IV. IL PAESE DI RATAMAN
Non era ancora spuntata l’alba quando ripartirono.
Il Conte Famer accese tre torce e una la offrì alla ragazza.
In lontananza, le montagne s’intuivano nere e minacciose e le torce emanavano un tenue bagliore. Il terreno era ancora umido per i resti della pioggia della sera precedente. Non sapevano esattamente cosa stessero calpestando, se sassi o grumi di fango lasciati lì a essiccarsi lentamente.
Seguivano il sentiero quasi brancolando: il Conte Famer e il Conte Burton davanti, Alan e Dafne dietro. Le tenebre li ingoiavano.
“Attenti!” li ammonì il Conte Burton. “È facile scivolare qui.”
“Con questo buio non riesco ad orientarmi.” Dafne puntò la torcia davanti a sé tentando di fare più luce.
“Dobbiamo seguire per un breve tratto il percorso inverso di ieri notte.” dichiarò il Conte Burton.
“E poi?” domandò annoiata la ragazza.
“E poi si scende.”
Dafne dominò l’impulso di voltarsi e tornare indietro. Ma dove sarebbe andata? Proseguì invece controvoglia.
Alan tacque e scrutò il buio davanti a sé.
La ragazza percepì all’improvviso la sua presenza troppo vicina ed esclamò: “Ehi tu, sei troppo attaccato. Spostati.” fece per spintonarlo.
Alan le afferrò il braccio. La guardò tanto a lungo come se volesse trafiggerle l’animo, poi la lasciò appena lei accennò a divincolarsi.
Il Conte Famer apriva la fila con una torcia; Burton lo seguiva con l’altra.
Non diede peso alle lamentele della ragazza e alla luce della fiamma, avanzò controllando l’ambiente con cautela. Famer faceva altrettanto, ma ogni tanto si voltava per accertarsi che i ragazzi fossero in grado di seguirli.
Ad un tratto il Conte Burton s’arrestò e il Conte Famer li chiamò ad avvicinarsi. Un sasso scivolò sotto il piede di Dafne e sparì oltre il bordo. Rimasero tutti immobili e trattennero il respiro. Famer puntò la torcia davanti a sé: c’era il vuoto. Il sasso precipitò giù, sempre più giù ma il rumore non arrivò. Dafne deglutì a vuoto poi dal fondo, come un’eco, un toc.
Ci fu un sospiro di sollievo generale.
“Bene. Seguiteci con prudenza. Conservate le energie per questo tratto in discesa. Ci impiegheremo circa una giornata.” asserì il Conte Famer.
A turno si calarono giù per il ripido declivio e nessuno fiatò più per qualche ora.
Due ore dopo, un pallido sole faceva capolino dalle montagne. Tra le raffiche di aria frizzante avanzavano senza scambiarsi né una parola né un cenno. I quattro viaggiatori marciavano di buon grado sotto la prima luce mattutina, seguendo le curve del percorso. Muovevano meccanicamente le gambe, spingendo avanti un piede dopo l’altro. Camminando, respiravano adagio, conservando quanta più energia restava loro.
Il vento penetrava nelle orecchie e le lasciava insensibili: s’insinuava tagliente nelle narici e usciva sibilando dalle labbra screpolate.
Infine, s’infilava tra le pieghe dei vestiti e colpiva la pelle, irrigidendo i muscoli, trasmettendo un fastidioso malessere.
Il paesaggio iniziò a cambiare lentamente. Dapprima solo qualche cespo d’erba ingiallito aggrappato con tenacia al suolo secco, più giù altri ciuffi radi, infine verdi e maggiormente costanti.
A metà mattina, anche il clima si modificò. Il vento freddo soffiava ancora allegramente ma era finalmente accompagnato da un mite tepore. Il sole, seppur non emanando tutta la sua potenza, regalava una sensazione piacevole e riscaldava le membra intorpidite.
Rocce bianche come grossi gradini sporgevano dal terreno instabile. La pendenza era consistente.
Alan si sporse per osservare meglio il lato sinistro del sentiero: si affacciava su una profonda scarpata, nel cui fondo notò lo scorrere di un fiumiciattolo. Sull’altro lato, alla sua destra, c’era una parete massiccia di pietra chiara che sorvegliava il percorso.
