Storia · capitolo 4

III. IL VIAGGIO

I Cavalieri di Luthy83

“Benvenuti!” esclamò uno dei due uomini misteriosi, quando furono abbastanza vicini, pur mantenendo una certa distanza.

Dafne si alzò lentamente da terra. Il paesaggio tutt’intorno aveva assunto un aspetto più concreto, eppure si manteneva terribilmente triste: l’etere ora non era più nero ma i suoi colori restavano freddi e lontani.

 Una strana luce bianca, proveniente dall’alto dello spazio, si disperdeva sul suolo accidentato.

Alan la imitò quasi subito: gli era impossibile trattenere un’espressione di piena meraviglia. Puntò lo sguardo nella direzione dei due bizzarri personaggi. Continuava a chiedersi se li avesse mai visti prima, ma la risposta era sempre la stessa: vaga, confusa. I suoi movimenti erano ancora in gran parte bloccati, ma non sapeva se dipendesse da ciò che aveva appena subìto o da un improvviso impedimento mentale.  

 

Ora che erano più vicini, il Conte Burton e il Conte Famer osservavano attentamente i due umani.

Il Conte Famer cercò di definire se la descrizione ricevuta da Wihelm corrispondesse alla realtà. Wihelm aveva descritto soltanto il colore dei capelli e il fatto che fossero un uomo e una donna. Un uomo e una donna piuttosto giovani. Non avevano niente di strano rispetto a come se li era immaginati, ma non riusciva a leggere nei loro volti ciò che Wihelm non aveva detto. Sperava solo che ogni cosa andasse nel verso giusto.

Il Conte Burton era stuzzicato principalmente da ciò che avevano indosso. Non capiva come fossero fatti quei vestiti.

Erano originali e assai aderenti al busto e alla vita: lasciavano intravedere ogni singola forma del corpo. In particolare la ragazza: sembravano incollati addosso, corti e stretti. Anche ai piedi calzavano oggetti che non avevano nulla in comune con i loro costumi. Cercò di apparire sereno alla loro vista. Solo allora si rese conto che anche i due giovani li guardavano.

 

Smarriti, i due ragazzi studiavano i due uomini che li fissavano incuriositi; erano due persone normali a vedersi ma indossavano degli abiti stravaganti, assai differenti dai loro. Come i guerrieri del passato, erano muniti di spade e ricoperti di solide armature. L’uomo che un minuto prima si era rivolto a loro con un tono molto cortese e dalla voce calda era a piedi e teneva il proprio cavallo per le briglie. Ogni tanto stringeva le briglie con più forza, quasi volesse richiamare l’animale a sé.   

Sul dorso nero dell’animale erano fissati quattro sacchi, legati da una solida corda; il destriero era bardato da una robusta armatura in ferro. Egli indossava un giubbotto imbottito con sopra una cotta di maglia ad anelli e sulle spalle, un verde mantello in tessuto pesante.

In vita erano strette due cinte: l’una gli legava le vesti, sull’altra invece, era appeso un fodero che conteneva una lunga spada. I suoi capelli erano radi e castani. Aveva eleganti occhi azzurri, pizzetto corto dai riflessi rossicci, naso aquilino e labbra sottili scarlatte. Di spalle larghe ma non eccessivamente forzute, non aveva affatto l’aria di essere un uomo violento o crudele. Li scrutava in modo protettivo, lasciando intravedere una calma interiore e un forte autocontrollo. Li osservava incuriosito senza quasi aspettarsi niente da loro.

L’altro invece, era di aspetto totalmente diverso. Era in groppa al suo cavallo, teneva anch’egli in mano le redini, ma con più forza del necessario. Il suo destriero aveva le medesime protezioni dell’altro animale. L’uomo era vestito quasi nello stesso modo del suo compagno, tranne forse che non portava alcun mantello. Rispetto all’altro, aveva i lineamenti del viso più marcati, zigomi pronunciati e mascelle robuste. Aveva i capelli neri e folti, gli occhi scuri e profondi. Le labbra per metà nascoste da grossi mustacchi corvini. Aveva fitte sopracciglia e una fronte ampia, segnata. Era di costituzione energica, con le spalle larghe piantate sopra un torace ampio e profondo. Non aveva l’aria di un uomo crudele, ma nel fondo del suo sguardo s’intravedeva una strana luce, come quella di un animo inquieto, di temperamento impetuoso, facile a scaldarsi.

