Sentì il cuore battere forte contro le costole. Avrebbe voluto urlare, o forse correre ad Abbotsford e cancellare quel ghigno dal volto di quell’Andrew a suon di pugni. Invece, rimase immobile per non svegliarla, prigioniero di un silenzio che profumava di lei, ma che aveva un retrogusto amaro.

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