CAPITOLO 6
«Mabel, tesoro mio, che ne diresti se cambiassimo casa?» Amabel era seduta al tavolo della cucina, intenta a mangiare un insipido piatto di pasta che aveva preparato aspettando che il padre tornasse dal lavoro, quando lo sentì pronunciare quelle poche parole.
Era passato circa un anno e mezzo dalla morte della moglie e l’uomo non si era ancora ripreso del tutto. Soltanto negli ultimi tre o quattro mesi Amabel aveva notato nei suoi occhi un po’ di serenità, uno spiraglio di luce in quel tunnel buio che li aveva avvolti. Alzò lo sguardo dal piatto e lo osservò attentamente, aveva ricominciato a farsi la barba e il suo aspetto non era più così disordinato come fino a qualche tempo prima.
«Vuoi lasciare la villetta?»
Matthew sospirò, guardando fuori dalla finestra. «Questo luogo... è pieno di ricordi, Mabel. Ricordi felici, certo, ma anche tanta tristezza. Pensavo che un nuovo inizio, una nuova casa, potrebbe aiutarci a lasciarci alle spalle il dolore e a guardare avanti. La vita che abbiamo vissuto qui con Laurette, ormai non esiste più.»
Amabel annuì lentamente, comprendendo il desiderio del padre, che forse era anche il suo. Quella villetta vicino al fiume, pur essendo stata il rifugio di tanta felicità, era ora una dimora intrisa di malinconia. «Se pensi che sia la cosa giusta, papà, allora sono d’accordo. Qualsiasi luogo in cui tu possa trovare la serenità, è casa anche per me.»
«Sei sicura di aver solo dodici anni figlia mia? Mi sembri fin troppo matura per la tua età.»
«Papà tra un paio di mesi ne avrò tredici, non sono più una bambina,» gli disse fingendosi offesa.
«D’accordo, d’accordo, signorina… che ne diresti di andare a vivere in un ranch?»
«In un ranch, ho capito bene? Di quelli che si vedono anche alla tv? Con tanti cavalli e animali di ogni genere?»
«Sì, esattamente. Con tanti cavalli, animali di ogni genere e ampi spazi aperti. Che ne dici?» le rispose sorridendo di fronte al suo entusiasmo.
Amabel non riusciva a nascondere la sua eccitazione. «Sarebbe fantastico! Potrei avere un cavallo tutto mio?»
«Ecco, penso di sì, ma dovremmo chiederlo al padrone di casa.»
«Non sarà nostro il ranch?» chiese perdendo parte della sua gioia.
«Vedi, Mabel, la questione è un po’ complicata. Avrei voluto aspettare ancora un po’ prima di parlartene, ma ho trovato un buon acquirente sia per la clinica sia per la villetta e mi trovo a dover anticipare di qualche tempo i progetti che avevo in mente,» le disse togliendosi gli occhiali e massaggiandosi il ponte del naso con un gesto stanco ma sereno. Sembrava leggermente nervoso, o forse era imbarazzato? Amabel lo guardò perplessa.
Dopo un attimo di tentennamento, Matthew le spiegò che aveva conosciuto una giovane vedova. Era proprietaria, insieme ai due figli, di un immenso ranch a circa centocinquanta chilometri a est di Vancouver. La donna aveva messo un annuncio online in cerca di un veterinario perché quello che aveva sempre lavorato per loro sarebbe presto andato in pensione. Avevano cominciato a sentirsi quasi quotidianamente, da quando lui aveva risposto all’inserzione, e si erano anche visti in diverse occasioni. Pian piano era nata tra loro una profonda amicizia, rafforzata dagli interessi e dal lavoro comuni.
Le raccontò che il marito di Jane, questo il nome della donna, era morto per un attacco cardiaco circa un anno prima, mentre era al lavoro con i suoi mandriani e che ora la sua famiglia era composta da lei, dalla figlia di tredici anni Elisabeth e dal figlio di diciotto anni Dylan. Le descrisse Jane come una donna bella e coraggiosa, con gli occhi verdi come smeraldi e i capelli castani e che, nonostante la tristezza per la morte prematura del marito a soli trentanove anni, aveva ancora tantissimo amore da donare.