 

Dafne non sapeva come comportarsi, li esaminava intrappolata tra quella immagine irreale e la mente, che tentava di convincerla di trovarsi ancora all’università. Forse erano solo degli eccentrici costumi che si vedevano sfilare nelle piazze delle grandi città. Ma dov’erano le città o anche solo una città? Ogni volta che si sforzava di guardare, vedeva solo delle immagini sfuocate attorno a lei. Sicuramente era uno stupido scherzo. Ma lei odiava gli scherzi.

Alan era altrettanto spaventato, voleva toccare qualcosa, qualunque superficie per capire se viaggiava o era lì, in quel deserto dimenticato da Dio. Fu allora che il guerriero dai capelli più scuri parlò per la prima volta. Aveva un timbro di voce grave, profondo, a tratti roco e sembrava nascondere una nota d’impazienza:

“Benvenuti nella regione di Merenir. Non abbiate timore.”

“Regione di cosa?” disse il ragazzo.

Dafne si toccò la fronte corrucciata con il palmo della mano. Era tutto semplicemente assurdo:

“E voi chi diavolo siete?”

L’altro la osservò stranito e le rispose:

“Cosa significa diavolo? Alludete a qualche razza in particolare? Noi siamo uomini, di nobili origini e viviamo in questo territorio.”

Dafne rimase senza parole per la risposta. Riformulò allora la domanda sforzandosi di essere controllata e gentile. Come sempre ci riuscì senza difficoltà:

“Voi chi siete e perché siete vestiti così?”

Il Conte Famer la scrutò attentamente, poi colto come da un’improvvisa spinta mentale, rispose:

“Giusto, prima le presentazioni. Io sono il Conte Klaus Famer della città di Flanders ma potete chiamarmi semplicemente Conte Famer. Questo nobile alla mia destra è il Conte Phillis Burton della città di Berefast: potete chiamarlo anche Conte Burton.” e fece una profonda riverenza.

Dafne meditò un po’ prima di replicare. Ma lo fece controvoglia, forse perché la costringeva a riflettere e ad avere un confronto con sé stessa. - In quali modi e con quale linguaggio si è espresso? – pensò.

Fu allora che Alan, offrì la mano allo straniero ma con una certa titubanza.

“Io sono...” ma l’altro dai capelli neri lo interruppe e non ricambiò il suo gesto. Orientando gli occhi verso il suo compagno, disse:

“Sono loro, Conte Famer? Alan e Dafne?”

 

Il Conte Famer annuì anche se dall’espressione non parve totalmente soddisfatto. Forse si aspettava altro? I due uomini rivolsero a loro nuovamente lo sguardo.

Alan e Dafne si guardarono sbigottiti. Dafne rise e le affiorò alle labbra l’inevitabile interrogativo:

“Come fate a sapere i nostri nomi?”

A questa domanda il Conte Burton non rispose. La scrutò bene e dopo un attimo di silenzio disse:

“So che forse tutto ciò può sembrarvi incomprensibile, lo è anche per noi. Vi prego: non complichiamo le cose.”

Dafne scoppiò a ridere di nuovo ed anche se era agitata e incredula tentò di nasconderlo come faceva di solito. Ma con suo grande stupore, le risultò impossibile:

“Complicare le cose? Lei chi è e che cosa vuole?” s’interruppe per un istante e riprese:

“Ora ho capito, è tutto chiaro finalmente! Si tratta di uno scherzo. Peccato però, che io sia la persona sbagliata a cui farlo. Io li detesto. Toglietevi quelle maschere e quei vestiti!”

Il Conte Burton si spazientì e assunse un’espressione quasi minacciosa:

“Non ci stiamo divertendo e queste sono le nostre armature! Non possiamo perdere tempo, siamo in pericolo!” disse mentre il suo autocontrollo si andava smarrendo.

Il Conte Famer gli si accostò e gli strinse il braccio per esortarlo a tranquillizzarsi. Riprese dunque il discorso:

“Voi siete qui perché avete una missione da compiere.”

“Qui dove? Quale missione? Voi non esistete, almeno di sicuro non per me.” Dafne non aveva mai creduto alle fantasie e tutto ciò le appariva illogico. Si ricompose presto e si girò verso Alan come a cercare una sua approvazione. Egli stranamente non era innervosito e nemmeno quasi più allarmato: ora si trovava in un luogo fantastico, un luogo dove in passato la sua immaginazione aveva spesso cercato riparo.

 “Ebbene, vi trovate a Merenir. Noi siamo reali, potete giudicarlo da voi.” replicò il Conte Burton e, scendendo dall’animale con grande agilità, avanzò verso di loro a passo disinvolto.

