Storia · capitolo 2 · finale

Atto II

Cenere e Spirito di David


Documenti della guarnigione di Praga


Nel maggio 1632, il comandante supremo delle forze armate imperiali, Albrecht von Wallenstein avanzò imperterrito, commettendo razzie e guidando un esercito di trentamila soldati ben equipaggiati, arginando le truppe svedesi del generale Johan Banér, che, nel frattempo, entrò trionfalmente a Monaco di Baviera, roccaforte della Lega Santa.

A Praga si respirava un'aria di accesa tensione e parecchi, stanchi del coprifuoco stabilito dal tenente Kopecký, cominciarono a protestare duramente contro gli apparati burocratici della città.

I Sassoni guidati da von Arnim pretesero una ritirata strategica a nord, e questo fece indebolire il rapporto tra quest'ultimo e Thurn, che esigeva il rispetto e l'ubbidienza ai patti di fratellanza.

“Non posso permettere che le mie forze militari vengano distrutte dagli austriaci, è fuori discussione!”

“Voi avevate un dovere, proteggere i vostri compagni luterani, non potete andarvene!”

“La città non si può difendere, Heinrich, le nostre speranze sono quelle di raggrupparci con la fanteria a Lipsia.”

“Avreste dovuto farlo...ora è troppo tardi.” si aggiunge Kopecký demoralizzato, seduto su una poltrona di legno, pensando al peggio.

“Addio, cari gentiluomini, che Dio vi assista.” concluse freddamente il generale von Arnim, il quale, voltandosi, fissò brevemente gli occhi cupi di Thurn, come se avesse da dire qualcos'altro, invece andò via.

I Sassoni si ritirarono e l'obbligo di non poter camminare sulle strade di Praga durante le ore notturne venne abolito; per uscire dalle mura della città serviva, però, un'autorizzazione speciale.

In quegli ultimi giorni che precedettero il disastro, Petr Kopecký si informò bene sui vari cunicoli che dovevano essere utilizzati per la massima urgenza, salvando pargoli e donne.

La folla gremita chiedeva protezione e sicurezza, ma Thurn sembrava essere disposto a fare il contrario; reclutò sempre più unità, ma l'equipaggiamento fu scarso e non c'erano mezzi di artiglieria pesante. Tutto andava male.

Il pastore Jakub della Santissima Trinità, un'architettura nuova e sorprendente, cercò di coprire con teli sporchi e scuri alcune statue idolatre e pagane, che raffiguravano Maria, la madre del Signore Gesù; di fatto, questa chiesa, dopo il 1620 fu ribattezzata dai cattolici in onore della Madonna.

Il pastore ascoltava molte volte i peccati di Petr quando periodicamente si inginocchiava su una panchina e pregava anche ad alta voce. Non era suo compito confessarlo come i preti cattolici, ma credeva che il pentimento dovesse essere qualcosa che tutti potevano ascoltare, cosicché gli altri avrebbero imparato dagli errori altrui e ciò avrebbe reso la comunità un posto migliore, ma pochi ormai erano di questa opinione.

Kopecký, al contrario, rifletteva alzando il volume della voce perché così poteva parlare direttamente a Dio, ma se qualcuno avesse voluto sentire la sua conversazione e provare a consigliare, specialmente quando la persona in questione è un pastore, ben veniva.

Attraversando il Ponte Carlo a cavallo, Kopecký già immaginava cosa sarebbe accaduto; cadaveri gettati nel fiume oppure impiccati e lasciati decomporre per settimane o mesi.

Tornando alla cittadella fortificata, arrivò una notizia che lo rese ancora più pallido e confuso: l'austriaco von Berger era stato ritrovato morto nella sua cella alla Torre Nera, di notte, senza che nessuno sapesse qualcosa.

Corse allo sfinimento per vedere con i propri occhi il suo rivale, colpito da un malore e giacente in terra, nell'angolo più buio che Kopecký aveva conosciuto per un decennio e l'aveva anche amato.

Improvvisamente, quando gli si palesò il corpo d'innanzi, lo fissò continuamente, soprattutto i suoi occhi privi di colore, grigi com'era il cuore del tenente. Il boemo, dalla sua faccia quasi paralizzata, scoppiò in un riso misto a pianto, il che fece spaventare un po' le guardie le presenti e i detenuti che con il capo cercavano di sbirciare qualcosa.

