Luglio 2007
Sono in casa di mia madre. O meglio, nel sogno so che quella è la casa di mia madre ma non somiglia assolutamente a quella reale. So di essere lì per sfuggire a qualcuno e so che nessuno può conoscere il luogo in cui mi sono rifugiato.
La casa è molto strana, c’è uno spazio comune molto ampio e tanti piccoli spazi personali. Somigliano a dei piccoli box separati dallo spazio comune tramite dei pannelli bianchi semitrasparenti. Ogni box è illuminato da una luce bianca fredda. Io ho il mio box e così tutti gli altri che sono in quella casa. Ci incontriamo nello spazio comune ma non scambiamo neanche una parola, solo qualche sguardo. Come chi condivide una brutta esperienza ma non ha nessuna voglia di parlarne.
È notte, sono nel mio box, sento squillare un telefono. È un telefono fisso che si trova nello spazio comune. Decido di andare a rispondere. Alzo la cornetta di un vecchio telefono a disco. Una voce dal tono molto profondo mi dice:
“Francesco! Ti piacciono le emozioni forti vero?! Te le faremo provare noi!”.
Lascio cadere la cornetta, sono terrorizzato, mi chiedo come possano avermi trovato. Il rumore della cornetta a terra sveglia le altre persone. Sono in un angolo. Gli altri abitanti della casa sono intorno a me. Cercano di consolarmi. C’è un solo volto familiare tra loro. Proprio di fronte a me, c’è mia madre.
Mi accarezza il viso, mi dice: “non preoccuparti, non è nulla, stai tranquillo”. Vedo una luce dietro al suo volto, il suo volto inizia a sfocarsi, la sua voce è sempre meno comprensibile, l’unica cosa nitida è la sua mano. Mi guardo intorno, tutti gli altri volti si stanno sfocando, non c’è più nulla di nitido.
Sveglio! Respiro affannato! Cuore in gola! Rilassati Francesco, Rilassati!
Già da molto tempo Francesco aveva iniziato a fare ricerche sugli incubi, sui disturbi del sonno. E aveva sviluppato una sorta di vezzo; aveva riempito un vecchio specchio del suo studio con una serie di post-it che riportavano le frasi che più lo avevano colpito durante le sue letture, ovviamente corredati dal nome del loro autore. Quella mattina Francesco si alzò dal letto e andò a piazzarsi davanti a quello specchio. Intravedeva porzioni del suo volto stravolto dal sonno in mezzo a tutti quei foglietti gialli. Quasi inconsapevolmente inizio a leggerli uno ad uno a voce alta.
Brutti sogni. Strana cosa, gli incubi. Sono come una malattia ricorrente. Una malaria della mente. Proprio quando pensi di averli sconfitti si ripresentano, cogliendoti di sorpresa quando sei completamente rilassato, quando meno te lo aspetti. E non c'è niente da fare. Proprio niente. Niente pillole, pozioni, iniezioni a effetto retroattivo. La sola cura è un bel sonno profondo, ma proprio questo genera e alimenta la malattia. (Alan Dean Foster)
Immagini! Immagini! Immagini! Tante volte, prima che infine sapessi, mi ero domandato donde venissero le moltitudini di immagini che si affollavano entro i miei sogni. Immagini simili, infatti, mai le avevo viste nella vita reale, nello stato di veglia. Esse mi tormentarono per tutta l'infanzia, facendo dei miei sogni una sequela di incubi, tanto da convincermi ben presto di essere io diverso dai miei simili: una creatura anormale e maledetta. (Jack London)
Quando hai un incubo provi una strana sensazione: tu scappi inseguito da qualcosa di oscuro e minaccioso, ma desideri solo fermarti e lasciare che la cosa oscura e minacciosa ti raggiunga. Sta per capitarti qualcosa di brutto e tu non puoi farci niente; puoi girarti però e vederla arrivare: puoi guardarlo in faccia il tuo incubo... (Taken)
Francesco smise di girovagare con lo sguardo e ritrovò il suo volto, gli occhi segnati da tanta fatica, il riflesso del sudore sulla fronte, una striatura sullo zigomo che non poteva essere altro che una lacrima che provava a incunearsi tra i solchi lasciati dal cuscino sulle sue guance. Cercò nei suoi stessi occhi una risposta, un barlume di razionalità, ma nessuna luce avrebbe mai potuto diradare il grigiore dei suoi pensieri in quella calda mattina di luglio.
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