Anche il Conte Famer si avvicinò di più con il suo cavallo:

“Ci sono tanti misteri che incombono su questa terra, amici. I vostri nomi li abbiamo appresi perché era necessario.” rispose guardando loro negli occhi.

Alan si diede un ultimo pizzicotto sul torace e fece un altro passo verso di lui. Ora gli era terribilmente vicino e poteva sentire il rumore del suo respiro. Gli sfiorò il braccio con la punta delle dita e poi le ritrasse lentamente. Era tutto vero. Allora sorrise:

“È irrazionale, ma bello.” disse calmo.

Dafne era sconcertata. Volse lo sguardo intorno a sé ma il paesaggio non mutava d’aspetto. Le forme e i colori rimasero scuri e cupi dall’istante in cui li aveva osservati:        

“Perché siamo in pericolo? Cos’è questa storia? Io continuo a credere che sia uno scherzo di cattivo gusto.” disse parlando quasi a sé stessa.

“Purtroppo lo siamo tutti. In questo istante vi trovate a Merenir, ma non sosteremo a lungo in questo territorio.”

Fece una breve pausa.

 

“Siete stati scelti per affrontare una missione importante, in questo mondo. È per questo che vi hanno chiamati: ci aiuterete in una grande impresa.”

Si fermò solo un minuto per osservare i due ragazzi. Alan lo fissava intensamente, ma la sua era più sorpresa che paura. Dafne si sforzava di penetrare i suoi occhi, ma poi finiva sempre per abbassare lo sguardo.

Il Conte Famer allora riprese:

“Viaggeremo molto. Io e il Conte Burton vi accompagneremo fino al Palazzo dei Cavalieri. Lì dovrete fermarvi.”

“Il nostro destino e il nostro futuro sono ancora molto ignoti. Dobbiamo andare ora, non indugiamo. Seguitemi.” rispose il Conte Famer con un cenno verso i cavalli.

Dafne non disse alcuna parola. La terra le mancò da sotto i piedi e chiuse gli occhi. Si accasciò lentamente al suolo senza emettere alcun suono. Alan s’inginocchiò e cercò di svegliarla scuotendole le braccia e sfiorandole il viso. I due Conti lo aiutarono. Quando si riprese, si rese definitivamente conto di non essere più nella sua realtà e che ciò che aveva sempre disprezzato, ora le si presentava come qualcosa di tangibile, di inevitabile.

 “Dobbiamo salvarvi? E da chi?” chiese Alan rialzandosi e squadrando ancora i due stranieri senza paura.

Il Conte Burton non replicò e cercò di convincersi che Wihelm non si era sbagliato sul conto dei due umani.

Il Conte Famer invece li osservò in silenzio per un momento. Un’emozione improvvisa e profonda, gli passò nella mente.

 “Perché riusciamo a comunicare tra noi nonostante apparteniamo a due mondi diversi?” chiese il giovane dopo un attimo di esitazione.

“Non lo so. Forse i nostri due spazi temporali si sono uniti per darci l’opportunità di intenderci attraverso un linguaggio simile.” rispose il Conte Famer.

“Forse è opera di qualche stregoneria? Magari proprio il protettore di Wihelm!  Sento la medesima aria che dalle labbra di voi umani arriva fino alle nostre.” borbottò il Conte Burton stizzito.

“Il protettore di Wihelm?! Chi è questo tizio? Dove…Alan, come fai ancora a crederci? Non dici niente? Allora sei più folle di questi due.” rise Dafne divertita, ma cambiò espressione e si rabbuiò. Si era rimessa in piedi lentamente, guardando intorno a sé. In un suo ultimo disperato tentativo, provava a persuadersi di essere solo la vittima di un gioco stupido.

“Io… non abbiamo molta scelta.” fu tutto quello che riuscì a risponderle.

Il Conte Famer dopo una breve pausa aggiunse:

“Non vi resta che partire. Non avete alternative.”

Dafne guardò il ragazzo, i due estranei e si strinse nelle spalle:

“E va bene. Quali altre possibilità mi rimangono?” disse.

“Laggiù inizia il confine tra Merenir e i territori sud ovest. Se raggiungiamo questi prima di sera, possiamo trovare un luogo dove riposare e parlare liberamente.” intervenne il Conte Burton.

 “Andiamo!” esclamò.

 

Avanzarono verso ovest per un tempo interminabile su un sentiero frastagliato, sconnesso. Per alcune ore non scorsero niente davanti a loro, nessuna casa o villaggio tutt’intorno.