Il Conte Burton puntò il dito proprio in direzione del precipizio: la cima delle montagne con il contrasto del cielo azzurro sovrastava la valle sottostante. Sotto di loro, riuscivano a vedere altre tracce del bianco sentiero che serpeggiava e seguiva la linea delle pareti rocciose. Più giù, sempre nella valle come macchie, grossi alberi si stagliavano sul perimetro di un magro lago.
Alan pensò che poteva essere quel corso d’acqua che aveva individuato poc’anzi. Sembrava la tela di un dipinto. A tratti, lungo lo stretto sentiero, alcuni blocchi di pietra sorreggevano delle lastre piatte di roccia che formavano piccole zone d’ombra.
Si fermarono pochi minuti per rilassarsi dallo sforzo.
Al termine della mattinata, il vento fresco diminuì d’intensità mentre il sole scaldava con una maggiore vivacità. I gradini del sentiero pendevano sempre di più verso il basso rendendo difficile il percorso. I due Conti tenevano i cavalli per le redini, i quali erano stanchi e avanzavano lentamente.
Alan e Dafne dovevano scendere a fatica i ripidi scalini e procedevano con il busto piegato in avanti. Ad ogni passo erano costretti a divaricare le gambe. L’aria ancora lievemente irrequieta, impediva che i vestiti si bagnassero di sudore e che i capelli s’incollassero alla fronte. Il tragitto durava ormai da ore e pareva non avesse mai fine.
Mentre Alan riusciva a mantenere una certa energia e avanzava con passo quasi spedito, Dafne sentiva che le gambe non la reggevano più. Ad ogni gradino, tutto il suo corpo tremava e stava per crollare da un momento all’altro. Cercava di conservare il ritmo del respiro costante, ma si accorgeva che il fiato diveniva man mano sempre più scarso.
All’ora di pranzo, sostarono brevemente sotto una lastra di roccia per rifocillarsi. Gli animali si riposarono.
“Quanto manca?” chiese la ragazza percependo una forte secchezza nelle fauci. Anche le labbra le sentiva asciutte.
“Siamo a metà strada. Credo che nel pomeriggio saremo arrivati.” affermò il Conte Famer.
“Lo spero! Non reggerò ancora per molto.” gli rispose spazientita.
“Appena arriveremo potrete riposare. Cercate di sopportare la fatica.” la rimproverò in tono affabile.
Dopo il pasto, ripartirono. Il calore del sole era divenuto insostenibile: la sua forza pesava su di loro spietata, incessante e sembrava risucchiarli il respiro prima ancora che potessero usarlo. Il vento era quasi del tutto scomparso. Di tanto in tanto, brevi raffiche di aria tiepida, investivano i loro volti cocenti. Gocce di sudore ora rigavano loro le guance. L’unico conforto erano alcuni rami di piante rampicanti che pendevano dalle pareti di roccia e che emanavano un delicato profumo.
Nelle ultime ore del pomeriggio, la strada cambiò: gli scalini si fecero meno ripidi e la pendenza più dolce; il suolo si presentava soprattutto stabile con una minor quantità di ciottoli. La vegetazione era più rigogliosa.
Il sole si apprestò a eclissarsi dietro gli altipiani circostanti: il suo nascondersi progressivamente e la diminuzione della sua potenza lasciarono al vento fresco di riprendere il controllo; il suo passaggio dapprima lento e veloce poi, liberava nel cielo una scia di luce rossastra.
Man mano che si avvicinavano a destinazione, la cima dei monti era sempre più lontana. Ora l’immensità della valle dominava il panorama circostante. Il profondo orizzonte si trasformò e un colore blu scuro si diffuse pian piano.
La strada mutò del tutto, i gradini cessarono e un sentiero piano e addirittura liscio predominò sul percorso. La parete di roccia terminò di colpo e si trovarono a valle.