Dopodiché, l'ordine: “Date la salma alla famiglia e dite esplicitamente che Petr Kopecký ha avuto compassione durante la sua prigionia.”

Senza battere ciglio, si voltò ed uscì dalla Torre Nera, con un solo pensiero che rimbombava nella mente.


Dal diario personale, 19 maggio


Le prove di evacuazione stanno riuscendo; entro la prossima settimana, a Praga rimarranno poco meno di duemila unità, che moriranno per la loro fede.

Questa notte ho avuto il piacere di incontrarla, di darle un ultimo saluto, da quei tempi giovanili, l'amore che arde in me è più potente di una chiesa che brucia; non sono un profano, un blasfemo, ma devo ammettere che non ho mai provato questa sensazione.

Le sue trecce di grano splendono anche quando le tenebre e la foschia irrompe nella città; appena mi ha visto, ha avuto un sussulto: ha temuto per me o teme me?

“Eliška, dolcissima donna, ora che sei qui, mi riconosci?”

“Oh... Petr, perché non porti rispetto ad una vedova?”

“Smettila di non capire; questo vincolo ti ha reso schiava del tuo cuore, non vorresti aprirlo e dire tutto quanto adesso? Sono assai dispiaciuto per la perdita di un uomo che hai imparato a conoscere, ma che di certo hai dovuto amare per costrizione.”

“Petr, mi emozioni, ma sarebbe opportuno che ci separassimo, non siamo più due perfetti amanti, solo estranei.”

“Non è assolutamente vero! Io, al contrario di molte persone, ti conosco.”

Eliška sospirò gracilmente e, avvicinandosi a me, mise le sue fredde e piccole mani sulle mie, sussurrandomi: “Vedi che non capisci: sono io a non conoscerti più. È bene che ognuno prosegua per la propria strada, tenente.”

Mi aveva appena chiamato con quel nome che solo i membri della gerarchia militare fanno uso, come se fossi diventato un'altra persona, un sosia di qualcuno che non esiste più, che è sepolto nel buio.

Stanco e deluso, le sue leggere dita sfiorarono il mio viso, la guardai intensamente e lei altro non faceva che rassicurarmi; diceva: “Dio sarà con te!”, oppure “Non preoccuparti per me, starò bene e penserò a chi sei stato, non il condottiero di oggi, nemmeno il ribelle di ieri, neanche il patriota di domani, ma il giovine ragazzo intransigente e gentile con gli altri di un tempo, che mi ha amato.”

Dette codeste parole, ella scomparve nel nulla, e solo allora mi accorsi della persona che ero diventata, ma non potevo più cambiare ormai; ero costretto a vivere secondo la mia personalità, quella che avevo costruito per anni in carcere.


Documenti della guarnigione di Praga, 25 maggio 1632


Nelle notti precedenti all'assedio, il conte Heinrich Matthias di Thurn scelse di fuggire con i suoi uomini fedeli a nord, preferendo l'esilio all'esecuzione imperiale; inoltre, centinaia di civili vennero scortati al di fuori delle mura di Praga, fatti attraversare il confine tra Boemia e Sassonia, laddove gli svedesi si erano arroccati nella speranza di contenere l'avanzata del generale Wallenstein, il traditore.

In quegli ultimi giorni, Petr Kopecký fu messo a dura prova dal consiglio cittadino dei quartieri e dai ceti più alti, che volevano organizzare un rovesciamento del potere, aprendo, di fatto, le porte agli austriaci, accampati a poche miglia di distanza.

Le risposte dell'oramai diventato comandante in capo delle minuziosissime milizie armate erano sempre negative; non si poteva accettare un accordo con i cattolici, perché questo avrebbe fatto della Boemia un periodo buio, regnato da intolleranza e disordini religiosi.

“Quel grasso Ferdinando non l'avrà vinta!” esclamava ogni volta che si parlava di dialogo con gli invasori. Eppure, messaggeri si erano presentati alle porte meridionali della città e avevano invocato la resa incondizionata, altrimenti le conseguenze sarebbero state disastrose per i protestanti di Praga.

Kopecký prese tempo: migliorò le difese davanti ai portoni principali e minacciò Wallenstein che se avesse continuato ad avanzare con il suo enorme esercito, avrebbe giustiziato i nobili detenuti nella Torre Nera e, se avesse attaccato, le cattedrali sarebbero state bruciate e rase al suolo.