Dapprincipio Alan era stato colto da uno stordimento fugace, una sensazione incontrollata; ogni cosa intorno a lui gli era apparsa annebbiata, quasi nascosta. Poi la sensazione passò e come gli altri proseguì per la strada scelta. Nel suo lento tragitto Alan restava in silenzio, la camicia scolorita gli pendeva umidiccia lungo i vecchi calzoni. Gocce calde di sudore gli scorrevano sulla fronte, ma non sentiva il bisogno impellente di bere. Ne provava piuttosto un dolce desiderio.

La terra scura ai suoi piedi aveva strofinato via quel che restava del bianco delle sue scarpe, dalle quali i lacci penzolavano sfrangiati e consumati.

Al suo fianco Dafne parlava sempre nonostante nessuno sembrasse darle ascolto. Ne aveva l’impulso, quasi una necessità, come se cercasse di fuggire lontano e di non ricordare ciò che il futuro le riserbava. Fino a quel momento, i suoi pensieri erano stati solo alla preoccupazione del suo aspetto; non osava immaginare come potessero essere conciati i capelli, lei che passava ore a spazzolarseli prima di andare all’università. Si tastò il viso e scoprì con orrore che il mascara gli era colato sulle guance bagnate.

Alzò gli occhi: il luogo era arido e spilli acuminati sporgevano dal suolo roccioso. Non c’erano arbusti, ma qualche sterpaglia nascosta spuntava da alcuni massi sporgenti: – ma dove sono finita? – si chiese sconsolata. Fu allora che tacque.

Il Conte Famer e il Conte Burton li precedevano di qualche metro. Non si erano mai voltati ad osservarli o interpellarli e discorrevano tra di loro senza voltarsi. Le loro armature non risplendevano sulla scarsa luminosità del luogo e i loro visi così seri, sembravano trasmettere sentimenti di forte durezza. I cavalli procedevano a fatica.

Percorsero il cammino senza fretta, senza indugio. Salirono il ripido pendio di un rilievo pietroso e intanto il vento fermo sfiorava i loro volti umidi. Videro i resti di alcuni rami secchi e qualche cespo d’erba ingiallita ancora aggrappato con pericolosa ostinazione sul terreno secco. Il cielo era plumbeo, d’un grigio sporco. Non che prima fosse stato differente, ma la luce andava via via scomparendo e un colore più cupo si addensava tutt’intorno. Era quello l’imbrunire? O era l’alba di un nuovo giorno? Il tempo restava immobile, sempre sullo stesso punto e le ore non si distinguevano nell’oscurità che a un tratto era scesa minacciosa. I Conti s’arrestarono all’improvviso. Il Conte Famer si voltò e con un sorriso simile ad una piccola smorfia disse:

“Ci siamo. Abbiamo lasciato Merenir da qualche ora e la sera sta calando. Dobbiamo trovare un rifugio per questa notte. Lì avremo modo di parlare meglio.” 

 

Continuarono a salire lentamente lungo il sentiero che a un tratto si curvò verso sud. Il clima mutò adagio e un vento affilato come la lama di un rasoio penetrò dentro le ossa e scorse insidioso nel loro sangue. Sotto i loro occhi il cielo s’incupì dal viola all’indaco e infine venne il nero. Nuvole scure comparvero. Li fissarono attente, vigili, quasi a volersi intrufolare nelle loro menti, senza lasciarsi scappare niente, nemmeno i pensieri più celati.

All’orizzonte rapidi bagliori corsero tra le nubi e poi un delicato brontolio. Il lieve ticchettio della pioggia batteva con ritmo incessante sul sentiero sassoso, tuoni e lampi sopraggiunsero aggressivi sopra di loro. Le gocce d’acqua bruscamente s’infittirono e i quattro cominciarono a correre a perdifiato, stanchi, stravolti e scomposti. Nel buio ormai fitto, sotto la sferza del diluvio che allagava il terreno, il loro passo rallentò repentinamente. Non appena svoltarono in cerca di un riparo vicino, un lampo vivido illuminò la strada senza alberi. Il riverbero accese poco distante l’imboccatura di una grotta e si spense quasi subito lasciando di nuovo il paesaggio avvolto dall’oscurità. I Conti fecero cenno ai due giovani di seguirli e pochi istanti dopo entrarono nella grotta. A differenza del clima esterno, l’interno della caverna manteneva una temperatura più mite anche se l’oscurità ne impediva una visione chiara. Il Conte Famer accese un fuoco con dei rami secchi raccolti lungo la strada. La luce della fiamma lasciò sui muri uno strano riflesso, simile a ombre che si allungavano e restringevano seguendo la linea della scintilla più alta. Immagini distorte e incomplete fluttuavano sul soffitto di pietra e i legni crepitavano sotto lo scoppiettio irregolare del fuoco. La grotta era abbastanza capiente e Alan notò alcuni segni incisi sulle pareti, simili a grosse linee ricurve: forse li aveva tracciati qualcuno che aveva dormito lì prima di loro, o forse c’erano sempre stati e il trascorrere del tempo li aveva conservati. Pensò alla sensazione immaginaria di alcune ore prima e si chiese che cosa potesse significare. Forse era stato solo un desiderio nascosto, una fantasia assurda che gli aveva colpito la mente per ricordargli che ormai era parte di quel mondo e non poteva farci niente.

