Storia · capitolo 1

Atto I

Cenere e Spirito di David


Questo è il resoconto dei diari e lettere di parenti, compagni d'arme e testimoni oculari di ciò che attuò Petr Kopecký tra il 1631, data della sua liberazione dalla Torre Nera, al 1632.


Pagine dal diario personale del mese di novembre


“Guardatemi... non distogliete lo sguardo e domandatemi: Che ha fatto di tanto sbagliato un uomo che ha lottato per il proprio popolo, e, soprattutto, per la propria fede, in gattabuia?

Che sia maledetto il giorno in cui è nato quel ratto austriaco, adesso sovrano di un impero che tutto romano non è.

Sono undici anni che attendo qui, nella Torre Nera, sguazzando nella sporcizia e dormendo in mezzo a ragnatele e nidi di zanzare. Sono il più longevo ed è per questo che non vogliono uccidermi; hanno paura di farlo perché il mio nome è temuto qui dentro, ormai anche i novellini mi conoscono e non osano disturbarmi, ma una volta che son fuori nessuno parla di me. La mia vista è migliorata di tanto al buio e quasi la preferisco.

Quante torture ho subito, tradimenti su tradimenti, mi hanno marchiato con il simbolo degli Asburgo e fatto bere quanta più acqua possibile, affinché i miei organi si rompessero, ogni vena sul mio corpo si gonfiasse al punto di esplodere; il mio cranio dilaniato e disturbato da questi rintocchi della torre dell'orologio, che segnano la mia ora. Io, però, ho lo stomaco e la lingua forte, perché è quella di un boemo.

Nei giorni scorsi hanno giustiziato il mio compagno di cella, un tipo rozzo, un ciarlatano, non era nemmeno luterano, ma almeno lui l'ha vista la luce del Sole, un'ultima volta.

Sono stanco di aspettare! Dov'è Thurn? Quand'è che la gente uscirà dal letargo? Sono come un orso, ancora assopito ma affamato di vendetta; loro, invece, sono come un gregge, costituito da anime disperse, senza un capo, martoriato e oppresso dal lupo, ma verrà il tempo di un pastore, che a calci rispedirà il branco di bestie nell'inferno e guiderà gloriosamente le sue pecore.

Fantastico e mi piace farlo perché qui ho riconosciuto le mie colpe, i miei errori di ciò che avrei dovuto fare prima, delle amicizie che avrei dovuto evitare, ho discusso aspramente con questi soldati e non mi hanno dato risposta sul perché non volessero porre fine alla mia inutile vita; sono pessimista, lo ammetto, ma prima era diverso e vorrei tornare a sentirmi grande, solo che, dopo undici anni passati qui, credo che di essermi abituato alla mia nuova indole.

I giorni del freddo gelido sono arrivati, nevica pesantemente ed io sono chiuso; i miei tremori mi angosciano, ho brividi su tutto il corpo, guarda cosa mi hanno fatto...

Sento, però, che qualcosa sta accadendo lì fuori; pensate che non abbia notizie dell'estero? Vi sbagliate, conosco la situazione di quest'Europa instabile; Gustavo Adolfo ha un ego splendido, ma sparirà prima del previsto, è inevitabile.

Incatenato per i piedi, mi alzo dall'umida roccia e, scalzo sulle punte, osservo gli uccelli che svolazzano spaventati dal rumore, sento una folla gremita che acclama un vittorioso condottiero, che entra in Praga con il suo esercito. Penso: "Signore, concedimi la salvezza, liberami da questa prigionia."

Dal fondo dell'angusto corridoio, un giovane urla: "È il conte di Thurn! È libertà, gioiamo!" e tutti i presenti incominciano cori cechi patriottici e inni a Dio.

I soldati austriaci, con rabbia cercano di placare gli animi, ma sono belli che andati, perché d'innanzi alle armate dei Sassoni e dei ribelli non possono fare altro che attendere i nuovi governanti e arrendersi.

"Urrà!" Sfondano le porte e aprono le carceri: i detenuti sono in fermento, ma io mi stringo forte la pelle, perché all'interno ero conosciuto e vegeto, all'esterno sono già morto e seppellito.”