«Jane e io abbiamo parlato a lungo, ultimamente,» esordì, cercando le parole giuste nell’aria sospesa della cucina. «Non è come con tua madre, Amabel. Lo sai tu e lo so io. Nessuno può riempire quel vuoto. Ma Jane è... un porto sicuro. Mi fa sentire di nuovo... utile, in un modo diverso. Ci capiamo, amiamo le stesse cose e, onestamente, credo che nessuno dei due abbia voglia di affrontare il resto della vita in solitudine.»
Fece una pausa, osservando la reazione della figlia.
«Abbiamo deciso di sposarci. Non per sostituire il passato, ma per dare un po’ di luce al futuro. Per avere una casa che non sembri sempre troppo vuota con me e te soltanto.»
Amabel vide negli occhi verdi del padre uno scintillio che le fece immediatamente prendere una decisione, lo avrebbe assecondato in ogni sua scelta. Le aveva praticamente salvato la vita sette anni prima e ora toccava a lei fare qualcosa per lui.
Matthew le mostrò alcune foto di Jane ed Elisabeth, che la donna gli aveva mandato via mail e aggiunse che, del figlio non ne aveva nemmeno una, perché era un ragazzo a cui non piaceva farsi fotografare. Elisabeth aveva i capelli simili alla madre e come la donna, intuì Amabel, era una ragazza estremamente estroversa e dolce. Le fece vedere anche diverse immagini di Soulsavers, l’immenso ranch che si estendeva per oltre quindicimila ettari attraverso le vaste distese fertili ai piedi del maestoso Monte Cheam. Amabel non vedeva l’ora di poter visitare la proprietà e di poter conoscere di persona i suoi abitanti. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per riportare il sorriso sul volto di suo padre.
Quel giorno, la pioggia scendeva incessantemente dal cielo grigio, quasi a rispecchiare la tristezza che Amabel portava nel cuore. Mentre il suono delle gocce si mescolava a sibilo del vento, Amabel si ritrovò a riflettere con lo sguardo assorto. Sapeva che il tempo nella loro amata villetta stava giungendo al termine e questo pensiero le stringeva il cuore. La piccola villetta, con il suo giardino selvatico e le finestre incorniciate da rampicanti, era stata il suo rifugio, l’unico luogo in cui si fosse mai sentita veramente a casa. Ma il furgone dei traslochi sarebbe arrivato nel primo pomeriggio, segnando la fine di un capitolo della sua vita e l’inizio di un nuovo percorso.
Il giorno precedente, lei e suo padre avevano malinconicamente terminato di impacchettare gli ultimi ricordi, chiudendo con cura ogni oggetto negli scatoloni che li avrebbero accompagnati nella prossima tappa del loro viaggio. Le pareti, una volta piene di vita e risate, ora risuonavano di silenzio, mentre i mobili spogli testimoniavano un passato ormai concluso.
Avevano regalato tutto quello che non se l’erano sentita di portare a Soulsavers; quasi tutte le opere d’arte di Laurette, i suoi quadri e le sue sculture in legno, erano state donate alle tante amiche di quella splendida donna morta prematuramente. Avevano tenuto soltanto pochi quadri che Laurette aveva dipinto insieme ad Amabel e che erano già stati impacchettati e riposti insieme alle scatole davanti all’ingresso, pronti per essere caricati sul furgone dei traslochi.
Amabel, con il cuore pesante, attraversò ogni stanza come a volerne imprimere l’immagine nella sua memoria. Ogni angolo raccontava una storia: il tavolo della cucina, testimone di abbondanti colazioni in famiglia; la sua cameretta, rifugio di sogni e segreti condivisi con i genitori; il giardino che l’aveva vista crescere e fiorire con il passare delle stagioni. Ogni oggetto, ogni dettaglio, diventava un ricordo tangibile che si sarebbe portata dietro in eterno.
Nel pomeriggio, il rumore del camion dei traslochi risuonò nel viottolo, interrompendo la tranquillità con la sua presenza ingombrante. Era il momento di dire addio alla villetta e Amabel cercò con lo sguardo quello del padre. Matthew, con occhi che riflettevano la stessa mescolanza di sentimenti, le sorrise e la prese per mano. Insieme, avrebbero affrontato quella nuova avventura, portando con loro i ricordi della vecchia casa e aprendo le porte a un futuro ancora da scrivere.