Si sistemarono accanto al tepore del fuoco: il suo calore riscaldò i loro corpi bagnati mentre il fumo si disperse fino all’apertura della caverna. Entrambi gli animali, trovarono un punto su cui sostare; Dafne si sdraiò sulle coperte che il Conte Famer aveva slegato dal suo cavallo ma non si addormentò. Alan invece restò seduto: era troppo teso per riuscire a chiudere occhio. Abbassò la testa e per un breve istante sembrò scivolare anche lui nel sonno, poi con un sussulto la rialzò. Sorrise e con la mano tiepida ricacciò indietro i ciuffi ribelli che continuavano a ricadergli sulla fronte.

Distesa sul suo giaciglio, Dafne osservò Alan sotto la fioca luce. 

Seduto con la schiena contro una parete della grotta le sembrava particolarmente attraente: un giovane dai capelli neri e umidi che gli scivolavano sulla fronte stanca, un giovane dalle labbra sottili e dagli occhi scuri come la notte. “Ma che mi salta in mente?” pensò. Volse le spalle infastidita e cercò di chiudere gli occhi. Tacquero per un breve momento durante il quale Alan osservò i due uomini ma egli lo credette un’eternità; il Conte Famer restava in silenzio, come se si fosse dimenticato di non essere solo. Il Conte Burton camminava adagio avanti e indietro e la fiamma proiettava sul muro la sua ombra gigantesca. Alan trasalì lievemente sentendosi toccare il braccio.

Era Dafne che si era ad un tratto rialzata e con aria stanca gli si accomodava accanto, come rapita dal rumore dei legni che ardevano tra le fiamme.

“Forse è il caso che parlino.” disse con voce bassa ma fredda, rivolgendosi quasi a sé stessa.

Alan la guardò per un minuto. Il suo viso scomposto, sembrava ancora più intrigante alla luce rossa del fuoco, ma ebbe un brivido di irritazione. Sorrise tra sé e sé, ma non ebbe la minima intenzione di incoraggiare quella ragazza. Lei lo disturbava. La sua attenta espressione ricadde nuovamente sul Conte Famer. Non ebbe però il coraggio di porre alcuna domanda, forse per paura o forse per la vergogna di apparire goffo e stupido. Rimase lì a fissare lo strano personaggio e ogni suo gesto si bloccò.

“Conoscevate già questo rifugio?” sbottò improvvisamente Dafne, rompendo la calma che si era creata.

Il Conte Famer fu come distolto dal suo lieve torpore e abbozzò un sorriso:

“Sapevo che da queste parti avremo trovato di che ripararci, si. Non temete, potete riposare tranquilli.”

Dafne si aspettava ben altro che quel semplice risolino di conforto che lo strano uomo aveva appena manifestato. Era tutto lì quello che il Conte aveva da dire? Era imprigionata in quel mondo, un mondo assurdo fatto di terre prive di alberi, cieli neri e tempeste fitte e quella specie di guerriero, si limitava a riferirle solo che in quel posto non c’era niente di pericoloso.

Un terrore ancora più cupo invase la sua mente. E se il suo destino fosse stato di morire…

“Qual è il vostro scopo?” domandò a bruciapelo. Il Conte Famer si ritrasse sorpreso.

Il Conte Burton si distolse dai suoi pensieri e si voltò verso di lei:

“Io e il Conte Famer non siamo spie o assassini, se era a questo che alludevate. Non vogliamo uccidervi e nemmeno derubarvi. Chiediamo solo il vostro aiuto.”

Si sedette accanto a loro e fece un respiro profondo. Dafne lo fissò a lungo.

Anche Alan, che aveva ritrovato un po’ di coraggio, gli rivolse il suo intenso sguardo.

 Ma chi erano allora quei due uomini? E cosa volevano veramente da loro?

“Aiuto per cosa? Io continuo a non capire.” disse la ragazza con un’espressione dubbiosa del volto.

