Capitolo 1
MASSAGGI
Racconto Noir
Simon McMarks
Da ragazzino, mentre i miei coetanei collezionavano figurine di campioni del baseball, io finivo sempre a fissare gli annunci di massaggi in giornali e riviste che recuperavo negli anfratti polverosi delle cantine. Ero affascinato da quelle proposte rilassanti, intuivo che c’era un mistero dietro quelle parole, qualcosa che mi faceva scorrere il sangue più veloce.
Ero stato un adolescente precoce, a undici anni già mi masturbavo più volte al giorno, finché non mi presi una pausa di parecchi mesi. Ero schiacciato dal complesso di colpa, temevo che dio stesse prendendo appunti, che ogni schizzo fosse un peccato che mi avrebbe marchiato per sempre. È inevitabile quando si cresce in un paese e in una famiglia a forte impronta cattolica. Una sera però non resistetti più, così pensai “ma chi se ne frega” e ricominciai senza più rimorsi. Fu il mio primo vero atto di ribellione.
Anni dopo mi ritrovai in Iowa per lavoro, qualche giorno di trasferta lontano da casa. Avevo preso una stanza in un piccolo hotel sperduto nelle campagne vicino a McGregor, a un tiro di schioppo dal Mississippi, il grande fiume dove Tom Sawyer e Huckleberry Finn scorazzavano in cerca di avventure.
Avevo cenato con una buona bistecca e del vino e sdraiato sul letto, mi stavo appisolando davanti alla televisione accesa senza audio. Era estate, il condizionatore mi sparava un getto freddo sulla faccia, le zanzare assediavano i vetri da fuori. Scacciai il sonno e pensai ad altro. Non volevo dormire e nemmeno uscire; fuori non c’era altro che il nulla e il crepuscolo cominciava a inghiottire i campi di mais.
Giornali e riviste erano diventati carta straccia, relitti di un altro secolo. Ora il mondo intero ci passava tra le dita, sigillato nella Rete che stringevamo di continuo in mano. È la più grande invenzione dei sapiens, ma ha la stessa doppia faccia della dinamite o dell'atomo: puoi usarla per gettare ponti verso il futuro o per innescare la carica che farà saltare in aria tutto.
Mi misi a scrollare lo schermo su una bacheca di annunci, il pollice che scivolava sulle foto, ma mi fermai alla prima pagina. Non serviva andare oltre. Avevo trovato lei. Ci accordammo scambiandoci qualche messaggio e dopo mezz’ora sentii bussare alla porta.
– Ciao amore, – disse entrando.
Si chiamava Nikole. Con la kappa, aveva tenuto a precisare. Senza dire altro, fece scivolare lungo i fianchi il vestito leggero a righine. Cadde a terra con un fruscio impercettibile. Sotto portava un body intimo che sembrava cucito sulla pelle, una mappa di curve che avrebbero fatto sbandare un seminarista.
In quel momento, per qualche strano corto circuito della memoria, mi tornò in mente Londra. Quando vivevo lì, ci si dava appuntamento la sera sotto Marble Arch. Guardai il suo culo fasciato dal pizzo e desiderai trovarmi immediatamente sotto quel Marble Ass, ma cercai di mantenere un contegno.
– Hey baby, – dissi, – ti va di bere qualcosa prima?
– Quello che bevi tu, va bene.
Si sedette sul bordo del letto, le punte dei piedi sfioravano il pavimento.
Spalancai il mini-bar e presi due mignon di rhum scuro. Il colore del liquore era identico alla sua pelle, un caffè intenso che faceva desiderare di annegarci dentro. Ce li scolammo in un fiato. Poi riempii di nuovo le bottigliette con della coca-cola sgasata che avevo sul comodino, roba avanzata dal viaggio. Riavvitai i tappi e le riposi in frigo. Per quando se ne sarebbero accorti, sarei stato già a parecchie miglia di distanza. Era un vecchio trucco che mi aveva insegnato un gran figlio di puttana anni prima.
– Senti baby, – dissi, – ho solo bisogno di staccare la spina. Comincia con la schiena, poi vediamo che succede.
– Con me ti rilassi sempre. Chiudi gli occhi. Niente telefono, niente orologio. Faccio tutto io.
Prese i soldi dal comodino. Li contò con dita agili e li infilò dietro la custodia del telefono, infine si mise al lavoro.
Una ragazza che avevo frequentato per qualche tempo, mi aveva insegnato i segreti del massaggio: la pressione dei pollici, la frizione profonda. Le piaceva usarli come preliminari, prima del sesso. Nikole, invece, muoveva le mani a caso, senza forza nelle braccia; i suoi erano solo sfioramenti distratti. Non era brava, in quello.