Documenti della guarnigione di Praga


Così la mattina del 15 novembre 1631 egli ebbe la possibilità di alzare il capo e tornare a vedere la luce. Il suo grande amico Heinrich Matthias di Thurn gli diede una spada in segno di alleanza e conobbe il generale sassone Arnim, unitosi con gli svedesi, che nel frattempo si stavano preparando per battere Ferdinando e le sue truppe amiche papiste.

“Signori in Cristo, un fratello è stato ritrovato! Costui è Petr Kopecký, astuto condottiero che per anni ha resistito alle barbarie cattoliche!” Amava essere trattato come un aristocratico, soprattutto quando ad Ostrava, luogo a lui natio, subiva gravi condanne per il suo status sociale, poiché proveniva dai bassifondi.

Ebbene, “bruciate le loro icone!” disse istigando il suo popolo, “distruggete ogni statua di quei pagani e impossessatevi delle loro stupide reliquie, perché Dio è dalla parte della nostra umiltà e pacifica misericordia”

Nel monastero di Emmaus, tuttavia, viveva un monaco che lo aiutò poco prima della sua disfatta e l'arresto; era, pertanto, un obbligo morale insignito dall'Altissimo di non distruggere quel posto. Il gran mentore Lutero aveva dato a noi gli strumenti giusti per interpretare e leggere la Bibbia come volessimo, senza seguire un codice in una lingua antichissima che nessuno, a parte i nobili, conoscevano. Kopecký affermava di rispettare gli altri e di preservare il messaggio evangelico.

“Che siano bandite le messe in latino e che i membri del clero vengano esiliati se non accettino il protestantesimo.” Tutto questo rappresentava quello che noi volevamo proteggere, avere una propria identità e fede autonoma. Se il popolo di Praga aveva fatto un voto per rimanere saldi al vero cuore cristiano, che tutti all'interno lo sarebbero stati. Così anche per l'intera Boemia, la Moravia e il resto.

Decenni fa, dopo Augusta, ogni cosa andava per il meglio, ma gli Asburgo dovettero rompere le regole per imporsi sui nostri territori, ecco perché abbiamo dovuto rispondere con misura, partendo dalla defenestrazione.

“Ho parlato con l'abate del monastero di Strahov affinché fossero rimosse all'esterno vari monumenti di santi e della Madonna ma l'impressione che mi ha fatto non è stata quella sperata: ho dato ordine di gettarlo nel Moldava come monito per i membri del clero di tutta Praga.

Sento di avere in pugno la città intera, chi mi teme prova a pungermi come api, ma sono in trappola sin dall'inizio; nessuno esce, di notte le pattuglie comandate da Thurn si organizzano al meglio per beccare chi prova a cospirare in segreto contro di me.”

A seguito della ritirata delle forze cattoliche nell'area circostante, nei giorni della merla del nuovo anno, molti si chiedevano se potesse esserci una concreta occasione per ristabilire una tolleranza.

“Si può avere una pace? Invero, ma se Ferdinando II continua ad ostinarsi per una cattolicizzazione forzata, noi continueremo a combattere, perché sappiamo di avere dalla nostra parte l'aiuto divino.” batté tre volte la mano sulla sua cattedra il valoroso Kopecký.

“Petr, le comunità hussite vorrebbero unirsi a noi per godere di un'indipendenza, come quella in Francia, che cosa dobbiamo fare?”

“Che vengano. Ci servono forze, anche se non combaciano con la nostra purissima fede. Quando il problema sarà risolto, penseremo a ciò che Dio vuole per loro.”

Le riunioni furono acerbe e qualcuno criticava il suo spirito megalomane, come se volesse definirsi re della Boemia; Thurn, d'altro canto li zittì molto bene, perché il ruolo adatto a quei consiglieri era ascoltare e proporre, non insultare, neanche pretendere. Nella Torre Nera marcivano nobili cattolici, che gli Asburgo volevano indietro, mentre i nostri sul patibolo.