“La nostra regione Merenir è in pericolo. Non conosciamo neanche noi la giusta soluzione e siamo increduli quanto voi. Tutto ciò che ci resta è la fiducia in Wihelm. Egli è un uomo in grado di leggere una parte del futuro e per questo, è molto considerato in tutto il paese. Egli possiede come dire… delle capacità molto insolite e in passato le sue previsioni si sono spesso avverate.”

Sospirò lievemente e per un po’ restò ad osservare il fuoco di fronte a lui. Nessuno rispose. Infine riprese:

“In una di queste percezioni, avvertì il vostro arrivo. Noi non sapevamo nulla della vostra esistenza fino a ieri, al calar del tramonto.”

“Egli ci ha rivelato che appartenevate ad un’altra epoca e che la speranza era stata riposta in voi.”

Dafne si morse un labbro e si voltò dall’altra parte.

Alan lo fissò inebetito, aprì appena la bocca, poi strinse la coperta verso di sé. Ma non aggiunse nulla. Dafne aveva sempre l’ultima parola e questo lo fece irrigidire per qualche minuto. Non aveva intenzione di leggerle nella mente e darle l’opportunità di farsi conoscere meglio. E quando mai Dafne lo avrebbe permesso? Non aveva importanza.

“Ma se come dite voi egli è un veggente, perché vi ha tenuto all’oscuro sulle nostre capacità? E perché non vi ha spiegato come possiamo aiutarvi? Perché, vedete, almeno parlo per me, devo confessarvi una cosa: non so niente sul vostro mondo e neanche come darvi una mano. Vi trovate di fronte a una persona ignara di tutto perciò, se mi lasciate andare e mi dite come tornare, risparmierete a voi una grossa seccatura e a me di morire qui in questo luogo dimenticato da Dio.” dichiarò Dafne in tono egocentrico. 

Il Conte Famer trasse un lungo sospiro e scambiò una fugace espressione con il Conte Burton. Annuì e per un momento di nuovo apparve quella sua strana luce degli occhi, quasi dimentico della loro presenza. Ma infine rispose:

“Wihelm raramente commette errori, benché le sue visioni non siano mai del tutto nitide. Noi crediamo alle sue parole e tutto ciò che egli sostiene è prezioso per noi e per il nostro popolo.”

 

“È come se fosse il portavoce di una presenza al di fuori di questo tempo o di questo spazio. Alcuni credono che sia una specie di divinità, altri non osano dirlo.”

 

“Se siete arrivati nel nostro mondo, un motivo ci deve essere.” Respirò velocemente questa volta, poi li squadrò come preoccupato e continuò. 

 

“Né io né il Conte Burton abbiamo idea di come riportarvi a casa. E da come vedo, nemmeno voi. Potrebbe parervi assurdo, ma vi consigliamo di rimanere e aspettare. Forse ci sareste d’impiccio o forse al contrario potreste diventare preziosi.” disse Famer.

Poi, con aria di supplica, il Conte Burton aggiunse: “Noi abbiamo bisogno sul serio d’aiuto. Vi prego, cos’avete da perdere?”

Ci fu un momento di silenzio, poi Dafne rispose:

“Ok, un punto lo abbiamo chiarito. Sono bloccata qui e qualcosa mi dice che non ne uscirò viva da questo posto. E adesso? Dove stiamo andando ora? Perché ci stiamo allontanando dalla vostra terra? Se io vi sono compagna o salvatrice, o come diavolo preferite chiamarmi, e così pare che debba essere, che mi piaccia o no, è ora che cominciate a trattarmi come tale. Spiegatemi che cosa succede.”

“Cos’è diavolo? Una specie di razza? Un nome?” chiese il Conte Burton incuriosito.

“Né l’uno né l’altro. È un modo di dire. Immagino che nel vostro tempo non si usa.” sbuffò “allora, avete una risposta alla mia domanda?” chiese ancora con un velo di disprezzo nel tono.

 “Come iniziare? Non credo di aver mai avuto dei compagni d’altri tempi, prima d’ora. Ho sempre viaggiato su queste terre per combattere cruente battaglie insieme ai miei alleati e amici. Il Conte Burton ne è testimone. Non sono abituato a raccontare storie e tantomeno a due persone che non appartengono al nostro mondo.”

 fece una pausa, quindi proseguì:

 

“Presto la nostra terra verrà distrutta.”

 

Il Conte Famer s’interruppe per un breve momento.