Pochi metri dopo, il cammino si aprì su una strada stretta ancora sassosa, ma piana; intorno cresceva erba abbondante e arbusti abbastanza alti. Presto videro che vicino ai lati spuntavano i primi piccoli campi recintati e abitazioni di legno. Dietro ai recinti, animali di media taglia brucavano indisturbati. Alan e Dafne scorsero porte basse socchiuse e scale dritte un po’ antiquate che si arrampicavano sulla facciata delle case. All’interno, alcuni lumi erano accesi. Alan era incuriosito: non era sua abitudine osservare alloggi costruiti con materiali così semplici e all’apparenza poco sicuri. Tuttavia, scoprì che gli piaceva trovarsi in un luogo sperduto tra le montagne con strade non asfaltate e prive di qualsiasi luce artificiale. Passeggiava tranquillo e non commentava.
Nessuno era in vista. Camminarono per qualche chilometro e giunsero al centro di un piccolo paese. La pavimentazione del terreno era più levigata e appiattita e seppur non fosse una strada simile a quelle delle città nel suo mondo, Alan capì che anche lì c’era stato un discreto intervento dell’uomo.
Procedendo senza indugio, imboccarono larghi sentieri maggiormente sconnessi: lungo i bordi, si sviluppavano alcune piante arbustive dai lunghi steli sottili e ricoperti da una moltitudine di piccolissime foglie e fiori bianchi. Il Conte Famer si chinò e ne raccolse una:
“È aromatica. Da queste parti ha potere rinforzante dopo un notevole esercizio fisico.” disse porgendola alla ragazza. Dafne e Alan percepirono soltanto un forte odore di menta.
Fu allora che s’imbatterono nei primi bizzarri abitanti. Alcuni, vestiti di nero e con strani cappelli dalla forma allungata, portavano grossi sacchi sulle spalle. – riso...? - rifletté Alan dubbioso.
Passavano loro accanto verso la direzione opposta. Uno di essi senza arrestarsi li scrutò un momento con lo sguardo e accennò un fugace cenno seguitando per i fatti propri.
“Eccoci arrivati al paese di Rataman.” avvertì il Conte Famer.
Nessuno fece domande o disse una parola.
Arrivarono finalmente in una grande piazza. C’erano molte persone e un gran chiasso, accompagnato dal suono ritmico del tamburo e del flauto dolce. Quasi tutti ballavano.
Un enorme falò divampava tra di loro bruciando giganteschi cumuli d’erba.
Le donne e gli uomini si tenevano per mano.
Il cerchio si stringeva e si allargava a ritmo.
I loro movimenti erano spesso ripetitivi, ma molto coinvolgenti: era una strana danza. I bambini e altri adulti sedevano su alti gradini di pietra battendo le mani e godendosi lo spettacolo. Il loro sorriso era lucente, vicino al potente bagliore delle fiamme. Tutti erano vestiti con degli strani colori sgargianti rosso, bianco, nero e verde. Le donne portavano delle gonne lunghe e larghe. Sul capo avevano lunghi veli neri in tessuto pesante. Molte di loro erano di corporatura piuttosto robusta e di statura bassa.
Gli uomini invece erano snelli e leggermente più alti. Era gente buffa a vedersi. Uno di loro li invitò ad unirsi a loro, non smettendo di sorridere.
Il Conte Burton e Famer risposero con un cenno cordiale ma non accettarono. Alan e Dafne rimasero ad osservare straniti.
Alan era curioso: non aveva mai visto nulla di simile. Era un mondo singolare e piacevole. Volle restare a guardare un altro po’.
Dafne non amava niente di quel posto. La vivacità degli altri non le andava troppo a genio. Con lo sguardo cercò un modo per andarsene. Era stanca e affamata, anzi distrutta.
Si fermarono nel mezzo della piazza, dove una larga fontana era ornata da una varietà di fiori bianchi e rossi. Il buio della sera aveva ormai avvolto ogni cosa, solo i grandi fuochi accesi illuminavano l’ambiente.
“Dobbiamo trovare una locanda. In questa piazza ce ne sono due dalla parte opposta. Vediamo se siamo abbastanza fortunati da incappare in una camera libera. È come una tradizione. La gente di altre terre o città giunge a Rataman ogni anno nello stesso periodo. I cittadini li accolgono con danze o divertimenti.” chiarì il Conte Famer.
“naturalmente alcuni stranieri non si fermano per più di un giorno.” precisò. “io e il Conte Burton di solito non ci inoltriamo nemmeno in questa piazza.”