Chiusero la porta e lasciarono le chiavi nella cassetta della posta, come concordato con i nuovi proprietari, poi salirono sul loro furgoncino, fedele compagno di tante avventure e si diressero verso Rosedale, una graziosa cittadina assai diversa da Lynn Creek. Amabel lo aveva scoperto cercando notizie in internet e aveva così saputo che il paesaggio attorno al ranch era dominato da ampi campi agricoli, prati verdi e fiumi serpeggianti. La presenza del fiume Hope contribuiva poi a creare un’atmosfera pittoresca, con le sue acque calme che riflettevano il cielo e le montagne circostanti. Il terreno era spesso interrotto da boschi lussureggianti che offrivano habitat per una considerevole varietà di fauna selvatica. Rosedale era anche nota per il suo impegno nella conservazione delle aree naturali, con numerosi parchi e riserve naturali che offrivano opportunità per escursioni, birdwatching e altre attività all’aria aperta.
Nel complesso, non sarebbe stato un brutto posto in cui vivere. Non lo sarebbe stato affatto, pensò Amabel mentre il furgone macinava chilometri.
Anche se le due abitazioni distavano circa un centinaio di chilometri, quella notte Amabel e suo padre avevano deciso di fermarsi in un motel lungo la statale. Non riuscivano a spiegarsi davvero il motivo di quella scelta, come se ci fosse una sorta di impulso inconscio che li aveva spinti a rallentare il passo. Forse era il desiderio di posticipare, anche solo per qualche ora, l’addio definitivo alla loro vita passata, a quel mondo che avevano condiviso con Laurette. Un mondo fatto di risate, di piccole abitudini quotidiane, di amore che, purtroppo, il destino aveva strappato via troppo presto.
Era come se, una volta giunti a Soulsavers, quel filo invisibile che ancora li teneva legati a lei si sarebbe spezzato per sempre. A Soulsavers, tutto sarebbe stato diverso. Era una nuova vita, una nuova casa, eppure l’ombra di Laurette, di quella madre che Amabel aveva conosciuto e amato, sarebbe rimasta. Forse avevano bisogno di tempo, di una pausa, per raccogliere il coraggio di entrare in quella nuova realtà.
Il motel, con il suo aspetto dimesso e il neon intermittente, sembrava un rifugio temporaneo da quella realtà che stavano per affrontare. Si sentivano come sospesi, quasi in attesa che qualcosa, un segno o una parola, potesse aiutarli a fare il passo successivo. Ma, allo stesso tempo, entrambi sapevano che Laurette non c’era più e il mondo che avevano conosciuto non sarebbe mai più tornato. Era difficile, per Amabel e suo padre, lasciarsi andare a quella consapevolezza. Non sarebbe stato facile cancellare tutto ciò che erano stati insieme, anche se erano perfettamente consapevoli che dovevano farlo, per ricominciare.
I lampioni del parcheggio illuminavano la notte piovosa mentre il furgone si fermava davanti alla reception. L’odore di pioggia fresca e asfalto bagnato riempiva l’aria, mentre scaricavano i pochi bagagli di cui avrebbero avuto bisogno per la notte.
La camera, con le sue pareti neutre e i due letti singoli, ad Amabel sembrò più triste che mai. Si mise a guardare fuori dalla piccola finestra, mentre le gocce di pioggia scivolavano lungo il vetro. Nella sua testa, decine e decine di immagini del suo passato presero vita come ombre sfocate, trasportandola indietro nel tempo. Rivedeva le gite vivaci con Laurette e Matthew, il calore delle lezioni di pittura con la madre e la serenità delle domeniche passate a pescare con il padre. Ogni immagine portava con sé un miscuglio di emozioni, un richiamo ai giorni in cui la sua vita era ancorata a Lynn Creek. Era come se ogni goccia di pioggia sulla finestra fosse un piccolo frammento di quei ricordi, ciascuno contenente un pezzo della sua storia.
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