 

“Merenir ha quindici città e ciascuna è rappresentata da un Conte, come me e il Conte Burton. In questo periodo c’è una ricorrenza, una festa per celebrare l’unica Legge che accomuna tutto il territorio. Ma mi sto divagando... Wihelm ha visto in sogno la nostra morte, provocata da un’entità maligna forse. Ha però anche visto una luce di speranza che, come vi ho appena detto, è stata riposta in voi due. Siete i prescelti, così è stato deciso. Il motivo di questa scelta nessuno la conosce, nemmeno Wihelm.”

 Il Conte Famer abbassò lo sguardo per un istante.

Dafne storse il naso infastidita:

“E questo l’abbiamo già capito. Non avete ancora risposto alla mia domanda, però. Dove siamo diretti?”

Allora fu il Conte Burton a proseguire:

“La nostra meta sarà Danaccort, un territorio nostro alleato. Andremo nella città di Nantur: in passato essa ha sempre combattuto al nostro fianco contro nemici comuni, ma ora qualcosa al suo interno si sta spezzando. Dobbiamo capire che cosa accade laggiù e sperare che il suo Conte, nostro amico, si unisca ancora a noi. Non è una deviazione, Danaccort è una tappa necessaria. Se a Nantur scoppia una frattura, Merenir resta sola. Ci è stato detto che il Palazzo dei Cavalieri è il luogo dove dovrete fermarvi e…”

Dafne lo interruppe contrariata:

“Come, come?! Il Palazzo dei Cavalieri?! E questo che vorrebbe dire?!”

“A questa domanda non possiamo rispondervi, ragazza. Sappiamo solo che dobbiamo accompagnarvi. Non abbiamo risposte certe. Wihelm ci ha detto che ne verrete presto a conoscenza e che non saremo noi a rivelarvelo. Lo scoprirete da soli.” Il Conte Famer la fissò con un’espressione incerta del volto. Come poteva spiegare ai due ragazzi estranei cosa li attendeva nel futuro? Nemmeno lui riusciva a comprenderlo.

“Di male in peggio. La trama oltre che infittirsi, si fa sempre più assurda. Sono fregata.” disse infine Dafne con un’espressione insofferente.

Alan aveva ascoltato per tutto il tempo e non era mai intervenuto. Un paio di volte stava per parlare, ma la ragazza non gliene aveva dato il tempo: interveniva sempre e solo riferendosi a sé stessa. Il peggio era che continuava. La mano che inizialmente voleva allungare per sfiorarle la spalla, la ritrasse senza rimpianto.

“Perdonatemi giovane, cosa avete detto?” chiese improvvisamente il Conte Famer come se avesse udito parlare una lingua diversa.

Alan era tornato alla realtà, appena in tempo per chiedere di cosa stessero nuovamente discutendo, ma la ragazza non gli diede il tempo di intervenire.

 “Non importa.” disse lei in tono scocciato. “Come proseguo da sola senza spade, armi e né corazze? Il nostro tempo è diverso dal vostro e mi pare di capire che qui questi oggetti sono essenziali. Inoltre non sono una guerriera come voi, cosa volete che faccia?” continuò seccata.

“Che storie sono mai queste! Non siete sola, c’è Alan insieme a voi!” rispose il Conte Burton in tono contrariato. “Ci penseremo dopo. Per il momento non sono necessarie!” riprese. Sentiva la pazienza esaurirsi e quella strana ragazza non gli piaceva affatto.

Dafne osservò con aria svogliata per un momento il ragazzo e, sdegnata, distolse quasi subito lo sguardo dai suoi occhi neri.

“Sono incastrata, allora. Questi due non hanno la minima idea di come finirà questa storia e il tipo che mi hanno affibbiato, non ha certo l’aria di uno che sa il fatto suo! Morirò di sicuro.” sbottò parlando tra sé e sé.

Ma Alan la udì.

“Guarda che sono qua dietro. Non sono invisibile.” disse.

“Non sto parlando con te. Non servirebbe.” rispose lei.

“Siamo in due allora.”

“Cosa intendi, scusa?” sbottò Dafne infastidita.

“Che con te sprecherei il fiato.” la fissò con aria severa.

Provò un desiderio incontrollato di afferrarle le spalle e scuotergliele, ma mantenne la calma. Voltò ancora il capo verso i due Conti e tacque.

“Qual è la prossima tappa? Già Nantur?” chiese allora Dafne rivolgendosi ai conti in tono ancora più infastidito. Con che coraggio quel ragazzo si rivolgeva a lei in quel modo? Sbuffò.