Alan che fino ad allora non aveva mai aperto bocca, chiese interessato:
“Quindi ci sono molti turisti qui?”
Il conte Famer inarcò le sopracciglia. Non conosceva quel vocabolo.
“Cosa significa?”
“Persone di altri paesi che viaggiano da fuori e pagano per fermarsi.” spiegò.
“Così dite?”
“Si.”
“Ah. Allora da voi acquistano molto?”
“Se comprano qualche souvenir e pagano per dormire. Semplice, no?” puntualizzò Dafne in tono beffardo.
“Come? Cosa vuol dire?” le rispose il Conte non afferrando l’ironia della frase. Dafne ridacchiò divertita e non rispose alla domanda.
Alan provò per la seconda volta in poche ore un’avversione incontrollata verso la ragazza ma la tramutò subito in un’espressione di totale indifferenza.
“Nel nostro mondo, li chiamano souvenir, oggetti che trovi solo li.” chiarì subito dopo.
“Interessante.” aggiunse il Conte Famer con un sorriso.
“Con piacere.” Alan ricambiò il sorriso.
“E di cosa si occupano i cittadini?” chiese poi dopo una breve pausa di silenzio.
“Allevamento o scambi commerciali. Molti mercanti giungono qui.” spiegò il Conte Famer.
Dafne s’innervosì per l’intromissione del giovane.
“Adesso fai anche il saputello?”
“E quindi?”
“E quindi risparmia le tue battute da so tutto io.”
“L’unica persona qui che crede di sapere tutto, quella non sono io.”
“Scusa? Cos’hai detto?” lo rimbeccò Dafne sfidando il suo sguardo.
Alan non replicò. Il Conte fece loro segno di andar via.
Si spostarono e raggiunsero quella che sembrava la carcassa di un grande edificio, avvolta solo da un’ombra scura. Aveva una strana insegna sul davanti. Questa era bianca dai contorni rossi, illuminata da una piccola lanterna. Al centro era dipinto un uomo grasso con un’espressione inebriata dall’alcol. In una mano stringeva un boccale di birra, con l’altra faceva un banale cenno per invitare la gente ad entrare. Alan si lasciò scappare una risatina osservandolo. Tutto il resto era piuttosto nero.
L’edificio era molto semplice, non c’erano scritte o altri particolari contrassegni, era di legno come tutte le costruzioni viste in precedenza. Se non fosse stato per quel cartello che si affacciava al loro passaggio, qualsiasi altro forestiero si sarebbe allontanato rassegnato. Avvicinandosi, dall’interno udirono un cospicuo baccano, grida acute e risa moleste. Nel momento in cui spingevano la porta con forte energia, una voce li chiamò. Alan e Dafne si voltarono per primi e rimasero colpiti da una singolare figura.
Sotto il chiarore del lume, c’era un uomo basso e tarchiato dalle sopracciglia folte.
Aveva guance ruvide e arrossate. Ciuffi di capelli scuri gli spuntavano da uno strano cappello, inclinato verso destra. Una corta tunica logora, gli serrava il petto.
Come fa quest’uomo ad indossare così pochi vestiti nonostante il freddo che sta avanzando? pensò Alan, attraversato da un lieve brivido.
“Buona vita, signori. Siete in difficoltà?” chiese lo strano personaggio in un tono leggermente brusco ma benevolo.
Il Conte Famer si lasciò sfuggire un sorriso: sapeva che da quelle parti la gente era più aperta. Il Conte Burton invece si era già per metà acquattato, sfiorando con la mano l’elsa della sua spada. Si rialzò, lasciò l’elsa e riacquistò parte del suo autocontrollo.
“Che domande.” gli rispose Dafne e si voltò, facendo anche agli altri, segno di allontanarsi.
“Calma signori. Non intendevo offendervi.” mormorò lo sconosciuto. “mi sembravate un gruppo in cerca d’aiuto e poiché non siete di qui, ho pensato che avevate bisogno di alcune informazioni. Perché voi, siete forestieri giusto?”