Un uomo austriaco, von Berger, fedele all'imperatore, era detenuto da quattro mesi, in un isolamento controllato ed austero; il motivo era una questione personale tra lui e Kopecký.

Il burbero cattolico aveva sposato durante la prigionia del boemo la donna che il condottiero aveva sempre amato, anche lei di Ostrava, che fuggì a seguito della guerra nella capitale.


Dal diario personale, 12 marzo


“Eliška, i tuoi biondi capelli mi ricordano spighe di grano, com'erano belle le campagne prima di questa desolazione. La cenere ha rovinato le meraviglie del nostro mondo; i forti ci hanno schiacciati sotto i loro piedi con fruste e bacchette: ci hanno trattato da cani.

Ora, gli oppressi sono diventati oppressori, hanno avuto la loro vendetta e io ho esaudito i miei desideri, ma non quello più importante, perché tu, mia cara e dolce Eliška, tu sei ciò che volevo da sempre, e mi hanno proibito di sposarti.

Sono un po' deluso dal tuo comportamento, perché avresti dovuto provare a scappare, a mettere fine alla vita di quel criminale di tuo marito: uno straniero in terra boema. Però, non posso lamentarmi così tanto, perché provo pietà per la tua anima, così sola, afflitta e piangente. Non vorresti altro sangue sparso e ti accontenterò, non lo ucciderò. Ho un nodo alla gola talmente stretto, quasi come fosse un cappio; invece, spetterebbe a lui provare questo tormento; pensa solo alla sua eredità e ai suoi possedimenti, non a te.

Eliška, voglio rivederti ancora un'altra volta, e se questa sarà l'ultima, almeno avrò modo di baciarti prima di vegliare su di te nel bianco cielo del paradiso.”

“Chi mi conferma, però, che avrò modo di vivere in serenità e in completa libertà anche dopo tutto questo? Ho paura delle congiure; le odio, potrebbero arrivare in ogni momento e da chiunque, dai più fedeli a quelle timide facce che non ci si aspetterebbe mai qualcosa di talmente orribile e violento.

In città ci sono porci, rozzi uomini ubriachi e dissoluti che arringano gli altri della locanda e promettono sul vino di essere abbastanza forti da poter comandare un esercito e spazzare gli austriaci: manigoldi, beoti lussuriosi che si sbrigano più facilmente con un calice e una spada piuttosto che solo con una spada!

Gli unici buoni e furbi sono i nostri nemici, che si organizzano giustamente e stanno creando un vero esercito, pagando profumatamente dei mercenari boemi, che di Patria e di questi messaggi etici non intendono nulla affatto, percepiscono solo l'odore dei soldi, e forse è anche meglio per loro, dal punto che la situazione sembrerebbe essere stata capovolta dalla fine dell'anno precedente.

Ma io non faccio affari con nessuno! Non con gli usurai giudaici, né con i cattolici e neanche con quegli estremisti degli hussiti, rintanati in chissà quale luogo. La nostra Chiesa deve essere rigorosamente riformata e strutturata, non un'essenza spirituale anarchica; il mentore Lutero ci ha definiti già hussiti senza che noi lo sapessimo, ma differiamo comunque da loro per vari motivi.

I moderati dell'Unione dei Fratelli Boemi sono considerati amici e hanno prestato servizio per noi, ed io ne sono grato, gli altri, invece, sono degli straccioni, rifiutano ogni tipo di ricchezza e vivono male, inoltre non hanno mai imbracciato un'arma.

Oltre a Praga, che cerco di difendere disperatamente, le armate del traditore Wallenstein stanno avanzando, imponendo il cattolicesimo forzato, creando roghi di libri sapienziali e di bibbie scritte nelle lingue locali, arrestando gli ultimi rimasti da poter convertire o far marcire in cella.

Ebbene, rimane solo un'ultima cosa da fare: provare a respingerli il più possibile e trovare un modo per evacuare i più vulnerabili tramite un'uscita secondaria.

Sono forse da solo? Sono diventato un reietto? Che Dio abbia pietà...”


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