Ma più diceva questo, pian piano cambiava idea, rendendosi conto della follia delle sue parole, pregando incessantemente e chiedendo aiuto e pietà al Signore.

L'ora del declino luterano in Praga giunse al suo apice all'alba del 25 maggio. Wallenstein non ebbe alcuna paura delle ritorsioni e credeva che Kopecký fosse un pazzo, che non avrebbe mai avuto il coraggio di dare ordini così estremi, non quando anche il suo più grande amico lo aveva abbandonato.

Gridava, si sentiva male, camminava zoppo ma stava fisicamente bene; si strinse intorno ad una cerchia di uomini fanatici, da estremisti religiosi pronti al peggio e con il portone che cadde dopo poco, l'esercito imperiale penetrò progressivamente in città.

A seguito di un inganno, dalla Torre Nera partirono volontari e uomini di potere che liberarono i nobili, segnando la fine dell'autorità di Kopecký. Con la spada in mano, sentiva il peso del suo corpo diventare sempre più ampio. Per sfuggire alle armate, girando rapidamente per le vie cittadine, entrò clandestinamente nella Basilica di San Giorgio, una chiesa antichissima di Praga, legata al culto cattolico.

Il parroco era spaventato a morte e chiese di deporre le armi, ma un ragazzino lo schiaffeggiò e lo gettò in terra. Petr comandò agli altri di rintanarsi dentro e bloccare la furia nemica austriaca, sbarrando le porte della chiesa.

“Vieni, O Signore, dammi la tua potenza, ascoltami un'ultima volta e proteggimi dal male.” mormorava silenziosamente sull'altare, inginocchiato ed impaurito.

Dalla sua bisaccia, prese una piccola Bibbia, scritta in tedesco e la mise sul tavolo dei rituali, stracciando i paraventi e scaraventando la Sacra Scrittura in latino da un'altra parte. Dopodiché, parlò ai suoi uomini, come un pastore fa al suo gregge e dedicò i suoi ultimi momenti con loro, benedicendoli:

“Miei fratelli in Cristo, stringetevi bene, chiedete pietà perché dopo non potrete più farlo; ricordate: se credete avete vinto! Lasciate che Dio provveda alla vostra anima e che lo Spirito Santo vi aiuti nella strada verso il Paradiso. Che siate benedetti...”

All'esterno, i soldati di Wallenstein erano giunti in massa ed erano pronti a distruggere il portone, aspettandoli fuori e sterminarli. Con archibugi e frecce puntati in quella direzione, il cannone attese solo la miccia e infine, come un estremo atto eroico che nessun altro avrebbe l'ardire di rievocarlo, con tutta quella cenere apparsa dal poderoso colpo, anche gli ultimi (o i primi) di una stirpe caddero nel sacrificio che il valoroso Petr Kopecký scelse di compiere.


Nota di testo aggiuntiva


In realtà, si sa veramente poco della figura di Petr Kopecký e delle sue gesta: molti lo considerano un predicatore che accettò la sua fine in mezzo al baratro protestante, ma che comunque non rinnegò i suoi princìpi; altri, invece, lo definiscono come un despota, un uomo depresso che non lottava più per i suoi connazionali ma per i propri interessi.

Su quel sagrato di altra epoca, si consumò un episodio cruento; la palla di cannone che distrusse il portone principale fece crollare dei calcinacci e i ribelli rimasti si fiondarono contro gli imperiali, primi su tutti i fanatici estremisti, ma vennero istantaneamente uccisi da fucili e baionette.

Tuttavia, nessuno ha mai trovato il corpo di Petr Kopecký, nemmeno un osso è stato rinvenuto da quel fatto. Ecco perché viene ricordato, per la sua misticità sublime, capace di dare una fortissima speranza ai rivoltosi, anche contro un esercito grande quanto gli abitanti di Praga. Wallenstein era su tutte le furie quando seppe che non poteva mostrare il corpo martoriato dalle ferite e insanguinato del suo avversario; voleva sbeffeggiarlo, ma non ci riuscì.

Se possa essere fuggito, questo avrebbe significato andare contro il suo volere, ma chissà, forse, un giorno, qualcuno avrà modo di riconoscerlo, di non distogliere lo sguardo e dire:

“Che ha fatto di tanto sbagliato un uomo che ha lottato per il proprio popolo, e, soprattutto, per la propria fede, in esilio?”

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