 “No. Domani raggiungeremo un paese che dista un giorno da qui. È un luogo tranquillo privo di pericoli o insidie: la gente è socievole e molto singolare con i forestieri, perciò probabilmente passeremo lì la notte.” disse il Conte Famer.

 “Voi continuate a non credere alle nostre parole, ma anche per noi la situazione si presenta difficile. Si tratta della salvezza del nostro popolo e del nostro territorio. Nemmeno a noi è chiara ogni cosa, vi prego perciò di fidarci di noi e non lasciare che i vostri cuori si macchino di risentimento.” replicò il Conte Burton e la sua voce si alzò di un altro grado, lasciando intendere che ormai la collera aveva quasi preso il sopravvento.

Il Conte Famer gli rispose in tono pacato ma deciso e gli poggiò una mano sulla spalla:

“Nessuno è risentito, Conte. Sono solo spaventati com’è naturale che lo siano. Bene. Meglio riposare ora. Vi consiglio di andare a coricarvi. La giornata di domani si prospetta lunga e faticosa.” asserì. Il Conte Burton ritrovò infine l’autocontrollo e si allontanò di qualche passo.

“Un’ultima cosa: mettetevi questi indumenti. Forse è opportuno che giriate in questi territori con qualcosa di più consono.” Il conte Famer sfilò da uno dei sacchi una lunga tunica simile a un vestito che porse a Dafne. Ad Alan invece, una corta con dei larghi calzoni. Augurò poi la buonanotte. 

Dopo essersi cambiati, Dafne si sdraiò e si assopì subito. Alan si stese tra le coperte e piano piano tra i suoi nebulosi pensieri, anch’egli s’addormentò. I due conti nel silenzio infinito, rimasero di vedetta.

Per un po’ tacquero. Poi il Conte Burton non seppe trattenere la sua preoccupazione e disse:

“Conte Famer, se permettete vorrei esprimere una mia opinione.”

“Parlate, dunque. Che avete da dire?”

“Siete sicuro che questi siano i due prescelti di cui Wihelm ci ha fornito le descrizioni? Sembrano non sapere nulla del loro ruolo. Appaiono indifesi e privi di coraggio. E poi quella ragazza... ha la lingua lunga.” asserì in tono ostile ma non finì la frase perché l’altro lo interruppe:

“Non fatevi trarre in inganno dalle apparenze, conte Burton. Wihelm l’ha detto: non devono essere al corrente. Noi dobbiamo sostenerli. Non sono sciocchi, se ne renderanno conto. Talvolta le persone più semplici nascondono risorse che nemmeno loro conoscono. A loro è stato preannunciato un destino e questo destino segnerà sia le nostre vite che le loro.”

 “Dafne appare come una giovane dall’aria scontrosa? Imparerà molto anche lei, credetemi.”

“A mio avviso però, non è giusto decidere in anticipo il destino di due ignari fanciulli.”

“Non è giusto, dite? E chi decide cos’è giusto o sbagliato? Chi siamo noi per dirlo? Nessuno è in grado di conoscere il perché o il come di alcuni avvenimenti. Anch’io ho molti dubbi. Io dico di seguire il destino.”

“Obiettare non ci porterà lontano, caro amico. Né voi, né io possiamo fare altrimenti.  È una battaglia e noi siamo stati scelti, come loro.”

“Non voglio contraddire il fato, ma non mi sono chiare molte cose, Conte. Voi siete sempre sicuro di tutto e siete sempre così deciso nelle vostre affermazioni che… mi fate dubitare di me stesso.”

“Io non sono certo di niente, amico mio. Non so più di voi e questo è il nostro incarico. Ora, andate a riposarvi: la notte è ancora lunga. Se preferite resterò io di veglia per un po’, poi vi chiamerò per il cambio.”

“No. Non riuscirei a chiudere occhio. Tutto ciò mi rende nervoso e non mi dà alcuna tranquillità.”

“Anch’io sono impensierito, ma dobbiamo provare a dormire un po’. Se non vi dispiace, allora io mi sdraierò un paio d’ore.”

Ciò detto, il Conte Famer si stese vicino ai due ragazzi e cadde in un sonno leggero ma i suoi sogni furono molto agitati e non riuscì mai a riposare del tutto.

Il Conte Burton, avvolto dall’ormai luce fioca del piccolo fuoco, si mise a riflettere e passeggiò a lungo. Non percepì la stanchezza nelle membra e per la prima volta in vita sua ebbe una paura folle. Se ne vergognò, perché egli nelle guerre si faceva prendere raramente da quel sentimento e non si acquietò nemmeno quando il conte Famer più tardi, prese il suo posto di guardia. 

Altre opere da leggere