Storia · capitolo 1

Luglio 1983

RIFLESSI D'UMANA FRALEZZA di Alessandro Carrozzo

Pervasi dal nostro innato egocentrismo, troppo spesso pensiamo che il mondo là fuori dovrebbe accorgersi dei nostri drammi quotidiani e mutare per un istante il suo flusso naturale per prendersi cura di noi. Questo illogico meccanismo crea spesso una netta distonia tra le immagini che scorrono all’interno e all’esterno di quei pochi centimetri di cemento che chiamiamo mura domestiche.

Nessun altro giorno della breve vita di Claudio avrebbe potuto rappresentare meglio questo concetto. Quello scorcio di periferia romana sembrava un piccolo angolo di paradiso in quella calda mattina di una piatta domenica di luglio. Il cielo di un azzurro quasi innaturale per la sua intensità, il cinguettare dei passerotti, i pini a rappresentanza di quei pochi sprazzi di natura sopravvissuti al boom edilizio e quelle calde mura in cortina.

Pochi centimetri di cemento più in là scorrevano immagini diametralmente opposte. Claudio era accovacciato a terra con la schiena appoggiata a quel rumoroso frigorifero bianco, le mani strette intorno alle ginocchia, la testa quasi completamente nascosta tra le braccia.

Quella mattina suo padre era al lavoro; lui, da solo in casa con sua madre, era fermamente deciso a impedire che lei si continuasse a distruggere con l’ennesima massiccia dose del maledetto alcol. Da tempo ormai aveva scoperto tutti gli anfratti in cui sua madre nascondeva le bottiglie; da pochi minuti era intento a svuotarle tutte nel lavandino della cucina.

Di sicuro non aveva fatto i conti con i demoni che attanagliavano la mente di sua madre. Sentire il suo urlo abbattersi improvvisamente in cucina mentre era intento a svuotare l’ultima bottiglia, vedere la sua espressione trasfigurata dalla rabbia, quell’immagine lo colse decisamente di sorpresa almeno quanto quella immediatamente successiva. Sua madre Anna aveva infatti appena aperto il terzo cassetto, aveva impugnato una grossa mannaia da cucina e si dirigeva con passo deciso verso di lui con un ghigno che non aveva mai visto prima.

Si era ritrovato così rannicchiato contro quel frigorifero, chiedendosi se quella donna minuta sarebbe stata capace di mettere fine alla sua vita ad appena 12 anni. Si stava chiedendo se le ultime parole che avrebbe udito al mondo sarebbero davvero state quelle che mamma Anna aveva appena pronunciato: “io ti ho fatto e io ti uccido.”

I pugni si strinsero ancora più forte mentre intravedeva con la coda di un occhio quel lucido acciaio issato poco sopra di lui. Poi solo un fischio assordante nelle orecchie, la vista sfocata. Sentiva il freddo di quelle ridicole mattonelle verde lucido sulla sua guancia; dalla prospettiva della vista sfocata poteva solo intuire che fosse con il volto a terra.

Quella mannaia era a terra a pochi centimetri dalla sua testa; in fondo a quella stretta e lunga cucina, oltre la porta-finestra che dava sul balcone, poteva intravedere sua madre col capo chino; intenta a guardare il vuoto che quel quarto piano la separava dal giardino della signora Ines. Poi il buio.

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