Febbraio 1985
Francesco e Giovanni si avviavano verso l’adolescenza con caratteri diametralmente opposti. Quasi nessuno riusciva a cogliere la benché minima differenza fisica tra quei due gemelli tredicenni; interiormente erano invece così diversi che si sarebbe stentato a credere che avessero condiviso tutta la loro esistenza a partire dal loro ingresso nell’utero della loro madre. Quella madre che in realtà non avevano mai conosciuto. Il loro padre non ne parlava mai; l’unica cosa che gli era dato sapere è che lui si era sposato con Maria, la sorella della loro mamma, e che l’avrebbero dovuta considerare come la loro vera madre per sempre.
Francesco era un bambino timido, introverso, pieno di fobie, soggiogato da tutti i suoi coetanei, incluso suo fratello. Fino alla terza elementare era riuscito a passare pressoché inosservato al mondo. In quell’istituto scolastico religioso era solo un bambino a modo, sia per i suoi compagnucci che per le suore che vi insegnavano.
Per non parlare del modesto palazzo in cui la sua famiglia abitava un piccolo appartamento in affitto. Quando non era a scuola passava tutto il tempo in quella piccola cameretta che divideva con suo fratello Giovanni. Non cercava mai la compagnia degli altri bambini del palazzo. Le uniche con cui era costretto a condividere qualcosa erano le figlie dell’inquilino del piano di sopra dove i suoi lasciavano lui e Giovanni quando avevano gli stessi turni di lavoro in ospedale. Per il resto era praticamente sempre da solo.
Gli piaceva giocare infilando le dita in degli stupidi stivali da cowboy che aveva sfilato a dei soldatini di plastica facendo finta che le sue stesse mani fossero quei soldatini. Inscenava duelli all’ultimo sangue tra la mano destra e la mano sinistra. Gli piaceva anche giocare con tutti quei peluche dall’aspetto idiota che chiedeva in regalo, a sua mamma prima e a sua zia poi, ogni volta che finiva a letto con la febbre. Gli stessi peluche che tormentavano le sue notti; gli sembrava di vederli prendere vita con un aspetto terrificante. Per questo dormiva sempre con una piccola lucetta rossa accesa che portava con sé sotto le lenzuola quando proprio non riusciva a gestire il terrore che gli incutevano quelle assurde presenze.
Il nido in cui si era rifugiato da bambino era stato spazzato via in un colpo solo da una singola parola che a distanza di 6 anni gli sembrò quasi onomatopeica: sfratto. Quel piccolo appartamento serviva ai proprietari e i suoi furono costretti a cercarsi una nuova sistemazione. Suo padre aveva detto che sarebbe stato stupido continuare a pagare un affitto per non trovarsi poi nulla nelle mani. Decisero quindi che era arrivato il momento di entrare a far parte del mondo dei proprietari.
Purtroppo, le finanze non permettevano una sistemazione dignitosa in una zona altrettanto dignitosa. Una buona dose di coraggio e qualche ora a firmare cambiali li proiettarono in un ampio appartamento appena finito di costruire in una delle zone più problematiche della città. Francesco non dimenticherà mai il giorno in cui entrò per la prima volta in quella casa. Ricorderà quello strano eco che producono le mura di un appartamento senza nessun mobilio. Ricorderà il macabro presentimento delle notti in bianco che avrebbe passato in quella cameretta con quell’enorme finestra con i pini a pochi metri dai vetri.
Ricorderà l’accoglienza che ebbe dai bambini della sua età quando suo padre gli disse: “Francesco fatti coraggio e vai giù a fare amicizia con quei bambini che stanno giocando a pallone”. Tornò a casa pieno di lividi. Aveva appena conosciuto i suoi nuovi amici; che ovviamente si preoccuperanno di farlo sentire diverso e inferiore per moltissimi anni.
Giovanni, per tutti Gianni, era quello che all’epoca si definiva “un bambino vivace”. Di sicuro quelle suore non riuscivano a tollerare facilmente quel suo carattere così scostante. Per la maggior parte del tempo era un bambino adorabile e solare. In realtà in quei momenti la sua mente stava solo architettando la prossima marachella. Come quando si chiuse in bagno fingendo delle convulsioni costringendo le povere suore a chiamare il bidello per sfondare la porta. O come quando convinse due suoi amichetti a tenere per le braccia una sua compagna di classe solo perché aveva deciso di voler provare quella strana cosa che gli adulti chiamavano bacio in bocca. E puntualmente arrivava la sberla di suo padre che si vergognava come un cane quando le suore gli riportavano l’ennesima azione imperdonabile di quel “bambino vivace”.
La sua mente sembrava saper cogliere con una precisione quasi sbalorditiva qualsiasi situazione che avrebbe fatto infuriare gli adulti. A 8 anni sentì per caso sua zia dire a una vicina di casa che aveva il terrore che Gianni potesse cadere dalla finestra visto che lui aveva preso l’abitudine di guardare il movimento continuo di persone entrare e uscire dal bar sotto casa. L’occasione si presentò qualche giorno più tardi quando rimase solo in casa con lei. Posizionò una sedia proprio sotto la finestra spalancata della camera da letto e si nascose nell’armadio. Non gli rimase che aspettare pazientemente che sua zia si insospettisse del silenzio e che cominciasse a chiamare il suo nome girando sempre più freneticamente per tutte le stanze. L’urlo che cacciò quando vide la vecchia sedia di legno proprio sotto la finestra spalancata avrebbe fatto rabbrividire chiunque. Ma per lui fu come sentire un applauso scrosciante per un attore alla fine della sua migliore interpretazione. Quando lei aprì l’armadio per prendere il cappotto e precipitarsi in strada, vide quel suo ghigno sinistro; ne rimase talmente spiazzata che non si accorse neanche che per la prima volta nella sua vita lo stava picchiando.
Anche per Giovanni la parola sfratto fu onomatopeica. Fece crollare quella gabbia in cui si sentiva imprigionato. I suoi nuovi amici si accorsero in un istante che malgrado la somiglianza fisica sbalorditiva, lui era molto diverso da quel fratello introverso e sottomesso. Lo accolsero come uno di loro e negli anni impararono anche a temere quei suoi attimi di follia.
Il rapporto con il suo gemello sfociava invece spesso in vero e proprio sadismo. Da bambino si limitava a picchiarlo o a simulare strani suoni nella loro stanzetta per vederlo rifugiarsi con quella stupida luce rossa sotto le lenzuola. Ma ben presto la sua voglia di distruggere l’esistenza di quel suo clone idiota avrebbe assunto contorni ben più marcati.
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