“Buona vita anche a te. Hai detto bene, non siamo di queste parti. A dire il vero, speravamo di trovare una camera per la notte.” spiegò il Conte Famer squadrando l’uomo senza abbassare lo sguardo.
“Difficile”, rispose questi. “Non ne scoverete nemmeno una stasera e così sarà per un po’.” annunciò. “Le uniche due locande della piazza sono entrambe occupate. Mi dispiace signori ma siete capitati nel periodo meno calmo.” ridacchiò.
“La festa annuale dei forestieri di passaggio? L’avevamo intuito. Che ci consigliate di fare?” gli rispose il Conte Famer in tono cordiale.
Lo sconosciuto li osservò in silenzio per un momento.
“Mi chiamo Mikob.” disse infine. Gli porse la mano.
Il Conte Famer non gli rispose ma gliela strinse.
“Bene. A Rataman siamo abituati alle novità. Casa mia non è lontana. Gradite qualcosa di caldo?” sorrise.
A questa domanda Dafne restò allibita. Dalle sue parti un’offerta di quel tipo non esisteva. Attendeva una risposta negativa da quel Conte dai modi sempre tranquilli, invece egli rispose semplicemente:
“Grazie.”
“Forse è il caso che accendiate le vostre torce.” commentò l’altro. “è molto buio il sentiero di notte.” si girò e fece loro cenno di seguirlo.
I cinque viaggiatori oltrepassarono con cura la piazza e imboccarono il sentiero che li avrebbe condotti tra la ricca vegetazione.
Dieci minuti dopo s’inoltrarono lungo una strada buia e dissestata. Il Conte Burton aveva ripreso la calma e con la torcia in mano precedeva i due giovani di qualche passo. Cercava di far luce nella loro direzione per assisterli a seguire il percorso. Alan si guardava intorno, voltandosi a destra e a sinistra.
Superarono un tratto in lieve pendenza, dove il suolo era più morbido ma con qualche grosso sasso nel mezzo. Con il sostegno della fiamma, scesero alcuni bassi gradini. Entrarono in una via che si apriva su un campo circoscritto. Era troppo buio per scorgerne i dettagli.
Alan tastò con la mano per cercare un appiglio. Alla sua sinistra, scorse una lunga fila di tronchi massicci. Alla sua destra, distinse un modesto muro di sassi. Il passaggio si stringeva.
Il loro nuovo amico faceva strada. Procedeva a passo svelto come se non temesse l’oscurità e vedesse tutto ciò che lo circondava quasi fosse pieno giorno.
Di tanto in tanto, udivano il fischio di qualche strano uccello tra gli alberi o il fruscìo delle foglie mosse dal vento. Da qualche ora infatti, aveva ripreso a sibilare insistentemente e un’aria fredda colpiva di nuovo le orecchie ghiacciandole.
Raggiunsero finalmente un piccolo cancello di legno, lo spinsero e si trovarono di fronte ad una casa su due piani anch’essa in legno.
All’esterno, dal piano terra al piano superiore partiva una scala rettilinea rasente al muro. In alto, su una corda sottile erano appesi degli abiti e dalla parte opposta ad essa, una lunga terrazza che univa tre porte chiuse. Sulla facciata non c’era luce. Mikob diede loro il benvenuto e li invitò ad entrare. Attraversò l’ingresso e andando sulla destra aprì una porta. Accese una candela.
“Io vado a far da mangiare. Se salite la scala troverete le stanze da letto. Ci sono coperte. I cavalli li potete sistemare dietro la casa. La tettoia ripara dal freddo. L’erba per loro ve la porterò fra un istante.”
I Conti e i loro animali seguirono il suo consiglio. Alan e Dafne si avviarono con due torce verso le camere. La scala era completamente buia. Spalancarono la prima porta: dentro era tutto avvolto dalle tenebre. Con le luci fievoli delle torce distinsero un letto di paglia e due coperte piegate.
Senza dire una parola, il ragazzo fece cenno a Dafne di entrarvi, poi proseguì per raggiungere l’altra camera e la ragazza lo vide sparire dietro ad un uscio.
Appoggiò il lume contro il muro e rimase sola per qualche minuto che credette un’eternità. Forse era un incubo o solo un sogno. Sbuffò. Non adorava restare isolata in una stanza con i suoi pensieri.