Mi fece girare. Si era tolta il body, una dea bronzea si ergeva statuaria sopra di me. Iniziò un massaggio corpo a corpo con quelle tette perfette e sode che avrebbero provocato una reazione anche in un eunuco. Si mise a dedicarsi con cura al mio affare e in breve fui prosciugato di ogni energia.
– È tardi, puoi dormire qui se ti va. Domattina facciamo colazione insieme e poi torni alla tua vita.
Ci pensò su un po’ troppo, allora ripresi.
– Hai qualcuno che ti aspetta?
– La colazione è buona? – rispose con una domanda, scostandosi i capelli dalla fronte.
– La migliore pancetta croccante che abbia mai assaggiato, giuro.
– Allora resto, non ho nessuno.
Sapevo che mentiva. Doveva avere un uomo, forse anche un paio di marmocchi. Infatti poco dopo la vidi armeggiare col telefono, prima di distendersi nuda accanto a me.
– Vado a prenderti uno spazzolino alla reception, – dissi, – così puoi lavarti i denti.
– Lascia stare, non importa.
Andai in bagno, mi sciacquai la faccia e tornai a letto. Sentii il peso del suo corpo accanto al mio e le palpebre si fecero di piombo.
Il risveglio non fu dolce. Un colpo secco contro il metallo mi scosse il cranio. Strizzai gli occhi due o tre volte, ma non cambiò nulla. Il buio era totale. Eppure doveva essere giorno fatto. Sentii un ronzio, ero in movimento. Ci misi qualche secondo a capire l'ovvio: ero chiuso nel bagagliaio di un'auto. Ogni buca era un bernoccolo che cresceva. Nikole era sparita. Forse stava guidando.
Mentre la luce del giorno iniziava a insinuarsi tra le lamiere, sentii l'auto rallentare dopo un viaggio infinito. Una curva, una buca, una frenata brusca, poi il motore tacque di colpo.
Il cofano si spalancò con un cigolio, liberando un'alba così improvvisa da ferirmi gli occhi.
Un tizio enorme mi fissava dall'alto. Aveva le spalle larghe, tanto da riempire l'orizzonte e una maglietta tesa fino a esplodere. Mi prese per le ascelle e mi tirò fuori come un sacco di panni sporchi.
Ero nudo. In un vicolo anonimo di una città che non conoscevo.
– Ascoltami bene, – disse con in mano la mia carta di credito. – Adesso mi dai il PIN. Entro nella banca qui a fianco e prelevo tutto quello che posso. Hai capito? Rispondimi.
Mi mollò un ceffone a mano aperta per sottolineare l’urgenza della domanda.
– Puoi prendere solo tremila dollari, – riuscii a dire. – È il limite giornaliero.
– Mi bastano. Se fila tutto liscio ti do i pantaloni che ho lasciato sul sedile.
– Solo i pantaloni?
– Solo i pantaloni.
– E se non va tutto bene?
– Ti infilo la carta nel buco del culo per il lungo e ti lascio qui nudo. Qualcosa in contrario?
– Capito.
– Inizia a pregare, allora.
Scrisse il codice sul telefono per non dimenticarlo e sparì dietro l'angolo.
Lo stronzo aveva chiuso a chiave la macchina. Io saltellavo con le braccia strette al petto per il fresco del mattino, pregando che non passasse nessuno. Trascorsero così dieci minuti. Forse c’era coda, qualche vecchio che controllava il saldo, qualcuno che aveva smarrito il foglietto del PIN.
Lo vidi tornare di corsa. Sventolava i miei verdoni, il bastardo.
– Ecco la tua carta, disse.
Con due dita la lanciò per terra. Cadde proprio sotto il tubo di scappamento. Mentre mi chinavo per raccoglierla, lui saltò in macchina e mise in moto. Non lo fece apposta, credo. Semplicemente ero troppo in basso, invisibile. Innestò la retro e schiacciò l'acceleratore.
Mi prese in pieno. L’urto fu un’esplosione che mi squassò tutto il corpo.
Aprii gli occhi, il cuore rimbalzava nella gabbia toracica.
Era buio.
Ero nel mio letto in hotel.
Era stato solo un sogno del cazzo.
Allungai la mano e trovai il telefono. Era acceso.
La bacheca degli annunci era ancora lì, aperta. Nikole mi fissava dalla foto, ammiccante e girata di tre quarti in una posa studiata.
La guardai per un minuto intero.
Vaffanculo, pensai. Mi feci una sega e mi addormentai placido come un ragazzino.
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