Improvvisamente una voce famigliare la chiamò dall’esterno. I Conti erano ritornati e annunciarono che la cena era pronta. Con suo grande stupore scoprì che Alan l’aveva preceduta ed era già arrivato ai piedi della scala.
Quando varcarono la soglia della cucina e scesero gli scalini dell’ingresso, Mikob scaldava alcune ciotole di terracotta sul camino scoppiettante. Nella stanza c’erano un piccolo tavolo, una brocca e panche di legno robuste. Sul fuoco bolliva una zuppa di cereali in un paiolo di rame. In una teglia a parte, c’erano i resti della polenta, cotta qualche ora prima. Mikob li fece accomodare. Poi prese alcune scodelle e cucchiai in legno da dietro il camino e li depose sulla tavola.
Alan e Dafne si sedettero con la schiena contro la parete ruvida e i Conti a capotavola. Era buio. L’unica luce era il fosco bagliore color ciliegia dei tizzoni ardenti.
“Spero che gradiate il pasto di questa sera, signori.” Mikob posò le ciotole di minestra bollente davanti a loro.
La zuppa di colore dorato era leggermente speziata. Dafne la divorò in breve tempo e si sentì subito sazia.
Dopo cena, Mikob si alzò ed iniziò a sparecchiare. Depose sul tavolo altre piccole ciotole riempiendole con dell’acqua calda. Alan si accorse che all’interno vi galleggiava la stessa pianta che il Conte Famer aveva raccolto qualche ora prima. Al primo sorso, l’infuso aveva un sapore forte, molto simile alla menta ma non eccessivamente dolce. Il calore della bevanda gli riscaldò le membra e parve rinvigorirlo.
“Questa è Auria. La usiamo per profumare l’acqua calda e darci nuovo vigore dopo una giornata di fatica.” avvisò Mikob.
“Si, la conosciamo. Non è la prima visita per noi a Rataman.” rispose il Conte Famer.
“Davvero? Io però non vi ho mai visto. Venite spesso?” chiese incuriosito lo strano personaggio.
“Direi che è un villaggio accogliente. Di solito non sostiamo qui a lungo. Giungiamo dall’entrata nord e usciamo da quella che si trova a sud. Lo attraversiamo in breve tempo.”
“Oh, che peccato! Quindi non conoscete la nostra festa annuale?”
“Si, ma non vi abbiamo mai partecipato. L’occasione di vederla, è capitata solo un paio di volte in molti anni.”
“Se rimanete nei paraggi, dovreste. È molto colorata e rallegra i cuori di tutti quelli che vi prendono parte.”
“Lo faremo senz’altro, ma non questa volta. Non è la nostra meta. Stiamo andando a trovare un amico lontano.” rispose il Conte vago. Credette fosse troppo complicato spiegargli la vera ragione del loro viaggio.
Non ci fu replica e per un attimo nessuno formulò altre domande.
“Da dove venite?” chiese Mikob ad un tratto, rompendo il silenzio.
“Merenir.” gli rispose il Conte Famer con un sorriso stanco del volto.
“Oh, questo sì che è interessante! Non l’ho mai sentita. È una città?”
“E’ un territorio di quattordici città, non lontano da qui.”
“Oh, allora è molto grande? Sapete, non mi capita spesso di visitare città anche se molti mercanti giungono qui. Ci raccontano sempre molte storie. Un giorno vorrei andarmene anch’io e viaggiare in molti posti diversi.”
“Vi capiterà.”
“E voi, come vi chiamate?” sbottò Mikob cambiando discorso.
“Il mio nome è Klaus Famer. Lui è Phillis Burton. Siamo conti. Loro invece sono Alan e Dafne, nostri compagni di viaggio.”
“Oh, allora siete persone importanti. Sono lieto che siate ospiti nella mia casa, signori.”
“Grazie infinite, Mikob ma non chiamarci signori. È sufficiente una stretta di mano e un letto, per questa sera.”
“Ma dove siete diretti esattamente? Se non avete troppa fretta posso ospitarvi qui per tutto il tempo che vi occorre.”
“Vi ringrazio, ma abbiamo una strada lunga da percorrere. Domani ci leveremo prima che il sole sorga.”
“Forse è il caso di dormire un po’.” suggerì il Conte Burton.
“Quand’è così andate pure, amici miei. Domani vi preparerò un pasto caldo. Anch’io mi alzo molto presto la mattina.”
Si scambiarono il saluto della buonanotte e gli ospiti andarono a dormire. Fu una notte senza pensieri e senza sogni.
L’indomani mattina Mikob li attendeva per la colazione. Fuori era ancora buio. L’aria era fresca, ma meno insistente dei giorni precedenti. Nel cielo brillavano ancora le stelle. Il Conte Famer e il Conte Burton furono come pervasi da una sensazione di pace e tranquillità che durò solo per un attimo, perché sapevano che li avrebbero attesi giorni peggiori. Dafne si chinò all’improvviso a raccogliere un fiore che aveva visto in penombra. Ma perché l’aveva fatto? Alan la osservò solo un attimo. Distolse gli occhi.
Finito il pasto, non dimenticarono di accettare con entusiasmo alcuni rami di Auria e dell’acqua per riempire gli otri.
Mikob si offrì di accompagnarli fino al sentiero che conduceva dall’altra parte del paese. Camminarono. Alan si girò a guardare indietro una volta sola. Sotto la luce della torcia, la fila di tronchi della notte precedente era scomparsa. Che strano, rifletté. Ancora una volta campi recintati e le montagne che si avvicinavano. Fu lì che Mikob strinse loro la mano e li augurò buon viaggio. Salutò un’ultima volta e poi sparì dietro ad una curva.
“Il percorso di ieri allora è alle nostre spalle?” chiese Alan voltandosi ancora una volta.
“E’ dall’altra parte, a nord. Noi ora siamo a sud.” gli sorrise il Conte Famer.
“Adesso ci dirigiamo dal vostro amico? Dobbiamo attraversare altri paesi?”
“Si. A Nantur. Non sono previste soste lunghe in altri villaggi, no. Ma non indugiamo, il viaggio non è ancora finito.”
Percorsero altri tratti in salita e in discesa, ma il terreno divenne più regolare e a metà mattina le montagne apparivano già lontane.
La vegetazione accrebbe la sua rigogliosità. Gli alberi a un tratto si fecero più alti e folti: i tronchi erano spessi e nodosi, le chiome nere oscuravano il cielo. Affondavano le radici sul terreno fangoso e incresparono il sentiero che divenne faticoso da percorrere. In testa era il conte Famer, avanzava a passo lento senza voltarsi; cercava di orientarsi tra la folta boscaglia e misurava ogni movimento sul terreno sconnesso.
Lo seguiva il Conte Burton, ad ogni rumore o fruscio stringeva con una mano le redini del suo cavallo. Con l’altra, sfiorava l’elsa pronto a sguainare la spada. Si voltava ogni tanto, assicurandosi che i ragazzi fossero dietro.
Alan e Dafne guardavano la mostruosa grandezza degli alberi. Abbassando lo sguardo, scorsero grosse quantità di rami secchi spezzati, adagiati sul terreno morbido. Man mano che avanzava, Alan osservava quella massa sul terreno. Un passo alla volta, si accorse che si diradavano e l’odore del legno sprigionava una sensazione di umidità. Si fermò a toccare la corteccia e ritrasse la mano: le dita erano bagnate. Ma come mai? Non gli pareva che avesse piovuto prima d’ora. Dafne gli sfiorò con una mano la spalla ma poi la ritrasse indecisa: fissò prima la corteccia bagnata e poi Alan.
“Cos’è?” domandò perplessa.
“Non lo so. È bagnata ma non piove, non ha piovuto giusto?”
Famer e Burton si arrestarono. Dapprima con i volti tesi, respirarono lentamente poi.
“Ci avviciniamo alla meta. Dopo questa foresta, c’è un altro tratto che si apre.” chiarì il Conte Famer.
Il passo si fece più pigro. Avevano dormito poco. Le palpebre si appesantivano e i piedi si trascinavano. Il terzo giorno presero una nuova strada. Due grossi alberi aprirono il cammino, ma il bosco non si diradò.
Più avanzavano più il silenzio sembrava farsi strano.
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